Una tregua, voluta da Trump, è stata imposta ai palestinesi di Gaza, già sotto la minaccia di un totale genocidio, con mezza striscia occupata sine die dall’esercito di Tel Aviv (“il più morale al mondo”, come ha avuto il coraggio di autodefinirsi), una tregua continuamente violata da Israele con bombardamenti terroristici che continuano ad assassinare civili, come avviene in Libano, dove sono quotidiani gli attacchi che violano gli accordi sottoscritti, mentre il sud del paese rimane soggetto a una pesante occupazione delle truppe israeliane che avrebbero dovuto ritirarsi da mesi.
In Cisgiordania prosegue la pulizia etnica dei palestinesi da parte dei coloni israeliani, barbari e fanatici che rivendicano con una violenza vile (i palestinesi non possono difendersi) e criminale una terra che non è mai stata loro. Gli attacchi e gli assassinii terroristici non sono mai cessati anche in Siria e altrove, alla faccia della sovranità degli Stati, nel silenzio della comunità internazionale che ignara delle pubbliche opinioni interne, tutto tollera, tutto giustifica perché, sostengono i falsificatori del campo largo filo-sionista di liberal e teocon, “l’unica democrazia del medio-oriente ha il diritto di difendersi”. Tutto in vista di una presunta pace con i palestinesi esclusi dal governo della loro terra che verrà assegnato ad americani, ad arabi collaborazionisti e vassalli degli USA, a speculatori immobiliari, con la volenterosa e totalmente ininfluente, ma economicamente interessata, partecipazione degli europei, ridicoli nella loro smania di dimostrare comunque di esistere.
Prima di proseguire, e perdonatemi l’irrituale uso della prima persona, devo farvi una confessione. Questa: i pro-pal nostrani mi stanno fortemente, oh quanto fortemente, sulle palle. Ed è un eufemismo. Con quelle facce brutte da centri sociali, con i capelli lunghi raccolti a chignon sulle loro teste e sulle loro facce non rasate, con quelle mal invecchiate nonne del Leoncavallo, con gli sprangatori antifascisti, con quei professorini saccenti e ignari dei congiuntivi, con quelle presunte intellettuali semicolte che provocano la logica e la grammatica con i loro cretinismi femministi del “tutte e tutti”, “cittadine e cittadini”, con l’abominio dei bambini portati alle loro scomposte manifestazioni, con le oscene bandiere rosse, con le magliette con la scritta “partigiani sempre”, con gli insopportabili canti di “Bella Ciao”, la mia antipatia (è un altro eufemismo) verso di loro è prepolitica, antropologica, viscerale. E questa antipatia la estendo, senza esitazioni, anche ai “capitani coraggiosi” della Flottiglia di qualche mese fa, anch’essi cantanti “Bella Ciao” e mal accompagnati da quella Greta, già urlatrice frignante con le sue terroristiche menzogne sulla Terra che, a causa dell’uomo, si autodistruggerà fra pochi mesi.
Tuttavia, anche se sostenuta da una sinistra di energumeni discutibili e politicamente odiosi, la causa della Palestina libera è giusta e doverosa. Moltissimi a destra, in senso lato, guardano con simpatia a questa causa. Se i naviganti verso Gaza potevano risultare antipatici, onestà intellettuale vuole che si ammetta che hanno dimostrato, col loro gesto, del coraggio. Si sono messi da soli, per una causa indubbiamente nobile, nelle fauci di uno stato massacratore e genocida che ben sapevano che non sarebbe stato tenero con loro. Uno stato che non solo ha proclamato un blocco navale totalmente illegittimo davanti a coste non sue. Non solo ha bombardato le barche con i droni. Non solo ha aggredito la piccola flotta e ha sequestrato con la violenza equipaggi disarmati. Non solo lo ha fatto in acque internazionali. Non solo ha portato a terra questi attivisti percuotendoli con violenza e procurando loro fratture, soprattutto alle braccia (è una tecnica voluta?). Non solo ha costretto queste persone legate con le mani dietro la schiena a stare in ginocchio, viso a terra, per intere giornate, senza cibo né acqua e senza i medicinali di cui alcuni di loro avevano bisogno (non è tortura, questa?), ma è arrivato all’abiezione di un suo ministro ultra-sionista che, mentre erano legati, in ginocchio e faccia a terra, è andato da loro, li ha insultati, minacciati e li ha definiti terroristi. Ecco, questi attivisti saranno quello che saranno, continueranno a essermi antipatici, continuerò a considerarli avversari politici, ma non posso non provare per loro rispetto e persino ammirazione. E, anche costo di dispiacere a qualcuno, considero assai disdicevole che politici di presunta destra si siano scagliati con disprezzo contro costoro, definendoli “pagati da Hamas”, con ciò mettendosi sullo stesso piano di quel ministro sionista. E trovo disdicevole che giornalisti, sempre di quella presunta destra, li abbiano dileggiati con un sarcasmo del tutto fuori luogo. Trovo disdicevole che uno di questi giornalisti li abbia definiti “marinaretti” e che un altro, di un quotidiano che trovo peraltro migliore di altri, LaVerità, li abbia scherniti definendoli “croceristi”. E trovo stupefacente che un Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, a proposito di blocchi navali e di sequestri di equipaggi in acque internazionali, possa dichiarare con la solita aria svagata che: “Il diritto internazionale conta, ma fino a un certo punto”.

