Inutile nascondersi dietro un dito: Centrodestra e Centrosinistra gongolano, da ieri pomeriggio. Con il 25% scarso dei votanti a loro sostegno, il primo si conferma alla guida di una delle regioni più produttive del Paese; il secondo, invece, continua a tenere in pugno le più vaste aree di assistenzialismo italiane. Ed è inutile gridare che si tratterebbe di vittorie delegittimate dall’astensione, poiché i due raggruppamenti maggiori fanno di tutto per favorire la diserzione dal fronte elettorale.
Non si tratta nemmeno, a ben vedere, di un’involuzione politica, sociale o civile, ma – per quanto possa apparire grottesco – di una evoluzione della democrazia, nel senso più autenticamente anglosassone del concetto; quando mai, in Inghilterra o negli Stati uniti, ha votato il 90, l’80 o il 70% dei cittadini? Questo sistema istituzionale, tanto caro alle massonerie d’ogni rito e nazione, si regge sulla cooptazione, sull’affidabilità del personale partitico e tende naturalmente a restringere la base decisionale all’aliquota più controllabile della società.
Per tanto, a essere onesti e finanche impietosi, a perdere, in queste come in altre elezioni, sono stati i così detti “irregolari”, i “movimentisti” di tutte le specie, i quali credono d’interpretare il malumore degli italiani e si crogiolano nell’illusione che basti un po’ di “incazzatura” nelle strade, nei bar o nei “social” per ribaltare un governo o prendere il posto dell’oppo-finzione che, a seconda dei luoghi, Centrodestra e Centrosinistra interpretano. Tutti coloro che, a destra come a sinistra, sono convinti che basti coltivare la propria identità per essere credibili o, peggio ancora, spaccare qualche vetrina per guadagnare voti. Per non parlare dei “solipsisti” che radunano intorno a se stessi un po’ di volonterosi, ma al solo fine – smaccatamente evidente – di conquistare una poltroncina che assicuri uno stipendiuccio dignitoso per almeno un lustro.
Unica eccezione
Unica eccezione, in questo panorama desolante, il superamento del “quorum”, in Veneto, da parte di una lista nata all’insegna della lotta al “green-pass”, a dimostrazione del fatto che, per quanto ormai lontana quella vergogna, qualcosa si può raccogliere, se ci si mette nelle condizioni di rappresentare ciò che la gente vuole e non ciò che si pensa o si vorrebbe che pensasse.

Oggi le comunità militanti – per lo meno quelle non di sinistra – dovrebbero comprendere che non è il momento delle idee e men che meno delle ideologie, se si vuol veramente contare politicamente ed entrare nelle istituzioni, fuori dalle quali la politica, purtroppo, si risolve solo in una più o meno simpatica e attraente caciara: come cantava Enzo Jannacci, ora “ci vuole orecchio”. Bisogna saper ascoltare i cittadini, città per città, regione per regione, e confezionare una proposta di alternativa che si fondi se on esclusivamente, essenzialmente sui loro bisogni, sulle loro aspettative, per la tutela dei loro legittimi interessi.
Problemi e Soluzioni
E senza pretendere che quegli stessi cittadini indossino – sia metaforicamente e men che meno in concreto – questa o quella casacca, questa o quella divisa. Anzi, forse è il tempo che coloro che intendono provarci, a dare al Paese o anche solo alla loro città un destino diverso da quello disegnato da una Giorgia Meloni o da una Elly Schlein, dismettano i loro consueti abiti mentali e non, mettendosi in perfetta sintonia con l’italiano medio deluso e concentrandosi solo sui problemi e sulle soluzioni, che dovrebbero essere improntate al pragmatismo e al realismo, non ai voli pindarici.
Diversamente, si potrà continuare a gigioneggiarsi ciascuno nel proprio circoletto, vasto o angusto che sia, a coltivare il proprio orticello, mentre chi governa, con pur sempre meno “supporter”, continuerà a occupare ogni spazio di pubblica rappresentanza e a gestire, a proprio comodo, le risorse di tutti.
Massimiliano Mazzanti
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