Una delle critiche alla proposta di legge popolare per la remigrazione volontaria degli immigrati regolari è la seguente:
“Se tornassero nei loro paesi, chi svolgerebbe i lavori umili indispensabili per il funzionamento della società?”.
A prima vista, sembra una preoccupazione sociale.
Ma osservando più attentamente, il paradosso appare evidente. Chi oggi, pavoneggiandosi di anti-razzismo e muovendo quella critica come accusa, non difende i lavoratori stranieri: difende uno status quo basato sullo sfruttamento.
Nei campi, nelle aziende e nelle cooperative, migliaia di persone vivono e lavorano in condizioni che definiscono, senza eufemismi, la schiavitù moderna. Salari bassissimi, contratti minimi o inesistenti, diritti negati: tutto ciò a beneficio di chi trae profitto dalla loro fatica.
La remigrazione volontaria, lungi dall’essere un gesto ostile, costringe a confrontarsi con questa realtà.
I nuovi servi della gleba
Privare preventivamente gli sfruttatori dei vantaggi economici derivanti dal lavoro sottopagato non è punizione, ma strumento di giustizia sociale, una misura che mette fine al parassitismo di chi arricchisce sulla pelle altrui.
Così, l’accusa di razzismo diventa un pretesto ideologico per mantenere gli immigrati in semi-schiavitù, sfruttando la loro condizione per legittimare la retorica della lotta di classe e sostenere quelle frange politiche che ne fanno ancora un manifesto.
La sinistra dalla parte dei caporali
Non si tratta di proteggere chi lavora, ma di proteggere chi sfrutta. L’“antirazzismo” invocato diventa dunque uno scudo a favore della disuguaglianza e dell’ingiustizia.
La domanda che rimane è chiara e scomoda: chi davvero tutela la dignità dei lavoratori e chi, invece, vuole che restino schiavi utili al profitto e alla poltrona altrui?
Gianluca Mingardi
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