LA DIATRIBA MONCA TRA L’UNIVERSITA’ DI BOLOGNA E I VERTICI MILITARI
Prendo lo spunto per una riflessione allargata sulla guerra a seguito della vicenda-scontro tra il generale Masiello e l’università di Bologna.
Il generale Carmine Masiello, attuale Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, ossia la figura di più alto livello, dopo il Ministro della Difesa, delle Forze armate, aveva chiesto di avviare un corso di Filosofia, riservato ad un gruppo di giovani cadetti dell’Accademia Militare di Modena, al fine di stimolare in loro lo sviluppo del pensiero critico. «Ho chiesto all’Università di avviare un corso per 10-15 ufficiali», ha dichiarato il generale «ma la richiesta è stata respinta per timore di militarizzare la facoltà».
Non so dire se la richiesta è stata davvero respinta per motivi ideologici ma l’intellighenzia militare ne ha approfittato per sciorinare una serie di dotte argomentazioni a riguardo della richiesta. Come per dire: “Guardate che conosciamo la filosofia meglio di voi, anzi, la capiamo meglio di voi”. E questo potrebbe anche essere vero, perché la funzione militare non si ferma a delle mere teorie ma si confronta continuamente col reale, ma, quando il ragionamento sulla guerra si allargherà nella parte finale, vedrete che anche le teorie dello Stato Maggiore italiano peccano e parecchio di numerose lacune.
LE MOTIVAZIONI DELLO STATO MAGGIORE ITALIANO
Vediamo ora in quale porzione appaiono giuste le motivazioni del generale Masiello. Lo Stato Maggiore infatti nota: “La deriva ideologica che la filosofia dominante ha preso negli ultimi secoli tratta di un pensiero che ha abbandonato il principio di realtà come criterio di giudizio della realtà, sostituendolo con quello di soggettività: vero è non ciò che corrisponde alla realtà concreta, ma ciò che sento emotivamente e soggettivamente”. Come dire: “Molti filosofi moderni piacciono tanto alla sinistra ma sono sganciati dalla realtà”. Verissimo, è la maggior ragione dell’ipocrisia dominante.
“E quando il criterio del lavoro filosofico diventa soggettivo, è evidente che i filosofi possono accampare le scuse che vogliono per respingere una richiesta singolare, perché non devono rendere conto a nessuno di quanto insegnano o vanno dicendo”. «Non ci sono altre branche del sapere», scrisse Ludwig Wittgenstein, il maggior filosofo del primo Novecento, «in cui un autore possa infischiarsene della ricerca onesta con altrettanta impunità di quanta gli sia garantita nel campo della filosofia». Capito rettore della facoltà di Filosofia dell’università di Bologna? forse “te ne infischi della ricerca onesta”.
Certamente il mondo militare è un mondo pragmatico, perché è orientato per sua natura al raggiungimento di obiettivi e alla risoluzione pratica dei problemi sorti in situazioni spesso critiche e ad alto rischio, talvolta ad altissimo rischio, se non estremo, come quello di una guerra. Non sorprende quindi che il dipartimento di Filosofia di una Università italiana declini la richiesta avanzata dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano di istituire un corso di Filosofia, riservato a promettenti soldati.
“Eppure, il rapporto fra la filosofia e guerra, fra il pensiero greco e il mondo militare, non fu sganciato, ma strettamente connesso, fin dalle origini”.
Ad esempio, Eraclito di Efeso, il maggiore filosofo presocratico greco scrisse: “La guerra è comune a tutti gli esseri, è la madre di tutte le cose”.
Poi con Socrate che partecipò alla guerra del Peloponneso, combattendo come oplita ateniese in tre battaglie: Potidea (432 a.C.), Delio (424 a.C.) e Anfipoli (422 a.C.).
Anche il maggiore allievo di Socrate, Platone, servì nell’esercito ateniese. Aristotele, il più grande filosofo e fisico del suo tempo, fu il precettore nientemeno che di Alessandro Magno.
Marco Aurelio, il Re filosofo che in epoca romana “combatté contro i Parti in Oriente e trascorse molti anni lungo le sponde del fiume Danubio per respingere le invasioni delle tribù germaniche”.
Agostino d’Ippona, padre della Chiesa, che definì i capisaldi della dottrina cattolica sui doveri del soldato cristiano ed affrontò in maniera saggia il tema della guerra e della pace ne La città di Dio, scritto tra il 413 e il 426, il filosofo cattolico formulò con esemplare chiarezza la distinzione tra “guerra giusta” e ingiusta.
Finché, nel 1795, modificando l’originario legame fra guerra e filosofia, Immanuel Kant scrisse il famoso saggio Per la pace perpetua, secondo cui la guerra è una malattia del genere umano, formulando una ideologia pacifista, sganciata dalla realtà.
