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IL FALLIMENTO NEOPAGANO E L’EUROPA CRISTIANA

Matteo Castagna di Matteo Castagna
17/05/2026
in Cultura, Politica, Società
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IL FALLIMENTO NEOPAGANO E L’EUROPA CRISTIANA
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Una risposta ad Alain De Benoist

A fronte del recentissimo scritto di Alain de Benoist sull’Europa, in cui il filosofo francese accusa il Cristianesimo di essere stato la causa di tutti i mali che viviamo e delinea un inno al neopaganesimo quale soluzione per ottenere tutti i beni possibili, non solo si evidenzia un giudizio assolutamente inaccettabile, ma anche antistorico e assolutamente miope.

Il teorico della “Nouvelle Droite”, talmente “nouvelle” che, dagli anni 60’ ad oggi, non si è mai realizzata, perché utopica elucubrazione teorica, o minestrone di varie teorie, nata per ripensare l’identità conservatrice, ponendosi come avanguardia metapolitica.

Ispirandosi ad Antonio Gramsci, la Nouvelle Droite sostiene che per cambiare la società sia prima necessario modificare l’egemonia culturale, diffondendo idee attraverso centri studi, riviste ed editoria. Certamente, non occorre aderire a quest’area per comprendere che per appropriarsi dell’egemonia culturale sia necessario studiare e riprendere il meglio di determinati autori, attualizzandoli, se si vuole costruire una metapolitica solida.

Non serve Gramsci per capire che il realismo aristotelico-tomista è la lettura perfetta della storia, dell’animo umano e delle azioni, dalle più eroiche alle più turpi.

Radici identitarie e il superamento storico del paganesimo

Sostiene la conservazione delle identità culturali e storiche dei popoli europei. Teorizza l’etno-pluralismo: l’idea che culture diverse debbano rimanere distinte e separate per preservare la propria specificità e autenticità, opponendosi al multiculturalismo e all’universalismo. Anche in questo caso, De Benoist non inventa niente di nuovo, che non appartenga già all’enorme bagaglio del pensiero di “destra”.

Già Attilio Mordini, Silvano Panunzio, ma anche Augusto Del Noce con tutto il filone tradizionalista del XIX e XX secolo hanno posto il fattore identitario classico-cristiano come necessità ineludibile di differenziazione, contrapposta all’omologazione di stampo liberale o marxista.

Attaccando il Cristianesimo a favore di un ritorno ai valori politeisti, precristiani e indoeuropei, considerati più affini sullo spirito eroico e comunitario europeo, si dimostra una cecità paradossale di fronte ai fasti del Sacro Romano Impero, quale prosecuzione Cattolica integrale dell’Impero Romano.

I cosiddetti valori politeisti, precristiani e indoeuropei sono stati sconfitti, non solo militarmente ma spiritualmente dall’avanzata straordinaria e mai da nessun altro parificata della religione cattolica in quanto vera. Quanto era possibile salvare del periodo precristiano, è stato raccolto dalla Civitas Christiana, che l’ha fatto proprio. Il resto è stato sconfitto dalla storia, dal progresso dell’umanità e la sua rivendicazione appare come un ritorno new age al primitivo, superato e reso inutile da Cristo e dagli Apostoli.

Il trionfo del Vangelo e l’edificazione della Civiltà Cristiana

Il fenomeno delle conversioni di massa, che hanno fatto crollare l’Impero romano dall’interno, è innegabile dimostrazione della necessità di attuare la Rivelazione nell’ambito Temporale, voluta dagli uomini di allora, che sono passati volontariamente dalle tenebre della magia e dell’esoterismo gnostico, della superstizione, del druidismo infruttifero, della força fine a se stessa, dell’eroismo banalizzato in senso orizzontale o verticale fantasioso e mitizzante, alla luce del Vangelo quale Via, Verità e Vita che trova in Carlo Magno il primo grande civilizzatore, santo ed eroe del nuovo mondo.

La luce dell’alfabetizzazione medievale data dal monachesimo, in particular da San Benedetto patrono d’Europa, è figlia della fede cattolica applicata alla quotidianità. Il tesoro culturale creato e custodito dagli amanuensi non ha paragoni. La Tradizione orale e poi scritta della Parola di Dio, che manda San Pietro come pioniere nella Roma pagana e il sangue dei martiri che funge da esempio di eroismo europeo, sono i prodromi di una trasformazione che non poteva che essere di matrice soprannaturale, di cui nessun altro dispone.

