Un contributo ideale a chi vuole ricostruirla
La Rivoluzione è essenzialmente un termine che non appartiene all’ordine tradizionale. Ogni forma di rivoluzione, in senso stretto, è figlia destra o sinistra o rosso-bruna di Hegel e Nietzsche.
La rivoluzione è un cambiamento radicale, rapido e spesso violento dell’ordine politico, sociale ed economico stabilito.
La controrivoluzione, invece, è la reazione tradizionalista che mira a neutralizzare gli effetti della rivoluzione, ripristinando il sistema precedente o impedendo che il cambiamento avvenga. L’enciclopedia Treccani la definisce “Movimento di reazione, anche armata, che vuole neutralizzare gli effetti di una rivoluzione”.
Lo storico Pierre Gaxotte descrive il lungo passaggio epocale che si interseca tra lo sgretolamento dell’Impero Romano e lo scoppio della Rivoluzione francese. Un evento, quello del 1789, che ha segnato in maniera indelebile i destini della società moderna, imprimendole il sigillo di “avvenuta maturità” e destandole piena consapevolezza della propria prometeica aspirazione di grandezza.
Il filosofo Augusto Del Noce ha potuto parlare di “Rivoluzione” come “parola chiave della nostra epoca”. La Rivoluzione a cui si allude non è semplicemente di ordine fisico ma assurge a modello metastorico, investendo il piano spirituale.
La Chiesa cattolica, per mezzo del Magistero dei Sommi Pontefici, non ha mancato di far sentire la propria voce, condannando gli errori che la Rivoluzione francese recava con sé. Nell’alveo della tradizione cattolica è sorta, sin dalla fine del XVIII secolo, una schiera di fedeli che non esitò a difendere la “teologia della storia”, la quale – aggiunge il Prof. Roberto de Mattei – non è “nient’altro che una riflessione sul modo di operare nella storia della Divina Provvidenza”.
Nel disprezzo e nell’ignoranza di certa sinistra salottiera, ma anche del paganesimo o gnosticismo di una minoritaria parte della galassia identitaria italiana, si dimentica che l’eredità dell’Impero Romano fu storicamente raccolta dal Sacro Romano Impero, che ha forgiato sul Cattolicesimo i secoli della civilizzazione.
Noi controrivoluzionari proponiamo una riflessione caratterizzata dall’adesione integrale al Magistero della Chiesa, che viene rafforzata da tutti i Pontefici del XIX secolo, fino a metà del XX, con Pio XII (1958).
Essa ha come orizzonte l’instaurazione della Regalità sociale di Gesù Cristo, proposta ufficialmente alla Chiesa da San Pio X. La dottrina della Regalità sociale di Gesù Cristo, intessuta di implicazioni sociali e politiche, è così definita da padre Henri Ramière:
“con l’espressione Regno sociale di Gesù Cristo, intendiamo riferirci al diritto che ha l’Uomo-Dio e con Lui possiede la Chiesa, che lo rappresenta quaggiù, di esercitare la sua autorità divina nell’ordine morale, tanto sulle società che sugli individui, e l’obbligo che tale diritto impone alle società di riconoscere l’autorità di Gesù Cristo e della Chiesa nella loro esistenza e nella loro azione collettiva”.
Con atteggiamento assai differente e su posizioni diametralmente divergenti con lo stesso Magistero Pontificio, si schieravano quei fedeli che ritenevano non soltanto possibile, ma auspicabile venire incontro ai desiderata dei rivoluzionari, attraverso la creazione di uno “spazio profano” che avrebbe dovuto estromettere l’influenza del cattolicesimo da qualsiasi aspetto politico e sociale, limitandola tutt’al più alla sola sfera privata.
Essi divennero noti con il nome di “cattolici liberali”. Uno dei loro principali esponenti, l’abate francese Félicité de Lamennais, verrà scomunicato da Gregorio XVI, il quale condannerà il liberalismo cattolico con la sempre valida enciclica Mirari Vos.
Nonostante la condanna, però, esso continuerà la sua avanzata nella società, così come all’interno delle fila del clero, andando a confluire nel modernismo teologico e sociale di inizio Novecento, duramente combattuto da Papa San Pio X e dai suoi collaboratori, quali Mons. Umberto Benigni.
