La nazione, unione di popolo e territorio, materializza la sua identità attraverso la manifestazione della sua sovranità territoriale (la dimora esplicitata di un popolo), linguistica, consuetudinaria e culturale (che, via via, dà luogo alla tradizione), spirituale (che dà vita alla religione), monetaria (per l’equa gestione della ricchezza), di forza (che si manifesta attraverso la palese determinazione a difendersi da minacce esterne e interne).
Allo stato attuale, di questi fattori che concretizzano la nazione:
– uno è stato cassato (la sovranità monetaria)
– tre sono stati gravemente danneggiati (la tradizione, la spiritualità e la cultura)
– uno (la lingua) è in itinere per essere sostituita da una lingua internazionalizzata su base anglofona, più simile a un idioma indefinibile che a una lingua, e da altre forme di comunicazione che intaccano negativamente la nostra parlata
– uno, la difesa, è stata sminuita da una continua azione di delegittimazione della necessità di detenere uno strumento adeguato ad assicurare difesa e ordine interno.
Quanto al binomio Popolo-Territorio (fondamenta senza la quale non esiste la nazione) questi è in via di smantellamento a causa dell’abolizione delle frontiere, che mira a cancellare lo spazio di un popolo, e della sciagurata promozione dell’immigrazione di massa e incontrollata che mira a cancellarne le caratteristiche antropologiche.
Come si fa ad avere in uggia la sovranità, quella «certezza di campo di are, di tetto, di sepoltura» (Foscolo) a meno di essere così vuoti dentro ed aver così poca stima dei propri padri da preferire la dissoluzione in qualcosa d’altro, quel qualcosa che ci rende remissivi rispetto ad altri, siano essi un sovrastato come l’UE, una etnia ladronesca come quella Rom, oppure comunità straniere incistate da noi che si fanno un baffo delle nostre consuetudini?
Un’uggia più simile al tradimento del fellone che a una crisi identitaria di un inetto vittima delle sciocche cogitazioni della società moderna che ci hanno portato all’agostiniano momento in cui «evanuerunt in cogitationibus suis», ossia sull’orlo della dissoluzione.
Europa illuminista
«Torniamo a nostra scienza che vuol, quanto la cosa è più perfetta, più senta il bene, e cosí la doglienza” (Dante) e rendiamoci conto che, relativismo, fregola modernista, laicismo a tutti i costi, tutte iatture promosse da quel qualcosa che è l’Europa illuminista, ci hanno così anestetizzati da non sentire più la doglienza (dell’anima) e non saper più distinguere quel che è bene perché siamo «svaniti nei nostri vani pensieri».
Ed ecco che nello stordimento generale, come descritto nel Barbiere di Siviglia di Rossini, s’insinua la calunnia, la quale comincia a rumoreggiare per poi scoppiare «come un colpo di cannone», contro il sovranismo, la suprema, unica autodifesa di un popolo e della sua civiltà… il quadro è di una profonda tristezza; «e il meschino calunniato, avvilito, calpestato, sotto il pubblico flagello per gran sorte va a crepar».
Io non ho nessuna intenzione di svanire nelle vane cogitazioni e diventare quel meschino per cui, come suggerisce il nostro inno, «stringiamoci a coorte» in difesa della nostra sovranità, ne va della sopravvivenza nostra, del futuro della nostra figliolanza e dell’onore dei nostri padri.
Corrado Corradi
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