Questa domanda necessita di un premessa, per permettere anche a chi è digiuno della storia processuale relativa alla strage del 2 agosto 1980, a Bologna, di comprendere i fatti per quello che sono stati e sono.
1 marzo 2000 – ventisei anno or sono – il quotidiano romano “il Messaggero” pubblica un’intervista esclusiva con Ilich Ramirez Sanchez, detto “lo sciacallo”, il più famoso terrorista internazionale al soldo dei servi segreti comunisti di mezzo mondo e delle frange estremiste del Fronte popolare per la liberazione della Palestina. A un certo punto del dialogo, lo “scoop”: «A Bologna un compagno, probabilmente sotto sorveglianza, viaggiava senza bagagli cercando di fuggire dopo l’identificazione. È sceso alla stazione mentre il treno era ancora in corsa e si è trovato nel piazzale della stazione poco prima che esplodesse una bomba».
Dunque, il più famigerato “bombarolo” degli anni ’70 e ’80 rivelava come un suo uomo, la mattina del tremendo attentato, fosse presente alla stazione di Bologna.
Cinque anni dopo, su input della magistratura e della polizia tedesca, nonché grazie alla perizia di Gian Paolo Pellizzaro e Lorenzo Matassa, collaboratori della Commissione parlamentare “Mitrokhin”, viene alla luce, dalle polverose stanze dell’archivio della Questura di Bologna, un fascicolo intestato a Thomas Kram, terrorista comunista tedesco, esperto nella confezione di bombe da far esplodere nelle piazze e sui treni, il quale sarebbe stato identificato nel capoluogo emiliano, come pernottante all’hotel centrale, nella notte a cavallo tra primo e 2 agosto. Kram non era solo un terrorista “rosso”, ma proprio uno degli uomini di Carlos.
Dunque, nel volger breve di un lustro, si viene a scoprire come le voci e gli indizi sulla possibile matrice palestinese della Strage di Bologna non fossero così campate per aria, come pretendevano i procuratori di Bologna, né così fragili. Tutt’altro.
Infatti, la scoperta di Pellizzaro e Matassa non era stata una conseguenza diretta delle dichiarazioni dello “Sciacallo”, ma il frutto di un’indagine indipendente che, però – facendo assumere grandissimo valore al riscontro proprio in virtù della casualità – ne confermava il racconto
Da oltre 10 anni, Francesca Mambro e Giuseppe Valerio Fioravanti erano stati dichiarati colpevoli per gli 85 morti, ma pendeva ancora il giudizio a carico di Luigi Ciavardini. Non ostante questa “finestra” che avrebbe permesso di esplorare la “pista Carlos”, i magistrati di Bologna si sono guardati bene dal chiedere che il terrorista sudamericano, ormai in carcere in Francia perché riconosciuto colpevole di atti analoghi a quello di Bologna, fosse estradato per raccontare ciò che sapeva e sa.
Men che meno, Carlos sarebbe chiamato a deporre negli anni successivi, quando la Procura e la Procura generale di Bologna instaurarono, uno dopo l’altro, i processi – veri e propri orrori nella nostra storia giudiziaria – a carico di Gilberto Cavallini e Paolo Bellini. Processi che, come si dimostrerà in una delle prossime puntate, non hanno affatto raggiunto le certezze strombazzate da certi organi di stampa e da certi partiti.
Perchè?
Com’è possibile – nella cornice storica e giudiziaria più controversa della storia repubblicana – rifiutarsi ostinatamente di ascoltare – per di più, nell’ambito di un iter giudiziario senza fine, dove le perdite di tempo realmente inutili si sono rincorse più numerose dei podisti alla maratona di New York – un protagonista assoluto, se non proprio l’elemento di punta dell’intera stagione terroristica degli “anni di piombo” europei, nel momento in cui ha detto e dice di sapere la verità su Bologna?
Chi mente spudoratamente, oppure, in realtà, ha ben poco da dire, in un’aula di giustizia, si sarebbe fatto e si farebbe presto a smentire. Non ascoltare Carlos, nella veste di “persona informata dei fatti”, invece, significa solamente difendere pregiudizialmente un esito giudiziario che anche per molti di coloro che lo accettano rimane, comunque, controverso e lacunoso.
Da qui, la prima di un serie di domande che si vorrebbe non restassero senza risposta: perché i magistrati italiani e, in particolare, quelli di Bologna, hanno paura delle verità di Carlos?
Massimiliano Mazzanti
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