Ogni volta che si avvicina un referendum, il dibattito pubblico in Italia segue uno schema ormai prevedibile. Non si discute davvero del merito dei quesiti, non si spiegano le conseguenze concrete del voto, non si stimola una scelta consapevole.
Si costruisce invece un movimento mediatico in cui l’attenzione viene spostata dalle questioni ai personaggi. Il primo segnale di questa distorsione è il solito giochino: politici, opinionisti, personaggi pubblici messi in vetrina a dichiarare se voteranno SÌ oppure NO. Non è informazione, è marketing politico.
Un sondaggio tra tifoserie politiche
Il messaggio implicito è chiaro: non importa capire il quesito, importa schierarsi con la faccia che ti è simpatica o contro quella che ti è antipatica. In questo modo il referendum, che dovrebbe essere lo strumento più diretto della sovranità popolare, viene ridotto a un sondaggio sulle tifoserie politiche. È un meccanismo che funziona soprattutto sui meno attenti — cioè sulla maggioranza degli elettori — trasformando una scelta giuridica in una reazione emotiva. Il secondo elemento di confusione è il modo in cui l’informazione affronta i temi collegati ai referendum. Si insiste su problemi reali del sistema — come la responsabilità dei magistrati, le inefficienze della giustizia, la lentezza dei processi — ma spesso lo si fa senza spiegare se e quanto questi aspetti siano davvero toccati dai quesiti referendari.
Il risultato è un dibattito spostato altrove: si parla dei difetti storici della giustizia italiana, si evocano casi clamorosi, si alimentano indignazioni, ma raramente si chiarisce cosa cambierebbe concretamente con una vittoria del SÌ o del NO. È una tecnica comunicativa precisa: amplificare problemi generali per orientare il voto su questioni specifiche che, in realtà, potrebbero avere effetti molto più limitati di quanto si voglia far credere. Di fronte a questo scenario, credo che chi appartiene a movimenti identitari di destra dovrebbe fare uno sforzo in più rispetto all’elettore medio. Se davvero rivendichiamo autonomia di pensiero, radicamento culturale e diffidenza verso il sistema politico dominante, non possiamo poi comportarci come semplici esecutori delle indicazioni di questo.
SÌ e NO
Seguire automaticamente la linea di una segreteria significa accettare la stessa logica che critichiamo: quella per cui la politica è appartenenza tribale, non scelta consapevole. Il punto, però, è ancora più radicale. Il referendum viene presentato come una scelta netta tra due soluzioni opposte, SÌ e NO, entrambe raccontate come decisive e assolute. Ma questa rappresentazione, come dicevo prima, è spesso illusoria se non addirittura falsa.
Quando entrambe le opzioni vengono sostenute da apparati politici, mediatici e istituzionali che restano identici a prescindere dall’esito, il voto rischia di somigliare al paradosso del bugiardo: due affermazioni che si negano a vicenda ma che, proprio per questo, rivelano la stessa inconsistenza. SÌ e NO finiscono allora per apparire come la punta di due iceberg della stessa dimensione. Cambia la parte visibile, ma sotto la superficie restano intatti gli equilibri di potere, i meccanismi burocratici e le strutture che incidono davvero sulla vita dei cittadini.
Noi vediamo la scelta, ma non la massa reale che la sostiene. E se un giorno ci trovassimo a sbattere contro — dentro un tribunale, un ufficio, una procedura amministrativa — potremmo scoprire che quella massa sommersa era sempre la stessa, indipendentemente dalla scheda votata. Proprio come i passeggeri del Titanic, convinti di navigare su una rotta sicura mentre l’ostacolo decisivo restava invisibile.
La vera scelta
Se le due risposte producono lo stesso sistema e se entrambe vengono presentate come soluzioni mentre non scalfiscono ciò che conta davvero, allora la vera scelta non sta tra SÌ e NO. La vera scelta diventa sottrarsi a questo schema. Per questo ritengo che, in certe condizioni, l’atto più coerente per un cittadino che voglia mantenere autonomia di giudizio non sia scegliere una delle due opzioni offerte, ma rifiutare l’alternativa stessa.
Non per disinteresse, ma per consapevolezza. Non per passività, ma per non legittimare una decisione che, comunque vada, rischia di restare sulla superficie. In un referendum che riduce la partecipazione a un gesto simbolico senza conseguenze reali, la scelta più politica può diventare proprio quella di non votare.
Non come fuga, ma come affermazione: se entrambe le risposte sono dannose o inutili per i cittadini, l’unica verità possibile non sta nella scheda, ma nel rifiuto di usarla.
Gianluca Mingardi
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