Il bonifico come atto di fede
Il casus belli di questa settimana ci è stato servito su un vassoio d’argento, o meglio, su un bonifico tracciabile, dal salotto di Porta a Porta. Lo scontro tra Riccardo Magi e Galeazzo Bignami è la sintesi perfetta di una politica che ha smarrito la bussola nazionale. Da un lato abbiamo il segretario di +Europa che rivendica con orgoglio i trecentomila euro incassati dal magnate George Soros, parlando di “obiettivi comuni” come se stesse descrivendo una missione filantropica e non un’evidente forma di sponsorizzazione esterna. Dall’altro, la destra che agita i fantasmi della svalutazione della lira del ’92, dimenticando che la coerenza, tra i palazzi del potere, è spesso un lusso che nessuno può permettersi. Ma il punto non è il denaro in sé: i soldi sono solo l’innesco di una polemica che nasconde un problema molto più profondo e radicato.
L’algoritmo dell’autodenigrazione
Il vero dramma, quello che trasforma costantemente la nostra classe dirigente in un “peso piuma” sullo scacchiere internazionale, è quel diffuso sentimento di esterofilia che sfocia regolarmente nell’autodenigrazione. Siamo un Paese che sembra incapace di concepirsi senza un tutore, un supervisore o un ente straniero che certifichi la nostra “bontà”. Questa smania di legittimazione esterna ci porta a vivere in uno stato di perenne minorità psicologica. Ci hanno insegnato che per essere cittadini del mondo dobbiamo prima di tutto diffidare di noi stessi, quasi che l’interesse nazionale fosse una macchia da nascondere sotto il tappeto di un europeismo di facciata. Il risultato è una politica che non cammina a testa alta, ma preferisce restare curva, in attesa di una pacca sulla spalla da parte di qualche pensatoio d’oltreconfine.
Legion d’Onore e sovranismo da esportazione
La sindrome è squisitamente bipartisan e non risparmia nessuno. A sinistra abbiamo l’esercito degli insigniti della Legion d’Onore francese, talmente numerosi fuori dall’esagono da far sospettare che molti dei nostri dirigenti abbiano lavorato più per la gloria di Parigi che per la dignità di Roma. Dall’altra parte, anche i campioni del sovranismo o del populismo a 5 stelle mostrano una preoccupante tendenza a scodinzolare nelle corti straniere. Che si tratti di un pellegrinaggio a Mar-a-Lago per un raggio di luce riflessa da Trump, di una posa plastica accanto a Elon Musk o di un ammiccamento ai regimi di Pechino e Mosca, la dinamica resta la stessa. Persino l’appoggio incondizionato al “famoso pianista” ucraino sembra a tratti più una gara a chi è il “primo della classe” agli occhi dell’alleato che una scelta strategica ponderata sui nostri reali interessi.
La sindrome del liberato permanente
Questa cronica sudditanza ha radici storiche che ci portano dritti a quel complesso post-1945, a quella colpevolizzazione che ci impone di restare a testa bassa come se fossimo eternamente sotto esame. Abbiamo interiorizzato l’idea di essere un popolo di “pizza e mandolino”, inetti alla visione strategica e bisognosi di “liberatori” permanenti che ci indichino la via. Invece di rivendicare il nostro peso culturale e tecnico, la nostra classe dirigente preferisce razzolare tra i Think Tank sovranazionali e i salotti buoni, sperando in una legittimazione che non arriverà mai finché saremo i primi denigratori di noi stessi. In questa corsa a chi trova il padrone più prestigioso, ha ragione chi dice che il più pulito ha la rogna. Siamo una nazione con una sovranità di cartapesta, pronta a essere prostrata al miglior offerente in cambio di briciole di visibilità globale.
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