In un’Italia che nel 2026 si ostina a recitare copioni stantii, due vicende, distanti per geografia e natura eppure contigue per il modo in cui la stampa le ha incorniciate, rivelano con spietata chiarezza il morbo che affligge il nostro discorso pubblico: l’incapacità di guardare i fatti senza il filtro di un’ideologia che ha fatto del “fascismo” un fantasma eterno e dell’estremismo di sinistra un accidente marginale, quasi un folklore romantico anche quando viene criticato.
Roseto Youth
Da un lato, guardiamo al fenomeno dei cosiddetti “Roseto Youth” – o, con maggiore enfasi, la “Gioventù fascista rosetana” – “sgominata” dai Carabinieri di Teramo il 12 marzo scorso con otto misure cautelari e diciassette indagati tra i diciannove e i trentasei anni.
Dall’altro, le due vite spezzate di Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, anarchici legati alla galassia insurrezionalista di Alfredo Cospito, morti il 20 marzo nel crollo di un casolare abbandonato al Parco degli Acquedotti di Roma mentre assemblavano una bomba artigianale destinata, secondo gli inquirenti, a un attentato di rilievo.
Due episodi che, letti con onestà intellettuale, parlano di ignoranza giovanile da una parte e di progettualità eversiva dall’altra. Eppure la narrazione dominante ha operato un rovesciamento grottesco: ai primi ha riservato l’allarme nazionale, il marchio di “cellula neofascista” nonché il sempre verde sospetto di ramificazioni oscure fin dentro le stanze del potere; ai secondi, un velo di pietà tragica e l’assenza di qualsiasi tentativo di collegarli al sistema politico che pure, in passato, ha offerto loro sponde e legittimazione. È qui, in questo doppio binario comunicativo, che si consuma l’offesa più grave alla verità: non tanto l’ignoranza dei protagonisti – umana, fin troppo umana – quanto la strumentalizzazione folkloristica operata da chi dovrebbe informare e invece fabbrica consenso.
Cominciamo dai fatti di Roseto degli Abruzzi, siamo in provincia di Teramo, nel cuore di un Abruzzo marittimo che ancora conserva il sapore di una provincia vera, lontana dai riflettori romani. Un gruppo di giovani – per lo più ultras della Pallacanestro, legati da una chat WhatsApp – si è reso protagonista di aggressioni ai danni di migranti e un assalto alla vettura delle forze dell’ordine ma il vero problema per i “professionisti dell’informazione” è la condivisione di materiale inneggiante a Hitler e Mussolini tra i messaggi privati. Le accuse sono gravi: istigazione alla violenza per motivi razziali, lesioni, danneggiamenti. Otto misure cautelari, tra cui quella per il cosiddetto “Duce”, rimasto in carcere nonostante la richiesta di domiciliari.
Poca politica molto Netflix
A scrutare con attenzione le cronache, emerge un quadro di dilettantismo adolescenziale più che di struttura paramilitare. Ragazzini poco più che ventenni – alcuni appena maggiorenni – che giocano a emulare gli ultras delle serie tv, che confondono il tifo da curva con la militanza politica, che agiscono in piccoli branchi senza veri e propri capi, senza ideologi, senza finanziamenti occulti. Un’azione dettata quindi dalla spontaneità dell’inconscio e indubbiamente della desensibilizzazione accentuata da questa società, il tutto è ovviamente grave, certo: è probabilmente l’aggravante della immaturità che rende i loro reati ancora più importanti, perché privi persino della consapevolezza storica di ciò che evocano. Ma proprio per questo, proprio perché si tratta di una gioventù allo stato brado, priva di “struttura organizzata, capi, leader, ideologi”, la sproporzione dell’allarme mediatico stride come una nota falsa in un’orchestra ben temperata. Il tutto potrebbe tranquillamente essere etichettato come un fenomeno relativo alle “baby gang”.