Dalla ribellione antropocentrica alla sacra statalità imperiale

L’errore umano inizia con la ribellione alle leggi eterne del diritto divino cominciato con l’umanesimo, proseguito con il rinascimento e la Riforma protestante, cui seguirono il razionalismo e l’Illuminismo con la Rivoluzione Francese e la Massoneria, ovvero la sostituzione del cristocentrismo che donava la vita eterna in Paradiso, con l’antropocentrismo di chi si sente comodamente dio di se stesso, fino al disprezzo della Santissima Trinità. È l’esaltazione, di fatto, del “non serviam” luciferino di ogni falsa ideologia, che manca di mandato divino.

Chi non ha creduto al Dio, Uno e Trino, chi non ha riconosciuto il Messia non ha mai fatto parte della sacra statalità imperiale. Al contrario, veniva combattuto o ghettizzato, con leggi civili ed ecclesiastiche di privazione d’ogni ufficio pubblico. La Chiesa di Lepanto è la Chiesa di Cristo, così come lo è la Chiesa dei Papi crociati e della teologia della sostituzione, nata dopo l’Ascensione di Cristo in Cielo. Guerrieri ed eroi non più per la forza bruta, ma per la difesa della Regalità Sociale di Cristo, secondo le regole della guerra giusta formulate da Sant’Agostino nel De Civitate Dei e da San Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae. Opere che non hanno pari livello soprannaturale, logico, ragionevole, spirituale, morale, pratico, universale e verticale in alcuna altra civiltà.

La testimonianza storica di Benedetto Croce sulla rivoluzione cristiana

“Rivendicare a sé stessi il nome di cristiani non va di solito scevro da un certo sospetto di pia unzione e d’ipocrisia, perché più volte l’adorazione di quel nome è servita all’auto compiacenza e a coprire cose assai diverse dallo spirito cristiano, come si potrebbe comprovare con riferimenti che qui si tralasciano per non dar campo a giudizi e contestazioni distraenti dall’oggetto di questo discorso.

Nel quale si vuole unicamente affermare, con l’appello alla storia, che noi non possiamo non riconoscerci e non dirci cristiani, e che questa denominazione è semplice osservanza della verità. Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non maraviglia che sia apparso o possa apparire un miracolo, una rivelazione dall’alto, un diretto intervento di Dio nelle cose umane, che da lui hanno ricevuto legge e indirizzo affatto nuovo.

Tutte le altre rivoluzioni, tutte le maggiori scoperte che segnano epoche nella storia umana, non sostengono il suo confronto, parendo rispetto a lei particolari e limitate. Tutte, non escluse quelle che la Grecia fece della poesia, dell’arte, della filosofia, della libertà politica, e Roma del diritto: per non parlare delle più remote della scrittura, della matematica, della scienza astronomica, della medicina, e di quanto altro si deve all’Oriente e all’Egitto.

E le rivoluzioni e le scoperte che seguirono nei tempi moderni, in quanto non furono particolari e limitate al modo delle loro precedenti antiche, ma investirono tutto l’uomo, l’anima stessa dell’uomo, non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana, in relazione di dipendenza da lei, a cui spetta il primato, perché l’impulso originario fu e perdura il suo”.

L’isolamento dell’anima e la catastrofe della Riforma

Pensare che in questo virgolettato si era espresso non un fervente cattolico, ma Benedetto Croce, miscredente e liberale, affrontando con onestà intellettuale la questione.

Hilaire Belloc scrisse nel suo “L’Europa e la fede: Storia di un connubio inscindibile” (Italian Edition, p. 187) che il grande effetto della Riforma fu l’isolamento dell’anima. Lo stesso che si può osservare nei cultori del neopaganesimo.

Questo fu il suo frutto: di qui procedettero tutte le sue conseguenze: non soltanto quelle evidentemente dannose che misero in pericolo tutte le nostre tradizioni e la nostra felicità, ma anche quelle apparentemente vantaggiose, specie di ordine materiale.

Il movimento non può essere apprezzato nella sua efficacia se ci fermiamo a una data particolare – specialmente a una data troppo remota – chiamando tale data il momento della catastrofe. Ci fu infatti un lungo intervallo di confusione e di incertezza, durante il quale non appariva certo se la catastrofe sarebbe stata definitiva o meno, rimanendo incerta la sua forma decisiva, e solo alla conclusione di questa crisi poté essere chiaramente individuata l’Europa moderna con le sue nuove divisioni e i suoi nuovi destini.

La rottura con l’Autorità era iniziata proprio coi primi anni del XVI secolo: ma la nuova era non comincia che con la metà del XVII secolo, e anche, qua e là, molto più tardi. Per più di un secolo perdurò il concetto della lotta universale come di un morbo che attaccava tutto il corpo dell’Europa.

Ad una lettura attenta, un certo problema con l’Autorità lo si può riscontrare anche nel neopagano della nouvelle droite, laddove appare quasi un anarchico sacerdote della fantascienza primitiva.

