Da decenni, si assiste con significativa frequenza al fenomeno dell’attenzione “critica” che le culture avvinte alla modernità e coinvolte nel processo della sua decomposizione, riservano all’opera di Pier Paolo Pasolini. Essa è oggetto di giudizi che, pur movendo da motivazioni e sensibilità diverse per provenienza culturale e ideologica, concordano nell’ attribuire alla variegata produzione dello scrittore connotazioni spiccatamente “reazionarie” che, in base a deduzioni superficiali quanto inverosimili, parrebbero costituire una sconfessione della sua originaria (e sempre riaffermata) opzione marxistica.
Sui supposti contenuti “regressivi” ascritti a un’opera ove alla torbidità di un grezzo è degradante realismo si affiancano putrido compiacenze immoralistiche e crepuscolari malinconie per il tramonto del mondo preindustriale e contadino, si è orchestrato il gioco delle mistificazioni speculari che tra le caute perplessità della sinistra e i vivi apprezzamenti della destra, ha impudentemente diffuso l’immagine contraffatta di un Pasolini “cristiano” e coraggioso interprete dei valori tradizionali.
Le fragili suggestioni alimentate dal concorso spontaneo di progressisti, catto-laici e neo-destri, hanno coperto con il falso candore di una religiosità spuria, la costante direzione e il senso ultimo del percorso culturale di Pasolini: la rivolta oscuramente anarcoide contro la legge divina e la trama di relazioni gerarchiche preposte a renderla temporalmente efficace.
Accantonare ogni riferimento alla prospettiva centrale ora richiamata, equivale a gingillarsi con i grossolani equivoci accumulati dalla pochezza di una critica letteraria soggiacente alla temperie fumogena del nichilismo e delle sue deiezioni.
Quanti hanno favoleggiato di un Pasolini “cattolico di desiderio”, occorre chiarire che la spiritualità esclude l’attrazione patologica in ogni caso, per gli aspetti più sordidi della realtà sociale e che, come ha opportunamente notato Fausto Gianfranceschi, “i cattolici non hanno bisogno del suo parere per avversare l’aborto”.
Sulla scia dei fraintendimenti che hanno segnato “la fortuna critica” di Pasolini, risulta inoltre incomprensibile come la polemica da lui condotta contro “l’ omologazione” del costume e del linguaggio, possa addursi a riprova della sua pretesa anti-modernità; non sarebbe infatti difficile rilevare che la denuncia del clima spiritualmente uniforme e opaco proprio del capitalismo, delineata con ben altra ricchezza e organicità di premesse dottrinali da autori tenuti rigorosamente ai margini della “cultura ufficiale”, risente nello scrittore di limiti consistenti, riconducibili alle sue già ricordate scelte ideologiche.
Non a caso, l’appiattimento della società non gli appare come l’effetto logico e storico di una antropologia che, con l’avvento dell’oscurantismo dei “lumi”, ha sottoposto l’uomo alla logica alienante di un mondo meccanizzato. Chiunque non sia condizionato dalle sopravviventi chimere illuministiche, sa perfettamente che la difesa del progresso moderno e della sua dissennata tensione a disfarsi con ogni sorta di aberrazioni dell’ordine morale, rappresenta il mezzo più adatto a puntellare il sistema: quel sistema intento a celebrare coralmente Pasolini come “grande intellettuale” e a sbandierarne il “mito” che, a dispetto della tenacia dei suoi propagatori, svela i meschini contorni della sofisticazione e dell’inganno.
Paolo Rizza
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