La canea dei giornalisti
La stampa nazionale ha elevato il caso a “cellula neofascista smantellata”, ha parlato di “raid squadristi”, ha evocato legami con “movimenti neo-fascisti” su scala territoriale e, sottotraccia, ha lasciato filtrare il sospetto di collusioni con ambienti vicini al governo. Nel 2026! Quando il fascismo storico è terminato da oltre settant’anni. Eppure ecco l’enfasi: allarme rosso, titoloni a tutta pagina, il fantasma del “fascismo che ritorna” agitato come una bandiera per attirare l’attenzione di tutti. Ignoranza dei ragazzi, sì; ma ignoranza amplificata dalla stampa in un esercizio di folklore politico che sa di anacronismo patetico.
Si dà maggiore enfasi perché “fascisti”, come se l’etichetta bastasse a trasformare dei teppisti di provincia in una minaccia esistenziale per la Repubblica. E qui la critica deve essere aspra, reale, ma soprattutto umana: questi giovani pagano l’aggravante della loro stessa incultura, di un’ideologia appresa sui meme e non sui libri, di un machismo da chat che non ha nemmeno il coraggio di una vera dottrina. Ma vengono trasformarli in pericolo nazionale, presumerne ramificazioni, significa non solo mentire ai lettori, ma avvelenare il dibattito pubblico con veleni che il tempo ha reso rancidi e “condannare” ancor di più i protagonisti della vicenda.
Arrivando ai bombaroli anarchici
Ben diversa – e qui il doppio standard si fa abisso – la narrazione sull’esplosione romana. Due anarchici, Mercogliano e Ardizzone, legati esplicitamente al nucleo attivo per la libertà di Alfredo Cospito, muoiono mentre fabbricano un ordigno esplosivo.
Non un petardo, non un fuoco d’artificio: una bomba artigianale, con obiettivo verosimilmente di rilievo per far notare il colpo. Un fatto gravissimo, che richiama gli anni di piombo e che, in qualsiasi Paese serio, avrebbe scatenato un dibattito immediato sulla minaccia eversiva di sinistra. Invece? La stampa mainstream ha scelto toni misurati, quasi elegiaci. Poco o nulla sul contesto: la galassia Cospito, le rivendicazioni successive del mondo anarchico sul web (“violenza necessaria, sono morti combattendo”), il rischio concreto di attentati. Nessun allarme nazionale, nessuna presunzione di “reti estese” che lambiscano la Nazione. E soprattutto, silenzio assordante sui legami reali – storici e documentati – che l’estrema sinistra anarchica e insurrezionalista ha intrattenuto e intrattiene con ambienti politici inseriti nel cuore dello Stato.
È qui che l’analisi deve farsi chirurgica, perché il silenzio non è neutro: è scelta. Nel caso Cospito – che non è un fantasma del passato ma il faro ideologico di questi due morti – la sinistra parlamentare non ha esitato a offrire sponde. Nel 2023, esponenti del PD e di altre forze di opposizione si recarono in visita al detenuto al 41-bis, difesero la sua protesta, accusarono il governo di “garantismo selettivo”. Pagella Politica documentò le posizioni ufficiali: il PD schierato contro l’inasprimento del regime carcerario, mentre Fratelli d’Italia parlava apertamente di “sinistra dalla parte dei terroristi”.
Il filo rosso che lega antifa, compagni e anarchici
Il Giornale e Libero ricordarono le intercettazioni e le strumentalizzazioni: politici che, pur non condividendo gli attentati, legittimavano la narrazione vittimista dell’anarchico “martire”.
E non si tratta di episodi isolati: la galassia anarco-insurrezionalista ha da sempre trovato ossigeno in certi ambienti della sinistra extraparlamentare, in circoli culturali, in università, persino in assessorati locali dove l’antifascismo militante è diventato alibi per tollerare derive violente. Varie testate – pur da prospettive diverse – hanno raccontato come Cospito sia stato “strumentalizzato” da forze politiche che, nel momento del bisogno, hanno preferito il dialogo con l’eversione piuttosto che la netta condanna. Nel 2026, con due morti per fabbricare una bomba a Roma, la stampa non indaga questi legami: non chiede conto ai partiti che ieri difendevano Cospito e oggi tacciono; non evoca “infiltrazioni nel sistema”; non parla di “rete che tesse la sua tela dentro le istituzioni” non cerca “reti sul territorio”.