E qui si apre un tema politico assai importante che non dobbiamo ignorare. E’ credibile la convinzione che la Destra, in senso lato e, absit iniuria verbis, “inclusivo” debba essere filo-israeliana e lo sia sempre stata compattamente? Questa convinzione non rappresenta piuttosto una falsificazione storico-politica? Visto che il partito che si dichiara di destra ha mantenuto un simbolo, sia pure gravemente mutilato della sua parte più importante e significativa (il trapezio originariamente nero e le tre lettere erano un chiaro memento), che tuttora fiammeggia nel suo marchio, cosa ci dice la storia che questo simbolo rappresenta?
Partiamo dall’inizio, dal MSI, appunto: “Il MSI nasce filo-arabo, sull’onda delle posizioni dell’ultimo fascismo”. A scriverlo è Gianni Scipione Rossi, giornalista che ha lavorato in Rai, al Giornale d’Italia e persino al Secolo d’Italia, autore di un testo “La destra e gli ebrei”, edito da Rubettino, su la destra italiana e “la questione ebraica” (dalla presentazione in quarta di copertina). Un testo ben informato, ben scritto (la fonte per alcune delle informazioni qui riportate) ma, sul tema, piuttosto appiattito sulla obbligata e obbligante vulgata corrente.
Nel suo primo ventennio di vita, la posizione del MSI su Israele è ambigua, o meglio tra i suoi esponenti prevale una “opzione preferenziale” filoaraba. In molti c’è un certo disinteresse. In altri c’è ammirazione, più sentimentale che politica, per la capacità guerriera e lo spirito nazionalistico di Israele. Altri contestano la scelta filo-francese del partito in merito alla questione algerina. “In cambio di che cosa – si chiede Pino Romualdi – l’Italia rinuncia all’amicizia degli arabi, per far piacere alla Francia?”. Poi, con il progressivo spostamento di parte del mondo arabo e soprattutto dell’Egitto di Nasser, che era guardato con simpatia da molti intellettuali di destra europei, come Maurice Bardèche, nel campo sovietico, una scelta peraltro obbligata dalla posizione sempre più filo-sionista degli Stati Uniti, nel MSI scattò, per una sorta di automatismo anticomunista, una sorta di inedita simpatia per Israele. Quando quest’ultimo, nel giugno del 1967, scatenò la “guerra dei sei giorni”, aggredendo di sorpresa l’Egitto, la Siria e la Giordania, distruggendo i loro eserciti anche grazie a una schiacciante superiorità aerea e tecnologica e occupando i loro territori quadruplicando la sua estensione territoriale, il MSI si schierò con Tel Aviv, anche se per nulla compatto al suo interno e con altre componenti della Destra posizionate, e con molta decisione, con il mondo arabo. C’era una sorta di semplicistico automatismo in questa nuova postura, che venne aspramente criticata da alcune testate d’area come L’Orologio, che contestò “il ricatto occidentalista” e “lo zelo anticomunista, per cui ci saremmo dovuti schierare sempre nella posizione antitetica a quella assunta dai comunisti e dalla Russia”.La destra radicale di Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale e del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese condannarono sempre, e in tempi diversi, la scelta filo-sionista del MSI, così come una parte dei reduci della RSI. Posizione radicale è quella di Avanguardia Nazionale che, nelle sue tesi programmatiche, sostenne che “il sionismo […] in due millenni è stato costantemente il nemico della civiltà tradizionale europea”.