Ancora nell’immediato dopoguerra, Papa Pio XII esortava a “riedificare” la Cristianità, mostrando evidente sintonia con la scuola di pensiero contro-rivoluzionaria, poiché “la sola vera pace, non può rinascere e perdurare che a condizione di far riposare la società umana su Cristo, per raccogliere, ricapitolare e ricongiungere tutto a lui”.
Alla sua morte, però, con la nascente crisi, sancita come “primavera” al Concilio Vaticano II (1962-1965) tale linea verrà abbandonata, in favore della nuova visione personalista espressa da Jacques Maritain in “Umanesimo integrale” (1932).
All’orizzonte del cristiano, secondo il filosofo francese, non deve esserci più la prospettiva sacrale offertaci dalla Cristianità medievale, bensì la democrazia laica e pluralista in cui il fedele deve accettare come “ottima cosa” l’acquisizione di quello “spazio profano” che la Rivoluzione francese ha strappato alla Cristianità morente, quasi due secoli prima.
Maritain giunge, addirittura, a evocare una seconda Rivoluzione francese “plus feconde encore de la prèmiere et proclamera la Liberté, l’Égalité, la Fraternité dans l’esprit de Jeanne d’Arc”, in occasione di una commemorazione a New York della presa della Bastiglia.
In politica, tali tesi venivano portate avanti, sin dall’atto della sua fondazione, nel 1900, dalla Democrazia cristiana fondata da don Romolo Murri, fondatore in Italia del modernismo e perciò scomunicato da San Pio X nel 1909.
Il sacerdote siciliano don Luigi Sturzo riprese il progetto del maestro e amico Murri, attraverso la creazione, nel 1919, del Partito popolare italiano, che egli stesso definì “non cattolico, aconfessionale, […] a forte contenuto democratico, […] che si ispira alle idealità cristiane”.
Le stesse coordinate animeranno la rinascita della Democrazia cristiana nel 1943, voluta dal politico trentino Alcide De Gasperi e avente come padre nobile lo stesso sacerdote di Caltagirone.
Per De Gasperi “la democrazia è per essenza evangelica”, contraddicendo, così, l’insegnamento tradizionale della Chiesa, il quale “ammette qualsiasi forma di governo, purché non si opponga ai diritti divini ed umani”, condannando, invece, l’assunto secondo cui “solo la democrazia inaugurerà il regno della perfetta giustizia!”.
Augusto Del Noce, ne “Il cattolico comunista” (1981) traccerà un’emblematica sintesi, di capitale importanza per comprendere le origini della Democrazia cristiana e implicitamente del liberalismo cattolico, di cui il cattolicesimo-democratico è espressione in campo sociopolitico.
Dalla modernità ha preso forma una civiltà opposta a quella cristiana, fondata sull’uomo dimentico delle proprie radici. Martin Heidegger ha ben sintetizzato la condizione in cui si trova a vivere l’uomo moderno utilizzando tre termini, espressioni di tre stati d’animo che convergono l’uno nell’altro: Ratlosigkei (disorientamento), Bodenlosigkeit (sradicamento) e Heimatlosigkeit (spaesatezza).
Il relativismo culturale, inculcato sin dall’infanzia, ha educato generazioni intere circa l’inesistenza di una verità alla quale fare riferimento e di un bene e un male descritti in termini assoluti. Tale dicotomia, interpretata in ottica moderna, non esisterebbe;
o meglio, essa perderebbe i caratteri di assolutezza e definitività con cui la saggezza umana l’ha sempre contrassegnata, sin dalla classicità. Al primato della conoscenza (epistéme) si è sostituita la supremazia dell’opinabile (doxa), il paesaggio oscuro e magmatico della sensazione e del sentimento, come riflesso del subconscio.
Il frutto di tale “conquista” è stata la progressiva perdita della nozione di sacrificio (di cui ogni essere umano fa esperienza dal suo venire al mondo e che lo porta a superare sé stesso), scomparsa dai “radar” dell’esistenza umana.