Perché? Perché l’estrema sinistra, anche quando maneggia esplosivi, resta “compagna di strada”, folklore romantico, mentre il fascismo – anche quando è solo ignoranza di provincia – è il nemico da esorcizzare con l’allarme rosso.
Questa asimmetria non è solo giornalistica: è culturale, è morale, è ovviamente politica. Critichiamo con durezza l’ignoranza dei ragazzi di Roseto degli Abruzzi: la loro è una violenza stupida, figlia di un’Italia che ha smarrito la presenza a se stessa e l’educazione al senso critico e che lascia i giovani in balia di chat e mode virtuali.
Doppio binario comunicativo
Ma la medesima durezza va rivolta al folklore mediatico che li trasforma in spettri del Ventennio per fini politici. Al contempo, la bomba di Roma non è folklore: è progetto concreto di morte, è terrorismo che non ha bisogno di “struttura” perché si nutre di ideologia liquida, diffusa, protetta da un’aura di ribellismo che certi salotti progressisti non hanno mai smesso di coltivare. E qui la stampa – quella che dovrebbe essere quarto potere – abdica al suo ruolo: sceglie di non vedere i legami documentati, di non ricordare le visite in carcere, di non porre la domanda scomoda: perché l’estrema sinistra, quando eversiva, trova sempre un’eco nel sistema, mentre l’estrema destra, anche quando folkloristica, viene dipinta come quinta colonna?
In un’Italia che nel marzo del 2026 continua a specchiarsi in uno specchio deformante, il doppio binario comunicativo che abbiamo già denunciato a proposito della Roseto Youth e degli anarchici morti tra gli ordigni romani non è un’eccezione isolata, bensì il sintomo di una patologia sistemica. La stampa – quella che dovrebbe essere il quarto potere, non il primo – opera con due pesi e due misure: ciò che proviene da destra, anche quando è mera ignoranza folkloristica di provincia, diventa allarme nazionale, “rigurgito fascista”, minaccia alle istituzioni; ciò che proviene da sinistra, anche quando è violenza organizzata, sabotaggio o eversione, viene avvolto in un velo di comprensione, di “contestualizzazione sociale”, di pietà per i “giovani idealisti” o di silenzio complice ed ipocrita. È un esercizio di folklore ideologico che non solo tradisce la realtà dei fatti, ma avvelena il corpo sociale, rendendo impossibile un dibattito onesto.
Esploriamo altri capitoli di questa asimmetria
I centri sociali occupati e la loro violenza sono una cosa a cui ci hanno abituato gli stessi giornalisti in Italia, come anche per la criminalità legata all’immigrazione irregolare e il trattamento delle proteste “ambientaliste” di realtà come “Ultima Generazione”. Casi che, letti senza paraocchi, rivelano lo stesso meccanismo: indulgenza per l’estrema sinistra, clava per la destra, con la differenza che a sinistra i legami politici sono concreti e ben visibili a tutti ma la narrazione dominante si ostina a occultare.
Prendiamo il fenomeno radicato dei centri sociali, da decenni sono parte integrante della geografia urbana italiana. Askatasuna a Torino, il Leoncavallo a Milano, il Forte Prenestino a Roma: spazi occupati illegalmente, spesso trasformati in hub di aggregazione antagonista, ma anche – come dimostrano le cronache recenti – in basi operative per scontri con le forze dell’ordine, assalti alle sedi politiche della destra e azioni di intimidazione varie.