La frammentazione geopolitica e spirituale d’Europa

La sollevazione generale, la rivolta che scoppiò dapprima nell’Occidente nei primi anni del XVI secolo – tanto per stabilire una data, nel 1517 – interessava tutta la nostra civiltà, e per tre generazioni le discussioni dilagarono ovunque si manifestò una reazione generale a cui si oppose una resistenza universale.

Nessun uomo che avesse visto nella sua adolescenza le prime nuvolaglie dell’uragano avrebbe potuto, neppure nella vecchiaia, immaginarlo come una disgregazione dell’Europa. Nessuno degli uomini di quel tempo visse più di metà del tragico cammino.

Una data corrispondente la si trova solo nel secolo seguente, o meglio più avanti ancora: la morte di Elisabetta d’Inghilterra e di Enrico IV di Francia (quando tutti i protagonisti, i riformatori da una parte e Loyola, Neri ecc. dall’altra, da tempo erano nella tomba); l’apparire del governo di Richelieu in Francia e l’inizio di un parlamento aristocratico in Inghilterra.

Solo questi fatti permettono di vedere con una certa evidenza come la Riforma abbia separato alcune zone della nostra civiltà dalle tradizioni generali dell’unico e totale organismo, e come essa abbia prodotto, in speciali regioni e in determinate classi sociali, il peculiare tipo protestante che avrebbe caratterizzato il futuro.

L’opera della Riforma fu terminata, si può dizer, poco dopo lo scoppio della Guerra dei Trent’anni. L’Inghilterra in particolare fu definitivamente protestante dalla decade 1620-1630, difficilmente prima. Gli ugonotti francesi, benché nel loro movimento si confondessero ancora degli intenti politici, erano, seppure di questo tempo, giunti ad assicurarsi un’esistenza reale e separata.

Il sorgere della modernità e i mali del capitalismo e dello scetticismo

Allo stesso modo l’oligarchia dei mercanti olandesi aveva sottratto la sua parte dei Paesi Bassi al dominio imperiale e aveva potenzialmente formato la propria indipendenza. I principati della Germania settentrionale e diversi piccoli Stati montani come Ginevra, avevano definitivamente accolto la Riforma. Così si erano decisamente salvate la Francia, la Boemia, i Paesi del Danubio, la Polonia, l’Italia, insomma tutto il sud.

Benché una lotta armata dovesse continuare a lungo; benché la Germania del nord fosse stata risottomessa al potere imperiale, e salvata solo dalla politica francese; benché gli inglesi ne sentissero un riflesso nella guerra civile culminata nel rovesciamento della monarchia; benché l’ultima guerra contro gli Stuart e quella molto più generale contro Luigi XIV fossero tutte appendici e sviluppi del vasto dramma, anche le conseguenze più importanti di questo erano già fissate prima ancora di queste guerre. Il primo terzo del XVII secolo segna la nascita di un’epoca nuova, e da qui iniziano su linee parallele i grandi sviluppi spirituali e quindi anche materiali dell’Europa moderna.

Su questi non c’è ancora un giudizio, perché non sono ancora ultimati; forse però l’ora del giudizio non è lontana. Questi sviluppi, che riempirono di sé gli ultimi trecento anni, sono stati i seguenti: Un rapido allargamento e approfondimento delle scienze della natura e con esso di ogni conoscenza relativa alle cose dimostrabili e misurabili.

Il sorgere, soprattutto nelle regioni protestanti d’Europa, penetrato poi da queste anche nei Paesi cattolici, di quello che oggi chiamiamo “capitalismo”, il quale consiste nella concentrazione dei mezzi di produzione nelle mani di pochi individui che lo usano per sfruttare la massa. La corruzione del principio d’autorità fino a confonderlo con la mera forza.

Il dilagare della disperazione e la necessità del ritorno alla Fede

L’aumento generale, se non universale della ricchezza in rapporto allo sviluppo delle scienze della natura. Il dilagare senza limiti dello scetticismo che, sia sotto le forme tradizionali sia senza di esse, fu fin dall’inizio spirito di completa e radicale negazione e condusse a dubitare non solo di ogni istituzione umana, ma anche di ogni forma di conoscenza, incluse le verità matematiche.

E naturalmente, in correlazione con tutte queste, l’universalizzarsi progressivo di una nota: quella della disperazione. Se uno potesse riguardare a questi tre secoli da una grande distanza, vi scorgerebbe come un esempio della crescita straordinaria di due cose che non hanno nessun legame intimo tra di loro: da una parte della conoscenza e della ricchezza, dall’altra dell’infelicità.

E vedrebbe che con il maturare degli sviluppi, o meglio con l’approfondirsi della corruzione, tutte le sue manifestazioni si sarebbero accentuate al punto da minacciare da ultimo l’intima struttura della società europea.

