Il risultato elettorale disastroso del Centrodestra sulle Riforme istituzionali, venduto fino a ieri come un elemento qualificante, se non quello maggiormente qualificante dell’intera esperienza governativa a guida Giorgia Meloni, a chi sarà imputato?
Domanda dalla risposta facile: al destino cinico e baro!
La premier non si dimetterà, non ostante lo schiaffo subito, e le opposizioni, se non si ubriacheranno troppo per la vittoria insperata ottenuta, si guarderanno bene dal chiederle: tanto si vota tra poco più di un anno ed è più conveniente continuare a bollire l’avversario, a fuoco lento, piuttosto che grigliarlo frettolosamente, correndo il rischio di bruciare l’opportunità di un lauto banchetto.
Men che meno, la leader di Fratelli d’Italia chiederà conto di questa incredibile sconfitta ai suoi “colonnelli”, a coloro i quali guidano un partito di fatto assente, in una campagna elettorale al calor bianco, dove si sono visti i “big” nazionali e territoriali affidarsi sostanzialmente al carisma di una “capo” che, però, è risultato, se non sbiadito, insufficiente a fronteggiare una mobilitazione massiccia dell’avversario.
Addirittura, in queste ore, si è sentito dire che la sfida sarebbe stata persa a causa della “eccessiva politicizzazione” del confronto. E mai commento più ridicolo fu mai ascoltato, prima di questo.
In primi luogo, perché se fosse vero che il “No” ha vinto per ragioni ideologico-partitiche, allora, onestamente, la Meloni dovrebbe dimettersi, avendo preso atto di avere contro ben più del 55% dell’elettorato italiano. Bisogna ricordarsi, infatti, che una parte della Sinistra, per altro, la più qualificata intellettualmente, si era schierata al fianco del governo, in questa partita. Una porzione dell’elettorato progressista che, ovviamente, alle elezioni politiche tornerebbe – e tornerà – all’ovile.
In secondo luogo, perché sarebbe ancor più risibile il fatto di non aver capito la sostanza elementare di un referendum su una riforma parlamentare di portata costituzionale: esiste mai una “cosa” più politica di questa? Qualcuno avrebbe veramente pensato, in questa settimana, di essere impegnato in un mero confronto tecnico; in un dibattito tra filosofi del Diritto e professionisti della Giurisprudenza? Se qualcuno ha pensato questo, tra i ministri e i parlamentari del Centrodestra, non dovrebbe dimettersi solo la premier, ma una pletora di eletti nelle sue file.
La verità, purtroppo, è che il Centrodestra, con la solita arrogante supponenza – pur godendo anche di una sponda consistente tra gli avversari e potendo contare anche sul voto delle realtà radicali e identitarie, schieratesi tutte per una giustizia maggiormente imparziale e responsabile -, prima ha sfidato l’unico e ultimo gigante della Sinistra, l’ala giudiziaria, poi, ha disertato il campo.
Certo, il Centrodestra ha mandato i soliti personaggi ai dibattiti televisivi – sempre meno guardati dal pubblico dei telespettatori, ha fatto qualche convegno in qualche hotel di qualche città; ha fatto “spam” sui social e suoi telefonini; ma per le strade, nelle piazze, casa per casa a chiedere il voto, ci sono andati gli altri. In ciascuno di migliaia di seggi, non solo in Emilia Romagna, erano iscritti dai 5 ai 10 rappresentanti di lista dei movimenti del “No”: mica per controllare le operazioni di voto – non si sono nemmeno visti, allo spoglio -, ma per permettere loro di votare, senza dover tornare nei comuni di residenza.
Non sono stati quelli, chiaramente, i voti che hanno fatto prevalere il Centrosinistra, ma sono la spia lampante di una mobilitazione totale che, presuntuosamente, qualcuna pensava di poter annullare affiancandosi a Fedez, scordandosi pure quanta maledetta sfortuna quel cantante porti alle ragazze bionde.
D’altro canto, forse non sarebbe bastata nemmeno la mobilitazione attivistica doverosa, per una sfida di questa portata, dato che l’astro della Meloni, a tanti pochi giorni dal voto, si è offuscato a causa della sua incredibilmente goffa reazione alle recenti tragedie di politica estera. Quelle – si parla della crisi iraniana – a fronte della quale è stata vista balbettare qualcosa di incomprensibile – “non ho gli elementi per giudicare” -, mentre gli italiani hanno visto schizzare alle stelle i prezzi del carburante, non ostante l’intervento (troppo timido, in verità) sulle accise.
Si sbaglierà, nessuno pretende di avere la verità in tasca, ma, se la Meloni, per una volta, pensando agli interessi del Paese che, per altro, in questo caso, coincidevano coi suoi personali e politici, avesse detto: “Donald, stavolta hai fatto una cazzata!”, probabilmente, oggi, si commenterebbero altri risultati.
Ignavia e inerzia combinati insieme, invece, hanno scatenato la tempesta perfetta. Quella che è costata a un altro estemporaneo “fenomeno” della politica italiana il passaggio dal seggio più alto ai lidi dell’inconsistenza. Anche allora il tracollo seguito a una cocente disfatta parlamentare non fu immediato. Però, fu inesorabile.
Qualcuno sta dicendo: gli italiani si pentiranno di questo voto! Può anche essere, ma, a onor del vero, è dai tempi delle elezioni per i tribuni della plebe che il popolo è costretto ciclicamente a rimpiangere di non aver compiuto scelte differenti da quelle fatte.
Nel gioco della politica, però, a considerare realisticamente le cose, l’elettorato, che pure formalmente assegna la vittoria a uno dei contendenti, rappresenta il pubblico, gli spettatori: a vincere e a perdere sono i giocatori, le squadre. Prendersela coi tifosi è puerile. Oltre che inutile.
Max Mazzanti
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