Solo nel febbraio 2026, a Torino, gli scontri legati allo sgombero di Askatasuna hanno visto l’utilizzo palese di pietre, bombe carta e – sembrerebbe anche – molotov contro la polizia; gli antagonisti hanno rivendicato le violenze, e persino un assalto pianificato alla redazione de La Stampa. Eppure, la stampa mainstream non ha gridato all’“allarme eversivo”. Al contrario: si è parlato di “tensioni sociali”, di “necessità di regolarizzazione”, di “spazi di aggregazione giovanile” che meriterebbero una legge bipartisan per sanare l’occupazione. Sembrava quasi che si stesse discutendo di un banale diverbio in parrocchia, anziché di veri e propri atti di guerriglia urbana gestiti in modo importante da parte degli antagonisti.
Cosa accade se succede a destra?
Un coro di voci progressiste ha altresì invocato “tolleranza zero solo per la destra”, dimenticando che lo stesso criterio – sgombero entro 24 ore per le nuove occupazioni – viene applicato con fermezza solo quando si tratta di sigle di destra. Immaginate il contrario: un centro sociale “nero” che lancia molotov e aggredisce reporter. Titoli a nove colonne, inchieste parlamentari, sospetti di “ramificazioni governative”. Ma a sinistra, invece, il folklore della “resistenza” prevale: i centri sociali restano “compagni che sbagliano”, protetti da un giustificazionismo che la sinistra parlamentare non ha mai smesso di coltivare.
E i legami reali? Non sono folklore: sono documentati. Askatasuna e simili hanno trovato sponde in assessorati comunali di sinistra, in circoli culturali finanziati con soldi pubblici, in reti che lambiscono persino forze politiche presenti nel Parlamento europeo. È lo stesso meccanismo visto con Alfredo Cospito: non una condanna netta, ma una “contestualizzazione” che trasforma l’eversione in “dissenso democratico”. La stampa non indaga su questi fili: non evoca “infiltrazioni nel sistema”, non parla di “rete che tesse la sua tela dentro le istituzioni”. Perché?
Perché l’estrema sinistra, anche quando maneggia pietre, spranghe, molotov e polvere da sparo, resta “antifascista”, dunque paladina di non ben identificati “diritti democratici” e “libertà”, mentre qualsiasi occupazione o scontro che dovesse avvenire (quelle rare volte in risposta e mai per offendere) da parte della destra diventa automaticamente “squadrismo neofascista”. Un doppio standard ormai evidente a tutti che offende non solo la verità, ma la dignità di tutti gli italiani.
La criminalità legata all’immigrazione irregolare
I dati Istat e del Ministero dell’Interno sono implacabili – nel 2025 gli stranieri irregolari incidono in misura sproporzionata su furti, rapine e violenze sessuali – eppure la narrazione dominante opera un ribaltamento sistematico. Quando un migrante commette un reato, la stampa progressista lo riduce a “episodio isolato”, a “frutto della marginalità”, a “conseguenza del razzismo strutturale”. La nazionalità spesso scompare nei titoli così come negli articoli, e la giustificazione è che questa viene omessa per non “alimentare stereotipi”.
Studi come quello dell’Università di Padova sul bias linguistico (aggiornati dal Rapporto Carta di Roma 2025) dimostrano che i criminali italiani vengono nominati con nome e cognome, mentre per gli stranieri si preferisce l’anonimato o l’aggettivo “giovane uomo”, quasi a depoliticizzare e de-etnicizzare il fatto. Al contrario, quando un reato – anche minore – è compiuto da un gruppo di giovani italiani e riconducibili alla cosiddetta “destra”, ecco l’etichetta: “fascisti”, “squadristi”, “ultra nazionalisti”, “nostalgici del Ventennio” e chi più ne ha più ne metta. Nessuna contestualizzazione sociale, nessuna indulgenza per l’ignoranza giovanile. Il caso di Roseto degli Abruzzi è emblematico, ma non unico: ogni raid di provincia diventa “minaccia nazionale” se l’appartenenza è vagamente di “destra”.
