Ad un osservatore superficiale potrebbe parere strano, se non inconcepibile, che un potere caparbiamente geloso della sua conclamata laicità abbia espresso, attraverso le più o meno occasionali esternazioni delle scialbe figure del politicantismo nostrano, un fervido e corale compiacimento per la “testimonianza” resa dai giovani convenuti a Roma da ogni dove, in coincidenza con le giornate del giubileo ad essi appositamente riservate.
Positivamente sorpreso da cotante attestazioni di democratica compiacenza, il nostro ipotetico osservatore, inopportunamente sospinto dalle suggestioni di un indiscreto ottimismo, sarebbe perfino indotto a presagire l’imminenza della rinascita di una forte e pugnace cristianità, decisa a rintuzzare le insidie dei nemici della Fede con la nobile intrepidezza dei cavalieri crociati.
Pur tuttavia, il riscontro impietoso delle circostanze sopraggiunge prontamente a dissipare queste illusorie supposizioni e apporre financo gli individui più sprovveduti o recalcitranti dinanzi alla constatazione inderogabile del fatto che la democrazia, prescindendo dalle trascurabili divergenze tra le posizioni politiche dei suoi caporioni e giullari, non è disposta a concedere plausi dettati da un ingenuo disinteresse.
È del tutto logico che, per suscitare il vivo apprezzamento dei suoi laicissimi rappresentanti, il giubileo dei giovani non avrebbe potuto assumere il volto di un riaffermato prestigio di Roma come centro tradizionale della cattolicità, né, tantomeno, perseguire il fine alto e generoso di riconsacrare la vita delle nazioni al giogo soave del Redentore.
In un mondo apertamente educato a valutare ogni aspetto della realtà sulla base di aridi criteri commercialistici, lo straripante accumulo di giovani allogati in una vasta area periferica della Capitale, ha offerto una proficua occasione di speculazioni e di guadagni al sistema della corruzione legalizzata; nella logica aberrante del suo agnosticismo, al tradimento della vera Fede consegue l’accettazione di una religiosità vaga e svirilizzata, utile agli oscuri obiettivi sincretistici , graditi dalle logge e dai potentati che tenacemente lo supportano.
Il “chiasso” intempestivamente sollecitato da Giorgia Meloni quale nota distintiva della condotta dei protagonisti del memorabile raduno giubilare, sintetizza la cifra di una manifestazione che, salvo i casi possibili (se pur non quantificabili) di persone animate da sincera devozione, si è svolta, secondo un accreditato costume democratico lungo la spirale dissolvente del sentimentalismo emotivo e della trasgressività libertina.
Pensare che da siffatto contesto possano enuclearsi le condizioni valide per una rivitalizzazione del Cattolicesimo, equivale a scambiare la realtà con le studiate manipolazioni prodotte dall’ingegnosità inventiva degli informatori-illusionisti che, soggiacendo alla propria inguaribile cecità intellettuale, celebrano come esempio di spiritualità la pandemica bassezza di un collettivismo a sfondo demo-pacifistico-rockettaro.
Al riguardo, non si può non rilevare come la liturgia ammodernata, protesa fin dalla sua genesi a posporre la contemplazione amorosa della passione redentrice al ruolo “attivo” dell’assemblea, non abbia saputo proporsi come baluardo risolutivo alla corrente vorticosa della desacralizzazione.
Queste considerazioni che, a dispetto di impressioni fuorvianti, non indulgono ad un acre e sconsolato pessimismo, intendono pacatamente prospettare l’esigenza di una visione realistica dell’ora presente: se essa esclude l’abbandono a precipitosi quanto effimeri entusiasmi, non può esimere i credenti dal coltivare la speranza che, pur tra gli estremi sussulti di un post-concilio destinato ad un malinconico tramonto, con il nuovo Pontefice cominci ad avviarsi una necessaria e salutare azione restauratrice nel campo dottrinale e liturgico.
Paolo Rizza
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