È risaputo che la vigente repubblica, insediatasi sul suolo patrio grazie al liberale concorso di eserciti stranieri, si compiacque di largire una cospicua somma di libertà al suo popolo, divenuto (in conseguenza di improvvidi incidenti della storia) amorfo e silente per averne sperimentato i tesori senza le opportune misure profilattiche.
Per tutelare l’esercizio di un così invidiabile diritto da prevaricazioni che avrebbero forzatamente alterato la natura delle nuove e appaganti “conquiste” , i Soloni democratici si impegnarono coralmente a decretare il rigetto della violenza; e, con apposita legge che per le sue approssimative e arbitrarie enunciazioni meritò da un insigne giurista il titolo di “idiota”, ne addossarono il tristo retaggio ai trascorsi del precedente e aborrito regime.
Attraverso la sua faziosa retrocessione tra i capitoli della criminologia, il potere democratico, forte della sua abilità di falsificazione storica a buon mercato, scopre un alibi efficace a mimetizzare il profilo della sua inarrivabile pochezza; e, per richiamarci ad una felice espressione di Enrico Sacchetti nel corso dei torbidi della guerra civile, esalta, lieto e soddisfatto la riconquistata “libertà di essere piccoli e vili”.
È singolarmente rivelativo dell’imperante disonestà intellettuale il fatto che ricorra ancora oggi la consuetudine di imputare ad un fantomatico “fascismo rosso” la violenza dei gruppuscoli della estrema sinistra.
In ciò sono riscontrabili le posizioni perbenistiche del centro-destra liberale, che non vuole apparire meno antifascista della controparte; ma, valutando la questione in termini più generali, le distorsioni accennate non sono che il riflesso fatale e perdurante della “legge idiota”.
Data l’inconsistenza di qualunque dubbio circa la matrice rossa e anarchica dei moti devastatori che hanno coinvolto il capoluogo piemontese alla fine del mese scorso, nel quadro desolante del corrotto sistema democratico parlamentare si è riproposto il consueto e logoro gioco delle parti.
La selvaggia aggressione condotta a danno di un poliziotto miracolosamente scampato alla furia omicida dei teppisti protetti dal potere, fa riemergere drammaticamente le inefficienza del sistema che, nella rissosità dei poteri confliggenti che lo caratterizzano e che obbediscono ad una comune direzione plutocratica, incarna la totale dissoluzione dell’idea di Stato.
È il caso di notare, sia pure incidentalmente, come nel contesto appena descritto si possa individuare chiaramente la radicalità degli sviluppi della secolarizzazione sul piano politico sociale: il ripudio del fondamento divino del potere e la conseguente riduzione dello stato ad aggregazione “laica” di carattere utilitaristico.
Tra la dichiarata impotenza del governo, la corruzione del potere giudiziario e le mai sconfessate complicità della sinistra istituzionale con i cosiddetti “centri sociali”, si consuma il malinconico destino della colonia Italia; in coerenza con il suo professato antifascismo, i valori politici sono elusi, vanificando la possibilità di una loro reintegrazione nel solco della vera tradizione nazionale.
Se non si avrà il coraggio di uscire dal pantano del decomposto mondo moderno, la nostra penisola continuerà a percorrere le tappe estreme del suo suicidio, monotonamente scandito dalle note di “Bella ciao”.
Paolo Rizza
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