Il precedente Almasri: la sicurezza oltre la burocrazia
Tempo fa l’Italia, o meglio il suo Governo, ha rispedito al suo Paese un cittadino libico, Almasri, per motivi di Sicurezza Nazionale. Se ricordate, il generale libico era anche colpito da un provvedimento di arresto internazionale per una serie di reati, dalla tortura all’omicidio, commessi comunque nel suo Paese. Ma l’Italia non ha eseguito l’arresto, per motivi che qui non serve discutere (sottolineo solo che forse anche noi abbiamo abolito un pezzettino del diritto internazionale); ha solo considerato la personalità, anche criminogena in generale, la possibilità di “contaminazioni” degli ambienti frequentati e ha ritenuto di espellerlo perché costituiva un rischio per la sicurezza nazionale.
Poi lo ha espulso fornendogli tutte le comodità possibili e facendoci pagare il pieno del lussuoso jet utilizzato, ma questo è un altro discorso. Da notare che questa pratica, con queste motivazioni, è sottratta al sindacato anche preventivo della magistratura e normalmente può essere coperta da segreto.
L’ascesa dei “maranza” e il rifiuto dell’integrazione
Ora prendiamo in considerazione la cronaca ormai giornaliera delle bande di giovani o giovanissimi (minorenni), soprattutto di origine nordafricana, che impazzano per le nostre città commettendo ogni sorta di crimini sino all’omicidio. Parliamo dei cosiddetti “maranza”: giovani di cultura e religione islamica radicale, acquisita per lo più in famiglia, poi nei gruppi di coetanei o sul web, che sono oggi protagonisti di efferate aggressioni armati di coltello, per motivi di rapina ma più spesso per affermare con violenza la loro “dominanza” (passatemi questo termine) e la loro legge.
Le caratteristiche tipiche di queste categorie di giovani criminali non hanno bisogno di ricerche sociologiche, perché le dichiarano apertamente e orgogliosamente loro stessi: sono in massima parte di religione islamica; non intendono in nessun caso integrarsi nel rispetto della società che li ospita; si sentono soggetti solo alla loro legge e non riconoscono l’autorità dello Stato, come dimostra il fiorire nascosto dei tribunali islamici. Disprezzano la società civile occidentale e ancor più le donne, dando scarsa o nulla importanza alla vita altrui. La violenza è la manifestazione esteriore della loro “dominanza”, che sono sicuri si estenderà a tutta la nazione, e soprattutto a Roma, identificata come sede del Papa e quindi degli “infedeli”.
Una soluzione drastica: espulsione e deterrenza
Provate a leggere i testi delle canzoni dei trapper, se reggete all’orrido e all’esaltazione della violenza, pensando che i nostri figli ne sono assidui consumatori. Tutto questo emerge da interviste e trasmissioni televisive che finiscono, certo incolpevolmente, per esaltare la loro visione. Bene, mi pare che, stante questa realtà, la pericolosità per la nostra società — quindi per la sicurezza nazionale — sia ben più grande di quella di Almasri. Per cui, la violenza si sconfigge con la forza, non con la comprensione.
Nello specifico credo che, più che alla normale giustizia, si debba ricorrere a rimedi straordinari affinché si abbia un reale effetto dissuasivo. In occasione del prossimo accoltellamento o aggressione, si riconosca il pericolo per la sicurezza nazionale e, in contemporanea con i responsabili, si “prelevino” le loro famiglie (che non hanno vigilato o, peggio, hanno contribuito alla radicalizzazione). Indipendentemente da permessi di soggiorno o lavoro, siano tutti imbarcati su un volo militare ed espulsi verso il Paese d’origine.
Questa operazione è tecnicamente possibile, può essere secretata e non ammette sindacato della magistratura. Costituirebbe una grande manifestazione di forza dello Stato e avrebbe un micidiale potere dissuasivo. Credo che tutti siamo disposti a condividere la… benzina. Non c’è bisogno di nuovi decreti: si può cominciare domani. Non dico sia facile, ma se hai il potere che gli italiani ti hanno dato, USALO. Altrimenti stai a casa.
Giovanni Preziosa
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