Mentre la sinistra festeggia in piazza e la destra si lecca le ferite, possiamo analizzare questa tornata referendaria caratterizzata da una campagna oltremodo grottesca e da numeri che invitano a riflessioni.
La retorica partigiana
Se da una parte avevamo il feticcio della costituzione e della resistenza, oltre che alla disinformazione riguardo alla riforma che piaceva a mafiosi e fascisti, dall’altra venivano promesse cose del tutto estranee alla riforma stessa (maggior sicurezza, più espulsioni e più certezza della pena) o comunque ne venivano gonfiati gli effetti seppur benefici.
In pochi hanno analizzato da un punto di vista tecnico e pratico la riforma, e la maggior parte di essi ha votato per il SI. Questo in controtendenza con l’idea, tipicamente progressista, di lasciare il parere agli esperti, perché il popolo non ne capisce. Quello stesso popolo accusato di essere analfabeta funzionale (termine utilizzato dal deficiente progressista medio per darsi un tono di superiorità) quando vota la destra o diserta i referendum, che di colpo è diventato un popolo sveglio e da ammirare. Le percentuali, però, non devono illudere.
Qualche numero
Se è vero che l’affluenza è stata un record, se paragonata agli ultimi decenni, bisogna mettere i puntini sulle “I” e analizzare matematicamente. L’affluenza si attesta al 58% e di questa, il 54% ha scelto il NO. Significa che il 32% degli italiani ha bocciato la riforma e ama la costituzione a livello quasi feticistico. Per fare un paragone, la scorsa tornata referendaria ha visto una maggioranza di SI, sul referendum abrogativo, pari. 25%, già pesata sull’affluenza.
Il 32% di quest’anno e il 25% dello scorso sono quasi completamente aderenti alla stessa fazione politica, la differenza la si può trovare, in parte, nei “franchi tiratori” di centrodestra. Resta il nodo del restante 68%. Tra votanti per il SI e astenuti, sono comunque la maggioranza, coloro che sono accusati di non amare la costituzione, o di apprezzarla in maniera diversa rispetto al dogma progressista antifascista. Quindi l’Italia non può dirsi antifascista secondo i canoni di PD e compagnia cantante.
Tolti i numeri, questa rimane un’occasione persa per dare una svolta a questo Paese stanco e troppo sottomesso a sé stesso, un Paese da cui i giovani, e i meno giovani, scappano, un Paese in cui si ha paura a fare figli, ma che mantiene la costituzione più bella del mondo. Una magra consolazione per chi sta festeggiando in piazza chiedendo senza motivo dimissioni del governo, sventolando bandiere palestinesi e cantando bella ciao.
Nel nome di Dino Grandi
Ignoranti del fatto che lo stato attuale, pur con le dovute modifiche nell’arco dei decenni, è frutto della riforma di Dino Grandi del 1941 anno XIX, ignoranti del fatto che la costituzione è stata modificata numerose volte, ignoranti del fatto che la separazione delle carriere era voluta anche dalla sinsitra, ignoranti del fatto che quando ci sono referendum ed esenzioni la democrazia vince sempre, anche se vince la fazione a noi non gradita.
L’antifascismo si dimostra ancora una volta un controsenso a sé stesso, condito con sintomi di psicopatia e manie di persecuzione al limite del clinico, ciò è dimostrato da chi esulta infantilmente a colpi di “maalox, rosica, a casaaa”, manco fossimo allo stadio.
E come per vari referendum, dal 2 giugno al nucleare, il popolo può sbagliare ma ne pagherà le conseguenze e non sarà la costituzione a proteggerci. Intanto lasciamoli festeggiare, come festeggia la curva la cui squadra retrocede consolandosi col fatto di avere la più bella coreografia.
Ma sarà sempre un marito che si evira per fare dispetto alla moglie.
Lorenzo Gentile
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