Per poi arrivare infine al “transumanesimo”, nella versione teorizzata nel 2015 da Yuval Noah Harari in Homo Deus: Breve storia del futuro, dove, appunto, il futuro dell’umanità è descritto dal sociologo israeliano come una linea determinata, “la cui traiettoria è guidata unicamente dalla tecnologia e dalla ricerca della felicità e dell’immortalità divina”.
Insomma, lo Stato Maggiore italiano sostiene come “Il tratto comune delle filosofie descritte sopra è sempre lo stesso: la realtà oggettiva, il senso del mondo, come successivamente teorizzava Kant, non esiste. Ciò che esiste è solo la volontà soggettiva dell’individuo, il cui desiderio deve essere soddisfatto all’infinito. Figuriamoci quindi se nei dipartimenti di Filosofia entrassero persone il cui mestiere è quello delle armi, educati fin dal principio della loro carriera a considerare la morte come una opzione possibile e a subordinare i propri desideri soggettivi alla sicurezza dei cittadini che vivono nella loro Patria. È solo grazie al sacrificio di uomini che indossano quotidianamente la divisa, che queste anime belle possono di giorno diffondere il pensiero transumano e di notte dormire sonni tranquilli nei loro soffici e caldi letti. Qualcuno dovrebbe ricordarglielo, ma sarebbe un lavoro sprecato”. Fin qui l’attacco dello Stato Maggiore dell’esercito contro l’università di Bologna.
A WITTGENSTEIN NON BASTAVA IL SENTIMENTO DELLA PATRIA
Andrebbe tutto bene, ma che dire di questa frase di D’Annunzio: “Noi siamo d’un’altra Patria e crediamo negli Eroi”? Generale Masiello, qui D’Annunzio dice di credere nell’eroismo ma anche che ci possono essere patrie diverse, si è mai fatta questa domanda? Dopo approfondiremo con degli esempi pratici.
E, neanche basta l’esempio che lo Stato Maggiore porta con Wittgenstein, quale combattente motivato dalla Patria ma anche dalla volontà di dimostrare a sé stesso la sua vera natura. Vediamo.
Nel 1915, nel corso della Prima guerra mondiale, presso il fiume Isonzo, oltre il quale erano attestate le postazioni fortificate austro-ungariche, tra le fila dell’esercito nemico v’era anche il giovane Ludwig Wittgenstein, colui che, come accennato, sarebbe diventato il maggiore filosofo della prima metà del Novecento.
Sebbene fosse stato esonerato dall’esercito in seguito ad un’operazione all’ernia inguinale, decise ugualmente di arruolarsi come volontario. Le motivazioni reali di quel gesto inconsueto però, non erano unicamente individuabili nelle ragioni patriottiche di un giovane austriaco: «So per certo – scrisse nei suoi ricordi la sorella Hermine – che non era motivato soltanto dalla volontà di difendere la patria. Aveva un intenso desiderio di affrontare un’impresa ardua». Le motivazioni profonde rispondevano cioè più al bisogno spirituale di sottoporsi ad un rito iniziatico che alla necessità di natura politica di difendere un territorio.
Wittgenstein annotò: «Dio sia con me. Ora avrei la possibilità di essere una persona decente, perché mi trovo faccia a faccia con la morte. Che lo spirito mi illumini».
NASCONDERE GLI EQUIVOCI NASCONDENDO LA PATRIA E LA BANDIERA
Giocare la partita con la morte per diventare una “persona decente”; questa era la ragione profonda per cui il giovane Wittgenstein si era arruolato come volontario. Niente da obiettare se credevi in quella patria e in quel governo. Ma che dire se quel governo rappresentava una patria diversa da quella che desideravi tu? Avrei voluto vedere Wittgenstein se il governo di Vienna di allora fosse stato tutto devoto all’ideologia Woke (ce ne sono, eccome!). Sarebbe andato lo stesso a combattere volentieri agli ordini di generali nominati da quel governo?
Neanche dovrebbe bastare la giustificazione di dover combattere per dimostrare a sé stesso “di essere una persona decente”. Sembra come nei film americani degli ultimi decenni, dove, per mascherare il dissenso nei confronti di un governo che magari non approvano, fanno vedere che i soldati non combattono più per la patria ma solo per il senso di cameratismo, di fratellanza coi commilitoni. A scanso di equivoci le major di Hollywood hanno fatto scomparire la retorica della patria e della bandiera.
