L’incipit classico è un evergreen della memoria collettiva. Per decenni, il tormentone “quando c’era Lui” è stato l’argomento forte di una certa destra nostalgica, quella ferma ai treni in orario, alle bonifiche e a un’idea decisamente polverosa di ordine e disciplina. Negli anni Sessanta e Settanta lo sentivi sussurrare nei bar di provincia o sbraitare in qualche raduno folcloristico di periferia. Oggi, però, quel paradigma si è ribaltato in modo spettacolare. Nel terzo millennio, a beneficiare maggiormente della memoria del Ventennio non sono rari nostalgici, ma una nutrita schiera di professionisti dell’informazione che su quel passato ha edificato carriere dorate, contratti editoriali e fisse dimore nei salotti televisivi che contano.
Si tratta del miracolo economico dell’antifascismo permanente. Mentre la carta stampata affonda nel mare magnum della crisi e i giovani giornalisti faticano a rimediare un rimborso spese per raccontare la cronaca reale, lo spettro del Duce si rivela un formidabile ammortizzatore sociale, un autentico ufficio di collocamento per il giornalista in cerca d’editore. Per questa categoria di cacciatori di spettri, il Fascismo non è un fenomeno storico da studiare, ma una vera e propria holding finanziaria. Crearsi un’aura da novelli partigiani in tempo di pace, pronti a difendere la democrazia dal divano di casa, è diventato il core business dell’indignazione a mezzo stampa.
Iperbole antifascista
Il meccanismo è tanto semplice quanto redditizio: l’iperbole costante. Per giustificare l’esistenza in vita di una rubrica fissa, di un talk show o di un’inchiesta a puntate, occorre elevare a minaccia democratica globale qualsiasi fesseria rintracciabile nell’etere.
Ed ecco che il pericolo eversivo si annida nelle commemorazioni dei caduti della parte sbagliata, nel profilo social di un tredicenne imberbe o nel portafoglio di un pensionato che conserva la foto sbiadita del mascellone insieme ai santini di Padre Pio. Una fiera del fumetto con cosplayer vestiti di nero o un commento sgrammaticato su Facebook si trasformano istantaneamente nel segnale in codice per la ricostituzione del disciolto regime.
Se per puro divertimento provassimo ad applicare un moderno algoritmo di censura digitale alle tastiere di questi solerti cronisti, il risultato sarebbe catastrofico. Un banale comando “Trova e Sostituisci” impostato per cancellare le parole “fascista”, “neofascista” o “Mussolini” ridurrebbe istantaneamente intere annate di quotidiani, faldoni di inchieste e corposi saggi d’opinione a una desolata distesa di pagine bianche. Assisteremmo a un blackout editoriale senza precedenti, con grandi firme improvvisamente private dell’unico vocabolo capace di dare un senso (e un compenso) alla loro sintassi.
Senza di LUI il fatturato crolla
Ad esempio, un’indagine quantitativa condotta sulla frequenza di questi termini nella stampa quotidiana ha evidenziato come una testata, di riferimento per l’antifascismo permanente, sia arrivata a registrare ben 211 citazioni dirette legate al fascismo o ai fascisti in un arco temporale di soli 147 giorni. Parliamo di una media di molto superiore a un richiamo al giorno, festivi inclusi.
È evidente che non siamo più di fronte a un lavoro di cronaca, ma a una stampella lessicale indispensabile: togli quel pilastro e l’intera architettura del loro fatturato crolla come un castello di carte.
Viene da chiedersi, con un briciolo di onestà intellettuale e una buona dose di ironia, cosa farebbero questi paladini della libertà se la storia avesse preso una piega diversa. Se quel fatidico 1922 non fosse mai esistito, quale sarebbe stato il destino professionale di chi oggi campa di rendita sul passato?
Privati del loro nemico immaginario preferito, messi di fronte alla necessità di analizzare la complessità dei mercati finanziari, la transizione energetica o i bilanci dello Stato, la presuntuosa certezza di possedere la verità si scontrerebbe con la dura realtà.
Senza il “soccorso Benito” a garantire la pagnotta e il fatturato, a molti di questi boriosi soloni della penna non sarebbe rimasta che un’unica, nobile e faticosa alternativa: quella di restituire braccia all’agricoltura e andare finalmente a zappare la terra.
Redazione
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