La decisione dell’Italia di partecipare al vertice promosso dagli Stati Uniti sul contrasto al terrorismo di estrema sinistra ha suscitato l’immediata reazione delle opposizioni, che hanno chiesto al Governo di riferire in Parlamento sulle ragioni della presenza italiana.
Una richiesta legittima sul piano delle prerogative parlamentari, ma che colpisce per il tono perentorio con cui è stata avanzata e per il messaggio politico che sembra sottendere. Se il terrorismo rappresenta una minaccia alla sicurezza e alle istituzioni democratiche, la cooperazione internazionale dovrebbe essere considerata un interesse comune, non un terreno di scontro ideologico.
I terroristi rossi
È difficile comprendere perché la partecipazione dell’Italia a un summit internazionale dedicato al contrasto di una specifica forma di estremismo violento venga accolta con una diffidenza tale da trasformarsi immediatamente in un caso politico.
Ciò che amareggia e lascia qualche preoccupazione è constatare come un tema che dovrebbe unire – il contrasto al terrorismo e all’eversione politica – venga immediatamente ricondotto alla contrapposizione ideologica.
Negli ultimi anni non sono mancati episodi di violenza politica riconducibili ad ambienti dell’estrema sinistra: aggressioni durante manifestazioni, assalti a sedi istituzionali o di partito, atti intimidatori e scontri organizzati hanno riportato all’attenzione un fenomeno che non può essere liquidato come marginale. In questo contesto, partecipare a un vertice internazionale dedicato al contrasto di tale minaccia dovrebbe essere considerato un atto di responsabilità istituzionale, non il pretesto per una polemica politica.
La condanna arriva, eccome se arriva
Chiedere chiarimenti al Governo è pienamente legittimo in una democrazia parlamentare. Meno comprensibile è che un’iniziativa volta alla cooperazione internazionale contro una specifica forma di estremismo violento venga accolta con un atteggiamento che sembra anteporre lo scontro politico all’interesse generale.
Se perfino un vertice internazionale sulla sicurezza diventa motivo di contrapposizione, il rischio è che la polemica finisca per prevalere sull’obiettivo comune di prevenire e contrastare ogni forma di violenza politica.
Se davvero la sicurezza è un valore condiviso, allora dovrebbe esserlo sempre. Condannare il terrorismo significa condannarlo in tutte le sue forme, senza distinguere tra violenze più o meno gravi in base all’etichetta ideologica di chi le compie.
Ed è proprio questa universalità del principio che dovrebbe costituire il terreno comune sul quale maggioranza e opposizione possono confrontarsi, pur mantenendo opinioni diverse sulle scelte di politica estera. Il dibattito parlamentare potrà certamente chiarire finalità e modalità della partecipazione italiana al summit.
Ma, decisamente, il messaggio che si percepisce è sbagliato: quello di una politica incapace di riconoscere che, di fronte alla violenza e all’eversione, dovrebbe esistere almeno un punto sul quale non vi siano distinguo.
Gianluca Mingardi
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