La posizione filo-israeliana rimane quella ufficiale del MSI, pur se con una certa prudenza. Anche in occasione della “guerra del Kippur” del 1973, in nome di un confuso “occidentalismo anticomunista”, si appoggia Israele, ritenendo che gli arabi siano uno strumento di Mosca e Israele “abbia il diritto di difendersi”. Tuttavia, ancora una volta, non c’è unanimità nel partito: le minoranze di Pino Romualdi e di Pino Rauti rimanevano su posizioni diverse. Romualdi dichiarerà: “sull’argomento in questione non esistono, né potrebbero esistere, indirizzi ufficiali e obbligati”. E riconosce che “nel ’46 furono fatti dei grossi torti alle popolazioni arabe della Palestina”. Anche la posizione di Beppe Niccolai, da sempre “eretico” rispetto a molte posizioni del partito e da sempre anti-occidentalista e anti-americano, è ovviamente filo-palestinese. Curioso il caso di Maurizio Gasparri che, nel 1979, dirigente del Fronte della Gioventù, pubblica sull’organo ufficiale del Fronte Dissenso un articolo in cui auspicava una più attenta “strategia dell’attenzione verso il mondo arabo”, perché: “non sempre gli occidentali hanno agito in maniera chiara con i paesi arabi”, che sono stati così costretti a rivolgersi ai sovietici per trovare alleati disposti sostenere i loro diritti. Mal gliene incolse, perché venne rimbrottato dal segretario del Fronte e direttore della testata Gianfranco Fini che dichiarò che l’articolo “riflette opinioni e valutazioni personali dell’autore”. E’ lo stesso Maurizio Gasparri che nel 2002, assieme a Francesco Storace, Adolfo Urso, Gustavo Selva, Marco Zacchera e Andrea Ronchi andò in pellegrinaggio rituale in Israele. E’ lo stesso Maurizio Gasparri che ha recentemente presentato un decreto legge liberticida che in nome della lotta all’antisemitismo, equipara ogni critica allo stato d’Israele all’odio razziale. Comunque su Dissenso continuarono a testimoniare voci a favore della Palestina, come quelle di Augusto Rocca: “L’Europa dovrebbe schierarsi a favore della costituzione della nazione palestinese smettendo di appoggiare aprioristicamente Israele”. Da rilevare tuttavia che, pur nell’ambito di un pur discusso filo-sionismo, la posizione del MSI fu anche quella della necessità della coesistenza di due Stati.
Assai decisa è la posizione di Rauti e degli esponenti della sua corrente a favore della Palestina. Nazzareno Mollicone, storico esponente della corrente, così scriveva: “Dal 1980 […] ampi settori del MSI-DN hanno cominciato a sostenere la necessità che anche il Movimento […] abbandonasse la rigida posizione filoisraeliana (funzionale agli interessi egemonici sul Mediterraneo di Gran Bretagna e USA) per affrontare […] la situazioni dei territori palestinesi sotto occupazione israeliana”. Oggi suo figlio, Federico Mollicone, deputato di FdI, è presidente della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera. Andrea Augello, mancato prematuramente nel 2023, altro esponente rautiano, militante del FdG, poi sindacalista in UGL e infine senatore nelle file di FdI così scrive su Linea, testata rautiana, nel 1989: “Nonostante il massiccio ricorso alla tortura da parte dell’esercito israeliano l’Intifada mantiene desta l’attenzione sulla lotta di un popolo tenace. Una spina nel fianco degli Stati Uniti che si ostinano a fornire alibi ai falchi di Tel Aviv”. La posizione di Rauti influenzò non poco i movimenti giovanili del partito, in particolare il Fronte della Gioventù e il Fuan che, anche in dissenso con la posizione ufficiale del partito, furono sempre fortemente filo-palestinesi. Sono stati recentemente ripubblicati in rete due volantini del FdG del 1988 di Roma e di Milano, eloquentemente titolati rispettivamente: In Palestina si muore…Patria per i palestinesi. Sanzioni e isolamento politico contro la repressione israeliana e: Basta con il genocidio di un popolo! Solidarietà con la lotta della nazione palestinese. Come si vede, già negli anni ’80 a destra si parlava di “genocidio”. Numerose furono le manifestazioni della base giovanile a favore dei palestinesi.