Qui il folklore mediatico si fa grottesco: si minimizza la correlazione statistica tra immigrazione irregolare e devianza (documentata da Openpolis e da rapporti ufficiali) sempre per non “dare armi alla destra”, mentre si amplifica qualsiasi segnale di “fascismo” per colpire il governo in carica o i vari gruppi politici legalmente attivi in Italia.
E i legami politici?
La sinistra che ha governato per anni ha promosso politiche di accoglienza senza la benché minima “integrazione”, creando le condizioni di marginalità che ora finge di deplorare solo quando esplodono in cronaca nera. Nessuna inchiesta sui “buonisti” che hanno favorito i flussi irregolari; nessuna domanda scomoda sui sindaci di sinistra che trasformano hotspot in zone franche. Il doppio standard è evidente: il migrante che sceglie la vita criminale è “vittima del sistema”, il ragazzo di destra è un “pericolo per la democrazia”. La cecità umana sarà pure da entrambe le parti, certo; ma solo una delle due viene elevata a pericolo esistenziale.
Se pensiamo ancora per un attimo alle proteste di “Ultima Generazione” e alla vernice su quadri e monumenti, ai blocchi stradali, ai vari atti di sabotaggio condotti, con azioni che danneggiano in modo evidente i beni pubblici, ed esasperano i cittadini, gravando anche alle casse dello Stato, la stampa le definisce semplicemente “proteste”, se non anche “grido disperato delle nuove generazioni”,o “attivismo”. Eppure sembra che sfocino solo in vandalismo puro quanto gratuito.
Immaginiamo per un momento il contrario
un gruppo di giovani di destra che blocca una strada per protestare contro il caro vita o l’immigrazione. Titoli sul “blocco fascista”, “intimidazione squadrista agli automobilisti” ecc. Il Rapporto Reuters e le analisi sul giornalismo italiano 2025-2026 confermano questo pattern: le cause “di sinistra” godono di un’aura di legittimità morale automatica, mentre quelle “di destra” vengono subito patologizzate. In tutti questi casi – centri sociali, criminalità migrante, ambientalismo radicale – il meccanismo è identico a quello già visto con gli anarchici romani e i ragazzi abruzzesi: l’ignoranza o la violenza di destra viene elevata come “ritorno del fascismo” per fini politici; quella di sinistra viene folklorizzata come “sbaglio innocente”.
La stampa abdica al suo ruolo
Scegliere il silenzio sui legami reali della sinistra estrema con pezzi del sistema (assessorati, università, fondi pubblici), mentre si presuppone collusioni governative per ogni episodio di destra è qualcosa di insensato quanto spregiudicato. Nel 2026 tutto questo è non solo anacronistico: è pericoloso. Perché perpetua una memoria selettiva, avvelena il dibattito, impedisce alla società di affrontare i problemi reali – l’integrazione mancata, la violenza politica diffusa, l’ordine pubblico eroso – con la lucidità che meritano.
Ai lettori lasciamo l’ardua sentenza
Ciò che ci sentiamo di ribadire è che le azioni dei ragazzi di Roseto degli Abruzzi sembrano essere più il frutto dell’andamento del mondo giovanile attuale, che va indubbiamente combattuto, ma non con le etichette politiche. D’altro canto invece la progettualità letale degli anarchici va affrontata con la fermezza, senza indulgenze ideologiche. Ma soprattutto va smascherato questo doppio standard: perché solo così, spezzando la “tela del ragno” fatta di omissioni e amplificazioni, potremo restituire al dibattito pubblico la dignità e la Verità che merita.
Solo così si potrà finalmente onorare l’umanità ferita di tutti – vittime e carnefici, ragazzi smarriti e militanti armati – senza più distinguere in base al colore della bandiera. Il resto è solo propaganda d’altri tempi che deve essere rottamata. Questi doppi standard non sono errori giornalistici: sono scelte ideologiche. Critichiamoli con durezza, senza indulgenze. Solo spezzando questa tela di omissioni e amplificazioni l’Italia del 2026 potrà guardarsi allo specchio senza più una grande serie di deformazioni.
Sergio Saraceni
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