Mentre mafiosi e criminali violenti beneficiano di sconti e cavilli, per l’ex Sindaco di Roma la legge applica il massimo del rigore con un tempismo che definire “sospetto” è un eufemismo. Un anno di cella per un reato evanescente, proprio mentre si prepara la sfida politica del 2027.
Di Redazione 2diPicche
C’è un vecchio adagio che recita: “Le sentenze non si giudicano, si rispettano”. Una frase bellissima, quasi commovente, se non fosse che nell’Italia del post-Palamara suona ormai come una barzelletta raccontata male. La notizia di ieri, 9 gennaio 2026, è l’ennesimo schiaffo: la Cassazione ha respinto il ricorso dei legali di Gianni Alemanno. Tradotto: resta in cella. Una decisione che arriva con la precisione di un cecchino, confermando che per certi “bersagli” la giustizia non solo è cieca, ma ha anche la memoria lunghissima e il pugno di ferro.
Un Capodanno dietro le sbarre
La cronaca di questa vicenda ha il sapore amaro della vendetta servita fredda. Era il 31 dicembre 2024 quando, mentre gli italiani si preparavano al cenone, per Alemanno si aprivano i cancelli di Rebibbia. Un arresto “pre-festivo” che trasuda malizia: l’urgenza sarebbe stata dettata da una “reiterata violazione delle prescrizioni” durante i servizi sociali. In pratica, ad Alemanno è stato contestato di aver fatto… politica. Di aver viaggiato, parlato, guidato il suo movimento.
In un Paese dove stupratori e assassini ottengono permessi premio con una disinvoltura invidiabile, il “pericoloso” Alemanno viene trattato come il nemico pubblico numero uno per un reato — il traffico d’influenze — che ormai persino i fanatici di diritto faticano a tenere in piedi come reato penale.
Il “Reset” della pena: la beffa oltre il danno
La vera perla giuridica, però, è il “contatore azzerato”. Alemanno stava già scontando la sua pena (un anno e dieci mesi) in affidamento. Ma con il provvedimento di fine 2024, il timer è tornato a zero. Risultato? Un anno di cella sovrappopolata già scontato daccapo.
Viene da chiedersi: non sarà mica che la libertà di un leader che fonda un movimento politico nazionale dia fastidio a qualcuno? Con le elezioni del 2027 all’orizzonte, togliere dalla circolazione una voce scomoda dell’area identitaria è un colpo da maestri. Se non è una strategia politica, è una coincidenza che farebbe arrossire persino il più ingenuo dei magistrati descritti da Sallusti.

“L’emergenza negata”: la risposta di chi non si piega
Ma la resilienza è una dote che non si chiude a chiave. In questo anno di detenzione, Alemanno non è rimasto a guardare il soffitto. Insieme a Fabio Falbo, lo “scrivano di Rebibbia”, ha dato alle stampe “L’emergenza negata”, un libro che è un atto d’accusa durissimo contro il collasso del sistema carcerario.
Mentre la politica “non vuole vedere”, Alemanno ha usato la sua cella come osservatorio, denunciando caloriferi spenti, caldaie rotte e la disperazione di chi vive nel sovraffollamento. È la nemesi perfetta: lo Stato lo chiude dentro per metterlo a tacere, e lui usa il carcere per gridare quanto questo Stato sia inefficiente e ingiusto.
In conclusione
La Cassazione ha messo il timbro finale: Alemanno resta dentro.
Noi del 2diPicche restiamo invece con un dubbio atroce: in un’Italia che garantisce l’impunità a chi scioglie bambini nell’acido ma usa il bilancino di precisione per le “leggerezze” di un leader d’opposizione, chi è il vero prigioniero?
Alemanno a Rebibbia o noi, condannati a una giustizia che è forte con i deboli o i nemici e debole con i forti?
Massima solidarietà a Gianni Alemanno. Perché se questa è giustizia, allora preferiamo l’eresia.
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