La vera natura della cultura
Da professori d’orchestra a menestrelli rossi? Se essere uomini di cultura significa “coltivare” sé stessi e se quella cura è volta a “seguir virtute e canoscenza”, se la cultura è consapevolezza di sé e dell’altro, se davvero significa “racchiudere” il bello e “contenere” il buono con l’intento di poterlo offrire, donare, insegnare, allora, senza tema di smentita, affermo che i professori d’orchestra della Fenice di Venezia non sono uomini di cultura.
La cultura è sospensione dell’effimero e sguardo aperto sull’eterno; fosse per un istante, in una intuizione fulminante, fosse in una opera immortale che sovrasta i secoli, l’uomo di cultura conosce strade inesplorate, protegge verità antiche e ne disvela di nuove, apre porte e portali misteriosi, conduce a porti nascosti e ad esplorazioni nuove. Se la cultura non è ascensione, se non è elevazione, se non è generosa sensibilità, se non è magnanima disponibilità, non è cultura: è nozione, è tecnica magari eccellente, ma lo sguardo universale e potente, munifico e comprensivo, quello sì che cambia il mondo! È per questo che l’illetterato contadino della nostra tradizione, il santo eremita del Medioevo che conosceva solo orazioni e Vangelo e il crociato analfabeta, erano uomini di cultura, di eccellente, forse insuperata cultura!
Lo scontro alla Fenice e il valore dell’individuo
La cultura è meraviglia condivisa, è spirituale comprensione del mondo, è ritorno all’origine, o, meglio, all’Origine. L’uomo di cultura è essenziale, non conosce fronzoli e come l’odio è estraneo al santo così la volgarità gli è lontana, persino inconcepibile. Non è l’ignoranza, cioè la mancanza di nozioni, il contrario della cultura: è la volgarità, e la volgarità è stata la cifra del barbaro attacco contro Beatrice Venezi; la volgarità ha svelato la vera natura dei professori d’orchestra della Fenice.
È stata la lunga e vergognosa guerra di logoramento cui è stata sottoposta e poi sono stati i fischi, le insinuazioni, le urla, gli applausi ironici, i cori da stadio, gli schiamazzi da pollaio all’annuncio del suo allontanamento, a chiarire non chi fosse la Venezi, ma chi fossero loro. Onore a lei per aver sfidato un sistema di baronie e nepotismi, onore a lei per aver avuto il coraggio di esporsi anche politicamente, onore a lei per esser divenuta, senza appoggi di alcun genere, una tra le migliori direttrici… pardon direttore (così vuol essere chiamata!) al mondo.
L’invidia per il suo talento, per il suo curriculum, per il suo coraggio – per la sua bellezza? – ha trasformato l’orchestra de La Fenice in una banda di patetici menestrelli prestati alla politica. L’invidia è una astuta e infallibile rivelatrice! Sarebbe bastato provare che la Venezi aveva torto, che nessun nepotismo ha mai afflitto lo storico istituto di cultura… bastava farlo… perché non s’è fatto?
Il riconoscimento del merito e la crisi delle istituzioni
Non contenti, i musici della banda di Venezia offendono la propria professionalità e rispettabilità insinuando una deficienza di competenze del direttore ormai esautorato. Scrive, però, della Venezi, chi la conosce bene: “Beatrice è stata mia allieva di lettura della partitura per il corso di direzione d’orchestra al Conservatorio di Milano, corso dove poi si è diplomata… All’esame finale del mio corso Beatrice ha eseguito il primo atto e la parte prima del secondo atto di Madama Butterfly di Puccini, e i Vier Letzte Lieder di Strauss, suonando l’orchestra al pianoforte e cantando tutte le parti così come richiesto dal programma del corso, ottenendo la massima votazione finale, difficilissima da conseguire nel nostro corso, e i complimenti della Commissione”.
Rimane un mistero il fatto che gli stessi orchestrali che oggi non riconoscono il talento di cui Dio ha dotato Beatrice Venezi, abbiano reputato, ieri, degno delle loro orecchie e di quelle degli spettatori paganti, il lavoro di un mediocre professore di nome Diego Matheuz che, ricco solo del suo affetto per Fidel Castro e dell’appoggio di Maduro, riuscì a divenire direttore del Gran Teatro. Noi oggi dobbiamo alla Venezi un impagabile favore: credevamo che La Fenice fosse ancora uno dei teatri lirici più importanti al mondo, ma lei ha parlato e La Fenice si è svelata: è il circo Barnum della musica o, se preferite, la strombazzante succursale del Leoncavallo. Serviva l’impavida onestà di Beatrice e quella vertiginosa ed intrepida risolutezza che da tempo e misteriosamente Dio sembra sempre più generosamente donare alle donne che agli uomini. Grazie direttore!
di Irma Trombetta






































