D’altra parte, se vogliamo riferirci a motivazioni non ideologiche, basta ancora attingere al mondo greco come ha fatto solo in parte lo Stato Maggiore. Basta vedere Achille che rinnega il suo re Agamennone, ovvero rinnega la sua patria, perché non è stato riconosciuto il suo ruolo di primo eroe sottraendogli la schiava Briseide. E, a voglia che Agamennone si scusi in ginocchio con Achille quando gli achei iniziano a prenderle di santa ragione da Ettore e soci, l’eroe greco non si smuove di un centimetro.
E SE CI SENTISSIMO DI UN’ALTRA PATRIA?
Detto ciò, la vera domanda alla quale si sottrae lo Stato Maggiore è: “Non se è giusto combattere una guerra ma quale guerra è giusta da combattere”. Non siamo come i filosofi cari alla sinistra, sappiamo bene che, alle volte, la guerra è inevitabile e lo diciamo a chiare lettere, ma sappiamo anche che ci possono essere patrie diverse all’interno di un’unica Patria. Come aveva visto un poeta e un grande combattente come D’Annunzio.
Ma entriamo in un esempio specifico, evidente nei nostri giorni.
Parlo della guerra in Ucraina, non per prendere una posizione decisa sui contendenti (forse i russi avevano torti dagli anni ’30 e Zelensky adesso), ma per delineare le motivazioni al combattimento.
Partiamo dalla situazione precedente la guerra, con l’Ucraina divisa in due parti politiche (fazioni?), dove il 50% erano filo-russi e il 50% erano filo UE-USA. Poi, quando inizia la guerra, vengono sciolti tutti i partiti filo-russi e vengono arrestati molti attivisti. Circola voce che non fossero solo arresti ma che in molti fossero finiti nelle fosse comuni mostrate agli inizi della guerra. Era normale che finisse così? Certo, Zelensky mica voleva trovarsi un fronte interno. Pensate solo a quanti avrebbero parteggiato per i russi coi telefonini.
Adesso veniamo alle dichiarazioni del governo di Zelensky secondo le quali 1.500.000 ucraini sono ricercati per la renitenza alla leva. Se facessero tutti parte della fazione filo-russa o se, più semplicemente, fossero contrari a una guerra fratricida che non condividono, come si dovrebbe considerarli? Sono dei traditori della patria? E di quale patria, quella di Zelensky?
Circola anche voce che il cerchio magico di Zelensky abbia accumulato un sacco di miliardi con la guerra, se quel 1.500.000 avesse anche avuto un ripensamento, con quale spirito potrebbero oggi tornare? “Prima facciamo fuori la questione con Zelensky e poi vediamo”?
Andiamo avanti con gli esempi. Nella UE c’è la sensazione che Francia e Germania ci abbiano fregato tanti soldi con l’Euro e con il Wto, e oggi si parla di esercito unico europeo. Se fosse vero che ci hanno fregato i soldi, con quale sentimento i soldati italiani andrebbero a prendere ordini da un generale francese? Con la fusione di Stellantis sono stati penalizzati gli stabilimenti e l’indotto italiano a vantaggio di quelli francesi, succederebbe lo stesso con dei battaglioni al fronte?
I SOLDATI DELLA RIVOLUZIONE
Come si può capire, non esiste solo la diatriba tra lo Stato Maggiore e l’università di Bologna, la quale fa finta di non capire che la guerra esisterà sempre, in altri termini, è troppo semplificata la domanda se è giusto combattere una guerra, perché la vera domanda è quale guerra è giusto combattere.
Se qualcuno non ha idee e sono in tanti, allora si facciano pure irregimentare da qualsiasi governo, ma esistono anche i soldati politici, i soldati degli ideali (le minoranze attive), ed è con loro che invece si devono discutere e condividere decisioni di quella portata, non con i filosofi.
IL MONDO È PIU’ COMPLESSO DI COME LO VEDONO GENERALI O FILOSOFI
E c’è una complessità in più. Come si è visto dalle rivoluzioni liberali, è subentrata una trasversalità ideologica mondiale. Esisteva già in modo meno apparente quando i re smettevano di farsi una guerra se uno dei due stati contendenti veniva minacciato da una ribellione anti monarchica. Anche quella era già una solidarietà trasversale. Insomma, può succedere che una fazione politica di uno Stato presuntamente nemico, ti risulti più simpatica e vicina di una fazione avversa di tuoi connazionali.
Se reputo falsa la meritocrazia liberale e i capi di uno Stato liberale, scelti con quella falsa meritocrazia, dichiarassero guerra a uno Stato che adotta invece una meritocrazia molto meno falsa e a me più consona, che dovrei fare?
Se la Schlein diventasse mai capo del governo e dichiarasse una guerra, c’è qualcuno che si arruolerebbe come volontario, acriticamente, semplicemente perché è la “Patria” che ce lo chiede?
Ci mandi i suoi parenti in divisa armocromica.
Carlo Maria Persano
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