In questo inizio d’anno, mentre il tempo si rinnova e ci offre la consueta occasione di guardare avanti, voglio rivolgermi a te, avversario — non nemico. Anche tra chi pensa diversamente esistono momenti in cui la riflessione può precedere la parola, e la parola può precedere l’azione. Ti parlo dopo anni di scherni, di allusioni, di caricature. Ti parlo non per difendermi — chi sente di doverlo fare ha già perso — ma per chiarire. Perché tu, che continuo a chiamare avversario e non nemico, hai almeno tentato, talvolta, di capire.
Oltre lo stigma: le radici della stanchezza
Il militante di destra radicale che continui a immaginare come rozzo, rabbioso od ottuso, nasce in realtà da una stanchezza profonda. Non dall’odio, ma dalla saturazione; dalla fatica di vivere in un mondo che non conosce più il silenzio, che confonde il bene con l’approvazione, la libertà con l’assenza di forma, la giustizia con la vendetta morale. Se reagisce, è perché per anni ha ascoltato insulti travestiti da ironia, lezioni travestite da etica, provocazioni spacciate per progresso. Ha capito che dietro la tua pretesa di superiorità morale si nasconde spesso una paura speculare: quella che esista un altro modo di stare al mondo, non compatibile con il tuo.
Il custode del limite e il rifiuto della dissoluzione
Il militante di destra radicale non è ciò che dici. Non è un nostalgico che sogna il ritorno, ma un custode del limite che rifiuta la dissoluzione. Non crede che tutto ciò che viene dopo sia automaticamente migliore, né che la storia proceda per un accumulo di diritti slegati dai doveri. In questo, forse, ti appare duro; ma è una durezza rivolta prima di tutto a sé stesso. Tu lo accusi di autoritarismo perché non accetta il relativismo, di violenza perché non si inginocchia davanti al vittimismo, di oscurantismo perché osa dire che non tutto è negoziabile.
Indipendenza dal consenso e tribunale morale
Ciò che davvero ti inquieta è che egli non chieda di essere assolto. Non cerca il tuo consenso, né il tuo perdono. Rivendica il diritto di stare in piedi senza passare attraverso il “tribunale morale” del presente. C’è in lui una dimensione profondamente romantica; non il romanticismo dell’evasione, ma quello della fedeltà: fedeltà a parole antiche e oggi sospette, a ciò che resiste al tempo. Patria, Ordine, Identità, Comunità, Appartenenza: non sono vissuti come slogan, ma come strutture interiori, come argini contro la piena.
La resistenza culturale e il linguaggio
Egli legge, pensa, scrive. Non per occupare spazi accademici o mediatici, ma per resistere all’analfabetismo emotivo e concettuale che il tuo campo chiama “sensibilità”. Sa che il potere, oggi, passa dal linguaggio, e che chi accetta le tue parole finisce per accettare anche la tua visione dell’uomo. Non sogna utopie, perché conosce il prezzo che esse chiedono agli uomini reali. Preferisce il rifugio al paradiso, la misura all’eccesso, la continuità alla rottura permanente. Ama l’orizzonte, il mare, la distanza: non per fuggire dalla realtà, ma per ricordare che il mondo non coincide con il tuo recinto ideologico.
Una militanza di durata
Se è minoritario, non se ne lamenta. Ha accettato l’isolamento come destino di chi non si allinea. La sua militanza non è isterica, ma tenace; non vive di tendenze, ma di durata. Non punta alla conquista immediata del potere, ma alla sopravvivenza di un’idea dell’uomo che tu consideri superata — e che proprio per questo non sei riuscito a seppellire. Ecco perché viene criticato: non perché rappresenti il passato, ma perché testimonia un’alternativa. Non perché sia incapace di adattarsi, ma perché sceglie consapevolmente di non farlo.
Un augurio di vigile rispetto
Ti parlo dunque, avversario, non per convincerti — so che non accadrà — ma perché tu sappia che dietro ciò che combatti non c’è il mostro che ti è stato raccontato. C’è invece un custode che resta, che resiste, che misura le parole prima di pronunciarle e l’azione prima di compierla. Che questo anno ci trovi vigili, ognuno nella propria verità, capaci di rispettare le differenze senza cedere all’odio e senza smarrire la misura. Non chiedo che tu condivida la mia visione, ma che riconosca chi sceglie di restare, anche quando il mondo urla il contrario. Buon anno, avversario: possa la distanza tra noi essere sempre spazio di dialogo, e mai campo di distruzione.
Gianluca Mingardi
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