George Orwell, uno che di distopie se ne intendeva, una volta scrisse una cosa bellissima:
“Il giornalismo è stampare ciò che qualcun altro non vuole che sia stampato. Tutto il resto sono pubbliche relazioni.”
Magari ci fossero ancora le pubbliche relazioni!
Oggi persino l’ufficio stampa di una ditta di bulloni coltiva relazioni più interessanti di un tipico giornalista…il poveretto non è neanche più un uomo, è un clic!
Il “giornalista vero”, di contro, è ormai un essere mitologico.
Qualche anziano giura di averlo avvistato, ma in tempi assai remoti; leggenda narra che il giornalismo fosse la prima stesura di un libro di storia, una vocazione civile, un prolungamento della letteratura, un glorioso “no” in faccia allo status quo, una critica sistematica al sistema!
Il giornalista era un filtro, un interprete, un traduttore della complessa e oscura lingua della politica e degli affari, tradotta perché divenisse accessibile al cittadino.
Ebbene, per dirla con Lucio Battisti, tutto questo non c’è più.
Se proprio volete trovarne traccia, dovete spulciare in qualche microscopica testata di nicchia, letta da appassionati.
Come mai? Cosa diavolo è accaduto al giornalista?
Tante cose… e tutte brutte!
Velocità e Click
La prima: è stato investito dalla velocità.
In un mondo in cui nessuno legge più di tre righe di fila…e di file, il povero cronista non ha letteralmente il tempo di verificare la fonte.
Se attende dieci minuti per una conferma, un’altra testata avrà già pubblicato la notizia intercettando il traffico pubblicitario.
La velocità ha distrutto l’accuratezza.
Non è più giornalismo, è Formula 1, ma senza campioni: i poveri giornalisti corrono tantissimo col rischio di schiantarsi contro un muro di bufale, animali notoriamente lenti, grossi ed ingombranti tanto ingombranti che, quando ne hai presa una, raramente te la dimentichi cosicché a diventare ingombro è il tuo cervello!
Disattenzione
La seconda: il lettore è disattento, superficiale e alla ricerca non della verità, ma di chi confermi i suoi pregiudizi e, non raramente, la sua ignoranza.
Vai a dimostrare al tuo lettore, di sinistra o di destra non importa, che ha torto: hai trovato un nemico che non frequenterà mai più il tuo giornale.
Mai l’ignoranza è stata così presuntuosa come ai giorni nostri!
Chi scrive, peraltro, non può proprio permettersi di essere indipendente o di perdere lettori e così si è messo a fare il capopopolo, spesso più volgare della sua tifoseria.
La testata campa di clic, mica di approfondimenti!
Un vaffa è più divertente di un ragionamento e uno sproloquio vale più di un’analisi!
Vogliamo parlare della qualità della scrittura?
La gran parte degli articoli ti auguri siano stati elaborati da stranieri…arrivare a fine pagina e leggere che quell’italiano atzeco che hai subito per cento righe è frutto delle elaborazioni intellettuali e delle elucubrazioni linguistiche di un italianissimo Mario Rossi, è una stretta al cuore.
Chi, superate con onore le scuole medie, ritornerà a leggere quel giornale?
Rimarrà chi è stato bocciato in quinta, anzi… chi avrebbe dovuto essere bocciato in quinta dato che oggi, nemmeno se ragli davanti alla Commissione, riesci a farti respingere!
La terza: il giornalista è un morto di fame; fare del buon giornalismo costa tempo, protezione e i professionisti che indagano, magari per mesi su un unico filone, non lo fanno per amor patrio.
Illusioni di gioventù
Si aggiunga che i giornali riescono a piazzare giuste giuste le copie necessarie ad incartare le uova a chi le vende in campagna bordo strada e, ci si metta anche che la pubblicità è in mano ai colossi, rimane la scomoda realtà: il giornalista con le migliori intenzioni, ma senza indipendenza economica, l’indipendenza intellettuale se la sogna nottetempo ripensando alle illusioni di gioventù!
E se per caso o per miracolo, qualcuno decide di fare sul serio?
Beh, non aiuta a rivitalizzare il settore il fatto che il giornalista d’inchiesta, in molte parti del globo, finisca sovente in tribunale o in galera o al cimitero e, i più jellati, prima in tribunale, poi in galera e poi – finalmente! – al cimitero.
Casi internazionali vergognosi hanno convinto chi fa questo mestiere a farlo con prudenza e riverenza, cioè male e così i giornalisti dei telegiornali fanno i lettori; cambiare canale significa cambiare volto e voce, ma le notizie sono spesso date persino con la medesima scelta delle parole; i giornalisti di approfondimento ripetono e fanno ripetere ciò che i giornalisti dei telegiornali hanno letto e i giornalisti della carta stampata lo riscrivono, solitamente peggio!
Non piangiamo, però, la morte del giornalismo come se fosse una tragedia inaspettata.
È stata una transizione logica ed una responsabilità collettiva.
Pretendiamo che l’informazione sia gratuita ed abbiamo barattato i fustigatori della politica con i cacciatori di clic, le grandi inchieste con la lettura dei comunicati ANSA.
Oggi, se volete trovare qualcuno che scriva qualcosa che “qualcun altro non vuole che sia stampato” e che lo scriva in un italiano non dico piacevole, ma intellegibile, dovete davvero andare in giro per il web col lanternino…per il resto ci sono le scritte sui muri dei bagni pubblici: il livello è lo stesso, ma il messaggio è più chiaro e più diretto e forse, a suo modo, più onesto!
Irma Trombetta
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