La vita vissuta nella declinazione moderna e, ancor più, post-moderna equivale alla vita goduta in maniera effimera, in preda a piaceri perenni, nella prospettiva estatica e “dionisiaca” non del vivere, ma dell’essere vissuti.
L’essere umano della post-modernità, fase storica nella quale, dopo aver sancito la morte di Dio, decreta la sua stessa morte, essendo egli immagine di Dio, è un essere “vuoto”.
La modernità, infatti, che si definisce a partire dal momento della secolarizzazione, ossia dallo “sforzo di pensare la liberazione dell’uomo da ogni dipendenza […] anzitutto da Dio […]” aveva comunque lasciato in eredità all’uomo una fede, in qualche modo una religione immanente, “dell’al di qua”: una “mistica rovesciata”.
Il comunismo, per esempio, mantenne il suo aspetto religioso, trasposto in chiave orizzontale. La “fede” nella Rivoluzione, ossia nella liberazione e redenzione dell’uomo, era assegnata alla storia e alla ideologia comunista che prometteva un futuro paradisiaco in cui gli attributi trascendentali di Dio, bellezza, verità e bene avrebbero finalmente avuto attuazione.
Il suo sogno utopico, miseramente e tragicamente fallito, ha aperto la porta alla post-modernità che, al contrario, non sa che farsene della bellezza, della verità e del bene poiché esse non procedono da una riflessione sulla realtà, di cui si disinteressa, ma da un’esperienza vissuta, sempre diversa e mutevole, che fonda il modo stesso di pensare il reale. Questo germe ha prodotto i suoi effetti anche a destra, che non è vera se non recupera, senza compromessi, lo spirito controrivoluzionario delle origini.
La responsabilità dello stato attuale delle cose e del processo di scristianizzazione in atto è da ascrivere al cedimento ai principi rivoluzionari di coloro che avrebbero dovuto fungere da Katechon, ossia di buona parte delle gerarchie ecclesiastiche, le quali, purtroppo, hanno addirittura avallato o anticipato tale opera dal Concilio in poi, con progressivo abbraccio di tutta la modernità, compreso ciò che non è compatibile col Cattolicesimo. “I cattolici veri e sinceri sono di nuovo minoranza, più di quanti lo siano mai stati dalla fine dell’antichità” è il triste quadro constatato da Joseph Ratzinger nel 1985, nonostante fosse stato, sin dai tempi dell’assise conciliare, tra i più agguerriti sostenitori del cambiamento modernista, della mutevolezza del dogma e dello storicismo hegeliano.
Il presagio sinistro deve essere esteso anche a coloro che non credono, ma sono consapevoli di essere entrati, già da tempo, all’interno di un’epoca la cui cifra caratteristica è la prospettiva nichilista della liberazione dell’uomo dalla sua stessa identità: religiosa, sessuale (gender), familiare, nazionale e, financo, umana (cyborg) in nome di “bisogni” artatamente veicolati, al cui servizio è posto il “razionalismo tecnico-economico”.
L’espressione è di Carl Schmitt, il quale in un suo pamphlet colpevolmente ignorato, “Cattolicesimo romano e forma politica” (1923), ascrive al cattolicesimo il merito di essersi fatto portatore di una “propria specifica razionalità” (dalla quale la successiva ha preso il largo), la razionalità propria di Roma, di quel pensiero classico che aveva per oggetto i “fini” e non i meri bisogni.
Ciò ha contribuito a rendere il cattolicesimo romano il difensore in grande stile della Politica quale, aristotelicamente intesa, “arte del vivere bene”; “bene”, ricorda il Prof. Giovanni Turco, “in quanto essa riflette sull’ordine al fine […] nella considerazione valutativa […] ricercando quanto è eticamente necessario affinché […] sia essenzialmente conforme a giustizia”.
Per tale capacità di “rappresentazione” dall’alto di una istanza trascendente (Cristo) da cui trae l’autorità, essa sfida la modernità e la post-modernità politica, da una parte sottraendole alle categorie produzione-consumo, e, dall’altra, richiamando l’uomo alla sua identità: “Cristo […] svela […] pienamente l’uomo all’uomo”. (Cfr. Diego Benedetto Panetta: “Il pensiero controrivoluzionario” Historica Edizioni, 2022).
Matteo Castagna
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