Tra gli intellettuali, da segnalare la posizione di Giovanni Volpe, figlio dello storico Gioacchino Volpe, cattolico tradizionalista che, con le sue edizioni Volpe, la sua rivista La Torre e i suoi affollati convegni internazionali rappresentò un importante punto di riferimento culturale ed editoriale per la Destra tutta. Così Volpe si espresse nel 1981 su La Torre: “non abbiamo […] debiti da pagare, insolvenze in atto, non assolviamo a priori Israele da qualsiasi azione”. E nel 1982: “neanche gli ebrei possono pretendere che qualsiasi azione compiano, tutti debbano applaudire”. Giovanni Volpe non è il solo intellettuale di destra a essere fortemente critico con Israele. C’è anche Maurizio Blondet, anche lui cattolico tradizionalista, inviato di Avvenire, che in un saggio del 1992, I fanatici dell’Apocalisse. Ultimo assalto a Gerusalemme, edito da il Cerchio, così scrive: “Da un lato sono gli arabi palestinesi, musulmani e anche cristiani […]. Dall’altra parte sta lo Stato d’Israele. La terza potenza mondiale del pianeta, affiancata dalla superpotenza americana. […] E Israele non è solo l’occupante della Terra Santa. Gli Ebrei che la formano sono […] la sola comunità umana che possa efficacemente commettere il sacrilegio nei Luoghi Santi”. Anche oggi, presente nel dibattito ideologico e culturale col suo blog, Maurizio Blondet non ha cambiato posizione. Leo Valeriano, cantautore e cabarettista al Bagaglino e al Giardino dei supplizi di Roma, e “il primo chansonnier della destra italiana”, così lo definisce Gianni Scipione Rossi nel suo testo citato, si chiede perché si debba tifare per Israele, tanto più che “verso di noi gli ebrei non hanno certo un atteggiamento benevolo”.
L’editoria di destra e non conformista dell’epoca non mancò di produrre testi decisamente anti-sionisti. Nel 1971 le Edizioni di Ar di Franco Freda pubblicano Il nemico dell’uomo, una raccolta di poesie della Resistenza palestinese, tradotte da Claudio Mutti. Di Piero Sella ricordiamo un denso e documentato saggio storico-politico su Israele: Prima di Israele. Palestina, nazione araba, questione ebraica, Edizioni dell’Uomo libero, 1990. Un testo sulla “questione ebraica”, la nascita dello “stato coloniale” ebraico, la sua conquista della Palestina, la cacciata dei palestinesi e il contesto internazionale degli eventi. La rivista, di buon livello storico-politico e culturale, L’Uomo libero di Mario Consoli, Sergio Bozzoli e dello stesso Piero Sella, dedicava nei suoi fascicoli ampi spazi al tema dell’occupazione sionista della Palestina. Una delle case editrici storiche del neo-fascismo, Sentinella d’Italia, pubblicò il romanzo Il sangue d’Israele del francese Saint-Loup (pseudonimo di Marc Augier), una denuncia della persecuzione israeliana contro i palestinesi (“aggrediti, spoliati, deportati”). Anche più recentemente, nel 2017, l’editore Passaggio al Bosco ha pubblicato un interessante testo di Roger Coudroy, Ho vissuto la resistenza palestinese. Un militante nazionalrivoluzionario con i Fedayin, con un intervento anche di Claudio Mutti. E’ il diario di un militante di Jeune Europe, l’originale movimento politico transnazionale euro-nazionalista e anti-atlantista fondato e guidato dal belga Jean Thiriart, di cui fece parte anche un giovane Franco Cardini, dopo essere fuoriuscito dal MSI perché troppo filoamericano. Roger Coudroy si arruolò volontario, primo europeo, tra i fedayin per combattere contro l’occupante sionista della Palestina e cadde in combattimento, a 33 anni, il 3 giugno 1968, in uno scontro a fuoco con l’esercito israeliano. Scrive Saint-Loup nel suo già citato romanzo Il sangue d’Israele: “Il corpo riposa da qualche parte nella Cisgiordania occupata in una di quelle fosse comuni in cui Tsahal getta i Fedayin uccisi”. A proposito di Franco Cardini è giusto ricordare la sua attuale ferma posizione contro il genocidio e la persecuzione dei palestinesi in corso a Gaza e in Cisgiordania con l’accorato appello, che ha avuto una vasta eco in rete, del comitato da lui promosso “Non in Nostro Nome”.
Certo, si deve ricordare che altri intellettuali e giornalisti d’area, come Mario Tedeschi e Gianna Preda de il Borghese fecero scelte diverse schierandosi con le ragioni di Tel Aviv; altri ancora, come Giano Accame mantennero una posizione di equidistanza (una “riflessione equilibrata” secondo Gianni Scipione Rossi).
