Il taglio delle accise sui carburanti deciso dal governo per i prossimi 20 giorni, arriva tardi.
Non è una svolta, ma l’ennesimo intervento che rincorre una realtà già fuori controllo. L’energia non è un bene di lusso. Non è una voce accessoria nei bilanci delle famiglie. È ciò che permette di vivere, lavorare, produrre. È la base materiale su cui si regge ogni società moderna.
Un danno enorme all’economia nazionale
Quando il costo dell’energia aumenta senza controllo, non si crea una difficoltà marginale: si colpisce il cuore stesso della vita economica e sociale. Lasciare che tutto questo venga esposto alle dinamiche della speculazione significa accettare che un bisogno primario venga trasformato in occasione di profitto per pochi, mentre il costo reale si scarica su chi non ha alcuna possibilità di difendersi.
È in questo senso che il termine “alto tradimento” — richiamato da persone ben più sagge ed esperte di chi scrive — assume un valore politico e morale preciso.
La grande speculazione ai danni delle famiglie italiane
Non come accusa formale, ma come constatazione di una frattura: quella tra ciò che è essenziale per la collettività e ciò che viene effettivamente tutelato. Quando ciò che serve per vivere viene lasciato in balia di interessi che ne aumentano il costo senza argini, si rompe un patto implicito tra chi governa e chi sostiene il sistema.
Non si tratta di un episodio isolato. Lo schema è noto. Si è visto con il gas. Si è visto con il passaggio all’euro, quando i prezzi hanno corso mentre i salari restavano immobili.
Si ripete oggi con i carburanti. Ogni volta, il risultato è lo stesso: una perdita costante di potere d’acquisto, che colpisce soprattutto lavoratori e ceto medio. E dentro questo schema si inserisce un elemento ancora più profondo: l’assuefazione.
Rassegnati al caro-vita
Noi italiani, quelli veri, siamo abituati ai tradimenti. La nostra memoria è allenata mentre il nostro animo è stanco! Li abbiamo visti, subiti, riconosciuti e infine accettati come parte del funzionamento normale delle cose. Non c’è più sorpresa, non c’è più indignazione piena, ma una forma di rassegnazione che rende tutto questo possibile. Il taglio delle accise, così come viene presentato, non rompe questo meccanismo.
Lo conferma. Interviene dopo, quando il danno è già stato assorbito da chi non poteva evitarlo. Nel frattempo, il peso continua a cadere sempre sugli stessi: su chi lavora, su chi produce, su chi non ha strumenti per trasferire altrove i costi.
E questa, più che una crisi, è ormai una costante.
Gianluca Mingardi
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