La storia dei bulli romani attraverso gli occhi e le parole di un maestro di lama.

Coltelli e lame corte, lamette, rasoi e forbici, queste ultime magari per un omicidio passionale squisitamente al femminile. Quando si pensa a queste armi bianche, anche improprie, si accantona istintivamente l’ideale cavalleresco con la sua ritualità e i suoi doveri e si va con i piedi saldamente piantati nella terra battuta della popolanità più autentica, che affronta in un vicolo o in una piazzetta in disparte quello che i nobili potevano permettersi in altri luoghi più consoni al loro stato sociale. Da sobri (forse) e con maggior consenso.
Ammettiamolo: il duello con la spada o la pistola piace alla gente che piace, ma lo scontro a coltello? La lama corta è sempre stata l’emblema di assassini a pagamento celati nell’ombra, di rubagalline che rimarranno sempre e soltanto tali, di teste calde inutilmente impegnate in una personale quanto infruttuosa ricerca di una noblesse destinata ad essere senza oblige.
Proprio come i bulli romani, direbbe qualcuno. E qui il pensiero va subito alle storie di Rugantino e Mastro Titta di due secoli fa. Ma per Danilo Rossi Lajolo di Cossano i bulli di Roma sono stati un vero e proprio fenomeno psicosociale, con intenti e modi di porsi totalmente diversi da quelli dei guappi napoletani, dei bauscia milanesi e dei capibastone calabresi, un fenomeno ritenuto così interessante da dedicarvi, alla fine, un libro edito dai tipi della Magenes.

E quindi, se i bulli non erano solo dei poveri criminali dediti all’estorsione e alla prepotenza nei riguardi di poveracci di poco diversi da loro, allora chi erano e cosa cercavano? Ce lo racconta lo stesso Danilo Rossi, commentando la sua fatica letteraria iniziata con un viaggio in treno verso Roma.
Quando è nata la sua passione per il coltello e la sua storia?
R) La passione è nata dai racconti di mio zio Clemente, che mi narrava le sue vicende e le sue esperienze in giro per il mondo, in un’epoca dove le avventure erano dietro l’angolo. Poi nel tempo e con l’esperienza acquisita ho intrapreso un percorso formativo avventurandomi in tutta Italia alla ricerca dei maestri depositari delle antiche tradizioni familiari.
Che figure importanti e formative ha conosciuto?
R) Nel mio trascorso ho avuto modo di conoscere svariate figure che in qualche modo hanno cambiato il mio approccio, molto sicuramente lo devo al Maestro Nino Mannino, che mi ha introdotto in quel substrato della tradizione siciliana. Oramai il maestro ci ha lasciati anni fa, ma la sua simpatia e la sua passione li porto ancora nei miei ricordi.
Dove l’ha condotto questa sua ricerca?
R) La ricerca mi ha condotto prevalentemente nel meridione, dove alcuni aspetti sono lo stralcio di quell’apparente nobilità che allora i criminali si compiacevano d’avere, tutte leggende al solo scopo di motivare le loro azioni criminose.
Se il nobile combatte con la spada, con cosa combatte il popolano?
R) Il nobile prevalentemente combatte con la testa, la spada o il bastone (animato) che sono il naturale prolungamento del proprio arto. Il popolano invece combatte con il cuore, impavido sprezzante della propria vita, coraggioso, sfrontato e violento. A lui si deve maggiore enfasi con gli strumenti che la quotidianità gli forniva: si andava dalle forbici all’accetta, dal coltello al rasoio, alle pietre e così via. Il coltello nel tempo divenne l’arma più affine al criminale che al popolano.
Nell’immaginario collettivo, l’uomo con il coltello non è forse più infido del soldato o dello spadaccino?
R) Allora come oggi il coltello lo si teme di più. Ciò va ricercato nella parte più antica e remota della natura umana: il coltello è da sempre lo strumento dell’ingegno, dell’evoluzione. Ciò anche per via della pericolosità dell’oggetto stesso e di ciò che nella normalità procurava, ferite e morte, quindi questo aspetto insito nella nostra storia evolutiva ha influenzato a tal punto il genere umano che al solo sguardo la paura prende forma.
Potrebbe tratteggiare un paragone tra la tradizione italiana del coltello, sfaccettata e diversa da regione a regione e quella di altri Paesi? Sto pensando all’oriente asiatico e a lame come il karambit, reso famoso da certa cinematografia di importazione.
R) Per prima cosa si deve pensare che la tradizione italiana ed europea ho contributo in maniera radicale ad un processo di formazione per altre culture, se si guarda ai conquistatori della Spagna del ‘400 si noterà che nel famoso gruppo d’élite, i Tercios, c’erano italiani: siciliani, campani e lombardi. Esperti combattenti, assoldati dalla Spagna dell’epoca. Nelle Filippine, tra vari scontri, in qualche modo formarono e condizionarono le forme di combattimento. Attualmente il metodo del Kali tratta la spada e la daga, derivazione prettamente italiana. Essendo noi un popolo di artisti, dammo i natali nel ‘400, con il maestro Fiore dei Liberi di Premariacco, al Flos Duellatorum. Questo la dice lunga sulle nostre capacità, ma andando ancora più indietro pensiamo agli Scardani, i sardi al soldo del faraone Ramses I e potremmo continuare con molte altre importanti storie documentate su ciò che abbiamo fatto e su come abbiamo cambiato il modo di combattere in molte popolazioni dall’America latina all’Asia.