La questione palestinese fu certamente divisiva anche nell’ambito dell’attivismo della destra radicale, forte soprattutto a Roma. La fuoriuscita di militanti del MSI insoddisfatti anche, ma non solo, delle posizioni ufficiali del partito (che tuttavia, come abbiamo visto, non erano condivise da tutti al suo interno) su Occidente, Nato e Israele contribuì, negli anni, ad alimentare diversi movimenti extraparlamentari di destra, come Organizzazione Lotta di Popolo (significativo l’acronimo OLP), Movimento Politico Occidentale, Terza Posizione, Meridiano Zero. Per non dimenticare, in tempi diversi, Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale. Ricorda Marcello de Angelis, giornalista d’area poi parlamentare in FdI: “ne ero uscito [dal MSI] alla fine del ’75 per dissensi politici. Uno dei motivi della mia rottura con il MSI fu la questione palestinese. Io ero da sempre filoarabo mentre il partito era fortemente schierato su posizioni israeliane e occidentali”.
E la base, giovanile e no, del MSI come la pensava? Abbiamo diverse rilevazioni: documenta il sociologo Piero Ignazi, che per primo condusse un’analisi socio-demoscopica sul “popolo missino” con il suo testo Il polo escluso. Profilo del Movimento Sociale Italiano, che al congresso del MSI-DN di Sorrento del 1987, da un sondaggio condotto con un questionario distribuito tra i delegati emerse che il 54,6% di loro riteneva che “la lotta del popolo palestinese per riavere le terre occupate da Israele va sostenuta con ogni mezzo”. Sempre Ignazi, in una nuova rilevazione al successivo congresso di Rimini del 1990, documentò che: “la posizione antiamericana e nazional-europea ha fatto breccia: il 94% giudica gli Stati Uniti una potenza imperialista […] Lo stesso vale per il terzomondismo e il filoarabismo: 2/3 appoggiano incondizionatamente la causa palestinese e solo l’11% ritiene giusto appoggiare Israele”. Nel 1991 la rivista Proposta nazionale di Domenico Minnitti condusse un’inchiesta tra i giovani missini: si definì “anti-sionista” ben il 63,5% di loro.

Curiosamente, ma non tanto, la posizione dei votanti del centrodestra di oggi non è molto differente: in una recente intervista di Fabio Dragoni a Livio Gigliulo, analista dell’Istituto demoscopico Piepoli, non solo è emerso come la stragrande maggioranza degli italiani, anche a destra, sia simpatetica con la Palestina e antitetica a Israele, ma, soprattutto, che quasi l’80% dell’elettorato di centrodestra, interrogato sull’uso del termine “genocidio”, ritiene che Israele ne sia in qualche modo responsabile.
Quindi l’attuale, acritica posizione ultra-filoisraeliana e anti-palestinese (incomprensibile il mancato riconoscimento della Palestina) di Fratelli d’Italia non può trovare una piena giustificazione nella storia della Destra, dei suoi ideali, della sua cultura e neppure nell’opinione dei suoi sostenitori.
Massimo Arlechino, ex militante del MSI, tra i fondatori di Alleanza Nazionale, ora nel movimento Indipendenza! di Gianni Alemanno, intervistato da Gianluca Roselli su il Fatto Quotidiano, non ha dubbi: “Sulla causa palestinese e sul rapporto con gli USA Meloni ha tradito i valori della comunità in cui è cresciuta.” Quando Roselli gli ricorda che: “I giovani di destra, quelli del Fronte della Gioventù e quelli venuti dopo, erano anti-imperialisti, anti americani e si battevano per l’autodeterminazione dei popoli, tra cui quello palestinese”, Massimo Arlechino conferma: “Erano ragazzi con profondi valori”. E poi si chiede: “Possibile che in FdI siano tutti allineati? Nella base del partito, tra i militanti, c’è molto malcontento, la timidezza su Gaza non è affatto condivisa, tanti la pensano diversamente ma non parlano per paura o interesse, ma prima o poi la questione esploderà, anche tra i parlamentari.” Quest’ultima è la domanda di molti: possibile che in Fratelli d’Italia, senza che nessuno obietti e si opponga, ci sia questa cappa di unanimismo filo-sionista?
Come non essere d’accordo con Roberto Pecchioli che, proprio su queste pagine, ha affermato: “la destra ha dimostrato la sua conclamata, ricorrente stupidità”. Infatti: “Conviene alla destra di sistema essersi schierata a favore del settore più bieco del blocco occidentale? […] stare dalla parte di Israele, della cricca guerrafondaia neocons americana e dell’oligarchia non elettiva di Bruxelles – altrettanto bellicista e nemica dello stato sociale – è sbagliato e soprattutto ingiusto. Moralmente e culturalmente. […] La destra di sistema ha accettato di essere figlia di un dio minore, con qualche momento di effimera gloria. Buon pro le faccia. Indossi la bandiera a stelle e strisce e quella israeliana sopra la grisaglia europoide. Pagherà il conto.”
Antonio de Felip
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