Roma, Parco degli Acquedotti. In un casolare abbandonato un ordigno artigianale esplode mentre viene assemblato, dall’esterno il crollo è stato improvviso. Sembra la scena di un film, ma purtroppo è la nostra cruda realtà. Due corpi senza vita vengono estratti dalle macerie. Sono quelli di Alessandro Mercogliano, 53 anni, e Sara Ardizzone, 36 anni. Entrambi noti agli investigatori dell’antiterrorismo, entrambi legati all’area anarco-insurrezionalista che gravita intorno alla figura di Alfredo Cospito, l’anarchico abruzzese detenuto da tempo al 41 bis.
Non un caso isolato
Non è un incidente. È il risultato prevedibile di un’attività ad alto rischio: la fabbricazione di un ordigno destinato, secondo le prime ricostruzioni, a rilanciare la campagna di lotta contro il regime carcerario duro o a colpire nuovamente infrastrutture strategiche, come già accaduto con i sabotaggi alla rete ferroviaria dell’Alta Velocità in occasione dei preparativi per le Olimpiadi Milano-Cortina. La notizia è tragica. Due vite umane si sono spente in modo violento, nel silenzio di un rudere periferico. Non è nostra intenzione fare nessuna celebrazione, nessuna retorica. Solo il dato nudo: due persone hanno perso la vita mentre preparavano un’azione che avrebbe potuto ferire altri esseri umani o danneggiare gravemente beni pubblici.
Una struttura militare
Ma proprio perché si tratta di vite umane, occorre guardare oltre il singolo episodio e vedere il quadro più ampio. La rete anarchica insurrezionalista in Italia non è un fenomeno folkloristico né un residuo del Novecento. È una struttura fluida, diffusa, organizzata in cellule anche informali (che spesso si palesano sotto sigle volatili di gruppi di solidarietà a Cospito), capace di passare rapidamente dall’agitazione al sabotaggio operativo.
Lo abbiamo visto in modo sistematico durante la battaglia per togliere il 41 bis all’anarchico Alfredo Cospito. Nel 2023, per esempio, gruppi legati alla stessa area hanno rivendicato l’incendio doloso di 16 auto di Poste Italiane a Roma, un’azione che ha paralizzato servizi essenziali e creato danni economici ingenti.
Escalation criminale
Lo stesso copione si è ripetuto con maggiore intensità negli ultimi anni: attacchi alle linee ferroviarie, sabotaggi mirati contro obiettivi simbolici dello Stato. Solo per fare un esempio concreto, i recenti attentati all’Alta Velocità del febbraio 2026 – con cavi bruciati e linee paralizzate tra Roma, Napoli e Firenze, in contemporanea con azioni analoghe nei dintorni di Bologna – hanno bloccato il traffico ferroviario in mezza Italia, seminando paura tra lavoratori e cittadini comuni.
Le statistiche parlano chiaro: da zero casi registrati nel 2023 si è passati a 9 nel 2024 e a ben 49 nel 2025. Azioni rivendicate, firmate con sigle che rimandano a una precisa matrice ideologica: quella che considera lo Stato, le sue istituzioni e le sue infrastrutture come nemici da colpire senza remore. E non si tratta solo di episodi isolati: la galassia include anche pacchi bomba, incendi mirati e attentati storici riconducibili alla stessa rete, come quelli del 2006 a Fossano o la gambizzazione del manager Ansaldo Energia nel 2012.
Una minaccia concreta
Oggi, con l’esplosione di Roma, il cerchio si chiude su se stesso. Due militanti muoiono mentre preparano quello che, con ogni probabilità, sarebbe stato l’ennesimo attentato. Non è di certo la prima volta che ciò accade.
Ma la domanda che nessun commento “politically correct” osa porre ad alta voce è semplice: quante altre volte dovrà ripetersi questo copione prima che si riconosca pubblicamente l’esistenza di una minaccia concreta, strutturale, radicata in una subcultura che sceglie la violenza e l’odio come unico linguaggio politico?
L’Italia e l’Europa ospitano da anni una galassia anarchica attiva, mobile, trasnazionale. Non c’è nessun folklore in ciò che fanno. È un pericolo reale, che colpisce persone e cose, infrastrutture vitali, servizi pubblici, persone. Che usa il pretesto di un detenuto al 41 bis per giustificare sabotaggi che finiscono per danneggiare la vita quotidiana di migliaia di cittadini innocenti. Due vite umane si sono spente. È un fatto doloroso e irreversibile.
La politica della dinamite
Ma sarebbe ipocrita fingere che questo episodio sia isolato o casuale. È l’ennesimo segnale di una rete che continua a operare, con determinazione e con metodi che non hanno mai rinunciato alla violenza cieca e gratuita.
La lucidità è indispensabile davanti a questi fatti. Chi sceglie le bombe come strumento politico, prima o poi, paga un prezzo altissimo. E troppo spesso lo fa pagare anche agli altri.
Non è nostro lo spirito “forcaiolo” tipico di certi ambienti conservatori – di destra come di sinistra – che esulta di fronte a tragedie come questa o invoca arresti indiscriminati e repressioni sommarie. Noi non gioiamo per nessuna morte: ogni vita spezzata è una sconfitta per l’umanità intera, anche quando appartiene a chi ha scelto la strada dell’odio cieco anche verso la nostra Visione del mondo.
Non chiediamo vendette né forche. Semmai ci chiediamo quanto siano in buona fede quei militanti che percorrono tale strada, perché la vera forza di essere “alternativi” e “ribelli al sistema” non sta nell’odio, ma nella capacità di difendere la civiltà e di rialzarla, non sta nel creare insicurezza, ma vive nel valore assoluto della difesa della vita – anche quando chi la perde ha contribuito a metterla in pericolo. Solo così si spezza davvero questa tela di violenza: non con la rabbia, ma con Verità e Giustizia.
Sergio Saraceni
Il 2diPicche lo puoi raggiungere
Attraverso la Community WhatsApp per commentare le notizie del giorno:
Unendoti al canale WhatsApp per non perdere neanche un articolo:
Preferisci Telegram? Nessun problema:





































































