Il nostro redattore di lunga data Valerio Arenare ha pubblicato da poche settimane un interessante libro sulla questione del brigantaggio in sud Italia nella fase post unitaria. Il libro, che vale davvero la pena leggere, lo potete trovare qua.
Abbiamo approfittato della vicinanza di Valerio alla nostra redazione per fargli qualche domanda.
Il libro Briganti se more propone al lettore una lunga lista di personaggi che hanno reso celebre il fenomeno del brigantaggio nel Meridione. Si tratta di una compagine eterogenea e credo che attorno ad alcune figure sia stata ricamata a posteriori un’aura di eroismo ed idealismo che forse è troppo retorica. Quanto questi personaggi erano mossi da reali motivazioni sociali e politiche e quanto invece dalla disperazione e dalle vessazioni del novello Stato unitario?
Il brigantaggio è stato a lungo raccontato male: prima criminalizzato in blocco, poi romanticizzato in modo altrettanto superficiale. La realtà è più scomoda. I briganti non furono eroi nel senso classico del termine, ma nemmeno semplici banditi mossi da istinti criminali.
Furono il prodotto diretto di una frattura violenta tra lo Stato unitario e le popolazioni meridionali. L’Unità d’Italia, nel Sud, non fu una costruzione condivisa, ma una conquista imposta. Il nuovo Stato arrivò con l’esercito, le tasse, la leva obbligatoria e una repressione durissima. In quel contesto, la disperazione fu il vero motore del brigantaggio. Le motivazioni politiche esistettero, ma spesso erano embrionali, confuse, istintive.
Prima di tutto c’era la necessità di sopravvivere e di difendere ciò che restava: la terra, le comunità, un equilibrio sociale già fragile. È innegabile che molti briganti si macchiarono di crimini gravi: assalti ad avamposti militari, razzie, violenze che colpirono anche civili. Sarebbe falso e intellettualmente scorretto negarlo.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare l’altra faccia del fenomeno. In diversi casi, i briganti agirono come difensori delle comunità rurali: esistono testimonianze, cronache locali e racconti tramandati secondo cui alcuni di loro intervennero per proteggere famiglie contadine da soprusi, vendicare violenze subite e, in alcuni casi, difendere giovani donne da molestie o abusi da parte di soldati, possidenti o guardie locali.
Nel libro racconto, ad esempio, come Carmine Crocco fosse percepito da ampie fasce della popolazione lucana come un protettore dei contadini, capace di colpire chi aveva abusato del proprio potere. Figure come Ninco Nanco sono ricordate non solo per la ferocia degli scontri armati, ma anche per azioni di rappresaglia contro soldati e intermediari responsabili di violenze su famiglie inermi.
Nel caso di Michelina Di Cesare, il confine tra ribellione e difesa personale è ancora più evidente: la sua scelta di entrare nella lotta armata nasce anche come risposta a violenze subite e alla distruzione della propria famiglia, in un contesto in cui alle donne non era concessa alcuna tutela. È anche per questo che, in molte zone del Sud, i briganti furono visti come combattenti, patrioti, talvolta persino eroi.
Non perché fossero giusti o innocenti, ma perché rappresentavano una forma di giustizia informale in un contesto in cui la giustizia istituzionale era assente o apertamente ostile. In assenza di giustizia, la violenza diventa linguaggio.
E il brigantaggio fu anche questo: una lingua brutale parlata da chi non ne aveva altre.
I fatti vengono esposti in maniera intelligente e sono scevri da ogni retorica neoborbonica. Il filo rosso che collega tutti i briganti è l’estrema miseria e la malagestione prima borbonica e poi sabauda. Anche oggi esiste una questione meridionale. Cosa direbbe un brigante del Sud Italia di oggi?
Il brigantaggio è figlio di uno Stato che, nel Mezzogiorno, fallì clamorosamente. Lo Stato unitario non comprese i territori che stava governando e scelse la via più semplice: la repressione. Ma sarebbe troppo comodo attribuire tutte le colpe al passato.
Il Sud di oggi continua a pagare quelle scelte, ma ha anche accumulato responsabilità proprie. Il Mezzogiorno contemporaneo è intrappolato in una doppia sconfitta: da un lato subisce dinamiche economiche e politiche decise altrove, dall’altro spesso non riesce a costruire una reale alternativa.
Classi dirigenti mediocri, una politica locale incapace di visione, l’abitudine all’assistenzialismo e una rassegnazione diffusa hanno sostituito la rabbia e la ribellione con l’adattamento e la fuga. Se un brigante del Sud Italia potesse parlare oggi, direbbe che i briganti esistono ancora.
Non combattono più sui monti e non imbracciano fucili, ma resistono comunque. Sono quelli che restano quando tutto spinge ad andare via, quelli che scendono in piazza, quelli che difendono il lavoro, l’ambiente, la dignità dei territori.
Sono briganti senza armi, ma non senza conflitto. Brigante se more! nasce da questa consapevolezza. È un tributo alla mia terra, ma non un atto di nostalgia. È un libro che prova a ricordare che il Sud non è solo una vittima, ma nemmeno un innocente assoluto. È un luogo dove la storia ha lasciato ferite profonde e dove, ancora oggi, la resistenza è spesso l’unica forma di dignità possibile.
Un aspetto che colpisce del libro è il profondo radicamento dei briganti con l’ambiente naturale. A tratti sembra quasi che i boschi e le valli combattano insieme ai rivoltosi. Cosa è rimasto di quel mondo rurale che ha rappresentato il nerbo del Sud Italia per secoli?
La natura non era uno sfondo: era parte integrante del brigantaggio. I monti, i boschi, le valli erano rifugio, protezione, identità. Quel mondo rurale ha rappresentato per secoli la spina dorsale del Sud, ma è stato progressivamente smantellato, prima dalla repressione militare e poi da uno sviluppo che ha svuotato i territori senza offrire alternative.
Oggi quel mondo è in gran parte abbandonato. Paesi che si spopolano, terre lasciate a se stesse, comunità che si dissolvono. Eppure, anche qui, qualcosa resiste. Resistono le persone che restano, che difendono il territorio, che si oppongono allo sfruttamento e all’oblio.
Anche in questo senso i briganti non sono finiti: sono coloro che continuano a difendere la propria terra senza armi, ma con una ostinazione che spesso ha lo stesso sapore della rivolta.
Finché esisterà qualcuno disposto a non arrendersi, a restare quando tutto invita alla fuga, a difendere la propria terra contro l’abbandono e la rassegnazione, il brigantaggio, inteso come conflitto e difesa, non potrà dirsi davvero concluso.
Redazione
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