Mentre tu passi le serate a studiare il calendario delle restrizioni europee per capire se la tua vecchia caldaia a gas verrà dichiarata illegale entro martedì, i signori di Silicon Valley hanno deciso di passare alla fase “secessione” a Indian Creek. Questa non è una semplice isola artificiale, ma il sogno bagnato di ogni oligarca che si rispetti: un luogo che chiamano il “Bunker dei Miliardari”, dove però il fango delle trincee è stato sostituito da marmi pregiati e cocktail serviti a bordo piscina.

L’ultimo acquisto record porta la firma di Mark Zuckerberg, il piccolo grande uomo di Meta che ha appena sganciato 170 milioni di dollari per una villa a Indian Creek, Miami. Una cifra che basterebbe a risanare le finanze di un piccolo stato africano o, in alternativa, a coprire le multe che l’Unione Europea gli infligge mediamente ogni settimana per i suoi pasticci sulla privacy.
Un ponte sorvegliato per l’aristocrazia del silicio
In questo paradiso recintato, il buon Mark troverà vicini di casa discreti e umili come Jeff Bezos, che ormai colleziona ville con lo stesso accanimento con cui noi raccoglievamo le figurine dei calciatori, oltre a Ivanka Trump e Tom Brady. La sicurezza nell’isola è talmente ossessiva da rasentare il feticismo, garantita da una forza di polizia privata che conta un agente ogni cinque abitanti.
L’accesso è filtrato da un unico ponte sorvegliato manco fosse il Checkpoint Charlie ai tempi del Muro di Berlino, e la privacy è talmente blindata che Zuckerberg ha scelto di comprare la magione direttamente da Aaron Rollins, il chirurgo plastico delle star. Un passaggio di testimone quasi poetico che vede il mago del botox cedere il posto al mago degli algoritmi.
Predicare l’inclusione dal salotto blindato
La parte più esilarante della vicenda resta però l’ipocrisia a emissioni zero che ammanta questi personaggi. Parliamo degli stessi eroi che, dai palchi di Davos o tramite post strappalacrime su Instagram, ci spiegano quanto siano fondamentali l’inclusione e la sostenibilità ambientale, salvo poi barricarsi dietro mura insormontabili.
Zuckerberg si professa da sempre un fan dei confini aperti e dell’abbattimento delle barriere globali, dimenticando però di applicare la teoria a casa propria. A Indian Creek il concetto di inclusività si ferma bruscamente al casello d’ingresso: se non hai almeno nove zeri sul conto, l’unico modo per essere “incluso” è farti assumere come cameriere o addetto alla manutenzione dell’acquario da cinquemila litri della sua umile dimora. Mentre a noi viene suggerito di vivere nelle “città dei 15 minuti”, spostandoci a piedi e mangiando proteine di grillo per non emettere anidride carbonica, Mark si gode una reggia da quasi tremila metri quadrati. L’impronta ecologica necessaria per climatizzare un simile mostro architettonico o per alimentare la sua biblioteca con passaggio segreto è immensa, ma d’altronde lui pianta alberi virtuali nel Metaverso, quindi immagino che siamo pari.
L’esodo dorato verso il porto dell’evasione legale
Per chi volesse buttarla sulla questione razziale, meglio lasciar perdere le suggestioni da complotto: la religione di questi signori è una sola e si chiama tutela del portafoglio. Zuckerberg e soci stanno semplicemente scappando a gambe levate dalla California perché il paradiso progressista che loro stessi hanno contribuito a plasmare è diventato invivibile e, soprattutto, decisamente troppo costoso a causa della pressione fiscale.
La Florida rappresenta il nuovo porto sicuro, un luogo dove non esiste la temuta tassa sui miliardari e dove si può osservare l’apocalisse climatica, che loro stessi ci annunciano ogni giorno come imminente, comodamente seduti su un patio di marmo protetti da una milizia privata pagata profumatamente.
In conclusione, il messaggio di Mark è chiaro: lui ci vuole tutti connessi, inclusivi e rigorosamente green; lui, nel dubbio, preferisce restare isolato, esclusivo e con l’aria condizionata sparata al massimo.
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