La scienza della natura si è fatta così potente, l’oppressione del povero è così incrudelita, lo spirito umano si è permesso di toccare tale un punto di incertezza, che ormai una questione rimasta ignorata si è imposta all’Europa: l’Europa non minaccia forse di soccombere non per opera di nemici esterni, ma per le sue ferite interne?

Davanti a questa questione terribile, culmine di tanti mali che non hanno ancora ricevuta risposta, si impone necessariamente la sola formula di vita del nostro tempo: “L’Europa deve tornare alla Fede, oppure fatalmente si dissolverà”.

Le conseguenze sociali dell’isolamento dell’anima e la nascita degli idoli

L’isolamento dell’anima significa la perdita di un sostegno collettivo; di un sano equilibrio assicurato dall’esperienza comune, da una pubblica certezza, da una volontà generale. Perciò l’isolamento dell’anima è la vera definizione della nostra infelicità. Ma applicato alla vita sociale, questo solvente opera qualcosa di più letale del completamento e consolidamento della miseria umana. Innanzitutto, e in base a tutto, l’isolamento dell’anima risveglia nella società un nuovo, furioso aumento di forza.

La rottura di ogni equilibrio stabile, nel mondo fisico come nella vita sociale, libera una grandiosa riserva di energie potenziali: la forza che teneva unite insieme le parti del tutto si trasforma in un’altra che le separa violentemente: è l’effetto di un’esplosione.

È per questo che la Riforma ha dato la spinta a tutta una serie di progressi materiali: spinta però caotica, su linee divergenti che potrebbe solo portare a un disastro. Ma le suas conseguenze non si fermano a questo. Abbiamo così modo di constatare che in questo isolamento l’anima si è sentita costretta a un grande vagabondaggio.

Essa non può rimanere nel vuoto: se l’accecate, essa si muoverà a tentoni; se non potrà prendere gli oggetti nelle loro varie qualità come i diversi sensi gliele presentano, si accontenterà di attenersi a ciò che percepisce per mezzo di un solo.

Ecco perché nella dissoluzione del vincolo collettivo e dell’unità religiosa, si sono visti succedere gli uni agli altri tanti idoli degni e indegni, ma tutti effimeri. Il più nobile e il più durevole fu una reazione alla vita collettiva sotto forma di un culto della nazionalità: il patriottismo.

Dal razionalismo all’abisso neopagano: la verità storica dell’Europa

A un’estremità della scala troviamo dei tabù straordinari: in un luogo, l’esaltazione di una sorte di divinità furiosa, assetata di sangue, oggetto di terrore: in un altro (oppure nello stesso luogo), un curioso nuovo rituale che impone l’osservanza di futilità una volta alla settimana. In un terzo, l’attaccamento illogico a un particolare libro stampato.

E poi diverse concezioni, l’una dopo l’altra, ci confermano dapprima che la ragione umana è adeguata a tutte le esigenze della nostra vita, escludendo così ogni mistero; poi, passando alla stravaganza opposta, che la ragione umana non ha alcuna autorità definitiva, neppure nel suo proprio ambito. E queste tesi, benché contraddittorie, hanno una radice unica.

Il razionalismo del XVIII secolo, continuato dal materialismo del XIX secolo, i dubbi irrazionali di Kant che includono tanto vecchiume sentimentale, sviluppati fino al deciso caos dei più recenti metafisici, con il loro ripudio della contraddizione e dello stesso concetto di essere, tutti questi movimenti scaturirono dal bisogno dell’anima senz’appoggio di crearsi da sola un sistema, ricavandolo dal suo intimo. Allo stesso modo, un’anima angosciata in un sogno triste si sente a un tratto soffocata in una stretta e un momento dopo abbandonata nell’abisso degli spazi infiniti.

La soluzione neopagana

Così appare la soluzione neopagana, che, infatti, a differenza del Cristianesimo fattosi Impero e successivamente sempre presente con l’indefettibilità della Chiesa, è stata sconfitta e superata una volta ed oggi è dea visionaria di una nicchia che non emerge proprio perché è un abisso dell’anima.

Belloc conclude il suo mirabile e storicamente inconfutabile testo come meglio non poteva: “In questo momento cruciale rimane salda la verità storica che questo nostro organismo europeo, eretto sulle nobili fondamenta dell’antichità classica, fu plasmato dalla Chiesa cattolica, per essa esiste, a essa si accorda, soltanto nella forma di essa persisterà. “L’Europa tornerà alla Fede o morirà. Poiché la Fede è l’Europa e l’Europa è la Fede”. Piaccia o non piaccia, oltre Alain de Benoist e i suoi seguaci.

Matteo Castagna

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