Il francese Bernard Lugan ritiene sia buona cosa reintrodurre il duello e ci ha scritto un libro sopra. Lei che ne pensa?
R) Sarebbe sicuramente interessante, purtroppo rimane solo un utopico pensiero, il duello rimane relegato in un tempo passato, dove gli uomini erano Uomini con la U maiuscola. Oggi difficilmente ci si può aspettare tali individui, la società cambia e con essa cambiano i costumi. Il duello forse oggi lo si trova in versione sportiva con le discipline quali MMA, Boxe, Scherma Corta (di cui sono stato l’ideatore ed il promotore per molti anni, creando la prima federazione in Russia di tale sport).
Veniamo alla sua ultima fatica. Perché dedicare addirittura un libro ai bulli romani? Chi erano in realtà?
R) Er Cortello è per me un omaggio agli ultimi veri bulli di Roma d’un tempo, dove l’onore contava, gli scontri avvenivano tra rivali uno ad uno, non come oggi in cui si riutilizza quel termine riferendosi ai criminali odierni. Il Bullo Romano nulla aveva a che fare con i maranza di oggi, questi individui che attaccano in branco una persona sola, rubano e spesso uccidono solo per divertimento. I bulli romani del ‘800-‘900 erano d’altra pasta: erano custodi del popolo del Rione. E, quindi, affascinato dalle loro gesta apprese dal Trilussa e da altri autorevoli scrittori, non ho potuto che immergermi in quel substrato impolverato dal tempo ed omaggiarli.
In cosa erano diversi da altre figure popolane, solo apparentemente analoghe alla loro?
R) Come detto, erano persone d’un certo spessore, gente che voleva riscattarsi in una società dove gli abusi da parte dei potenti erano all’ordine del giorno, pensiamo solo al Marchese del Grillo, l’allegorico, ma realistico nel tempo, film con Alberto Sordi. Celebre la sua frase che corona un po’ tutto il percorso storico del tempo: “Io son io e voi non siete un cazzo”. Scurrile sì, ma effettivamente realistico.
Nel suo libro definisce i bulli romani come un vero e proprio fenomeno psicosociale. Può spiegare questa sua idea?
R) Se si analizza l’epoca e le aree si può notare che vi siano alcuni aspetti che differenziano i protagonisti. I Bulli di Roma, come detto, erano puri, a volte ingenui, ma orgogliosi e di buon cuore. Se invece prendiamo i camorristi o i guappi napoletani, si può notare una caratteristica differente: cercavano il potere, erano estremamente intelligenti nella loro criminalità, erano individui i cui pensieri erano fondamentalmente legati al Domingo e al potere. Lo si può riscontrare ancora oggi, dove i guappi del tempo ora sono i camorristi organizzati dei nostri giorni.
Non si rischia di passare da un estremo all’altro? Da briganti cafoni ad eroi romantici, tormentati ed incompresi?
R) Sono due aspetti differenti tra loro, i Briganti erano uomini criminali, che si coalizzavano in bande per depredare i viandanti. Si creavano spesso aloni di leggenda, facendosi passare per condottieri, per cavalieri a tutela del popolo, ma fondamentalmente erano solo criminali della peggiore specie, nulla a che fare con gli eroici popolani Bulli romani i cui atteggiamenti potevano essere sicuramente un’espressione della violenza del tempo, ma rimanevano pur sempre Uomini di cuore. Un po’ lo siamo tutti noi italiani: boriosi, scalmanati, ciociari, a volte violenti ma pur sempre di cuore.
Come reagivano ai bulli lo Stato e la società dell’epoca?
R) Lo Stato spesso se ne serviva, così come il papato. Spesso i Bulli erano usati per accaparrarsi da loro favori o fama. Pensiamo al Cicceruacchio, Angelo Brunetti, eroico Romano Bullo del Rione che diede la vita per il Papato. Esempi come questi sono presenti nella storia del bullo e lo si ritrova anche nel contesto del ‘900. Basti pensare a Gramsci e alle sue Lettere dal carcere, dove esprime un sentimento per i carcerati che diedero prova delle loro capacità nel combattimento per omaggiarlo per la sua presenza (non volontaria) nelle patrie galere. Di esempi come questo ne è piena la letteratura.
Per l’ultima domanda prendo un facile spunto dalle cronache quotidiane. Chi e cosa sono i “bulli” moderni? Come trattarli quando li si incontra?
R) Come detto i “bulli” moderni oggi maranza, nulla hanno a che fare con quelli d’un tempo. Oggi sono soggetti pericolosi per la società, privi di etica e di morale, sono frutto di una società malata, dove l’onore, il coraggio e le gesta eroiche non fanno più presa. Oggi vi è solo l’atteggiamento del bullo nei social, ma, di fatto, si tratta unicamente di vili criminali, il trattamento a loro riservato rimane solo il rimpatrio o la galera.
Costantino Ceoldo
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