Non siamo strutturati per un simile confronto.
PARTE 2
Note di redazione: Nel primo appuntamento abbiamo esaminato le ragioni identitarie per cui il dialogo interreligioso rischia di trasformarsi in una resa per il cristianesimo laicizzato. Per rileggere il quadro introduttivo e la prima analisi, trovate qui la PARTE 1 del saggio di Corradi.
Il confronto ineludibile tra Cristianesimo e Islam
Che lo si voglia o no, l’Islam, per le incrollabili certezze che costituiscono la sua natura, è destinato a confrontarsi soprattutto con il cristianesimo. In quest’ultimo, una chiosa tutt’altro che banale ma profondissima nella sua semplicità («date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio») ne ha determinato il giusto incardinamento sulla terra, rendendolo il principale competitor di quella religione fondata da Mohammad nel VII secolo in Arabia tra Medina e La Mecca, che prevede invece il confessionalismo a tutto tondo.
Ma numerose altre, impossibili da trattare qui, sono le differenze insormontabili di ordine etico e morale che discendono dall’esegesi esplicativa del Dio unico e onnipotente che l’Islam ha in comune con l’ebraismo, e che differisce in maniera totale dall’esegesi esplicativa di Dio data dal cattolicesimo.
L’equivoco del Dio comune
Giocoforza, siamo destinati a giungere a un confronto con quella spiritualità islamica con la quale molti (tra i quali albergano troppi preti) auspicano che si realizzi quel sincretismo riassunto nella frase tanto errata quanto rinunciataria: «crediamo nello stesso unico Dio».
Si tratta di un equivoco che rischia di portarci all’estinzione. Se è vero che Dio è concepito come unico da entrambe le religioni, la percezione che il musulmano ha di Lui è profondamente diversa dalla nostra. E noi, indeboliti nel nostro auditum fidei dal relativismo, non abbiamo gli strumenti materiali e dialettici per contrastare l’intrinseca irruenza di una religione che si sente legittimata a imporre, per la salvezza di tutti, la propria idea di Dio.
Le condizioni per la convivenza
Il confronto è inevitabile. Anzi, direi che è già in atto, stante la presenza di un dieci per cento ormai abbondante di musulmani residenti nel continente europeo che nel passato era definito «Christianitas». Pertanto sarebbe bene affrettarsi a stabilire due punti fondamentali.
In primo luogo occorre sancire l’inconciliabilità delle reciproche posizioni, unico modo per ristabilire un equilibrio sconvolto da un confuso «volemose bene». In secondo luogo bisogna delimitare, con i riguardi della nostra identità, un terreno d’incontro sul quale confrontarsi per giungere a un gentlemen’s agreement, mantenendo una posizione scevra da cedimenti. Sì, la convivenza è possibile: basta assumere le differenze e non pestare i piedi all’altro, ma soprattutto orientarsi a non lasciarseli pestare.
La deriva ideologica e militante
Passo a una veloce e concisa disamina di che cos’è in sostanza l’Islam, andando al nocciolo della questione per dimostrare che il dialogo condotto da una posizione di inferiorità psicologica è pericoloso.
Nei rapporti con questa religione noi non teniamo presente alcune realtà determinanti. L’Islam porta con sé una cifra degenerativa che tende a trasformarlo da religione in ideologia, da Islam a islamismo, ossia da fede a militanza attiva. Attenzione, perché il passo dalla militanza attiva al jihadismo è veramente breve.
Il ruolo delle comunità e la congiuntura internazionale
Tale spinta è suscettibile di coinvolgere in maniera più o meno forte la maggior parte delle comunità islamiche in Europa, poiché la famiglia musulmana, giustamente, è attivamente cooptata a preservare al suo interno ed espandere verso l’esterno la propria fede.
Tuttavia è vero che anche l’Islam porta in seno anticorpi capaci di evitare tale degenerazione, ma l’attuale congiuntura di politica internazionale — in cui la parte del leone nei rapporti d’affari con il mondo occidentale spetta alle monarchie del Golfo, portatrici di un Islam integralista — li ha resi inerti.
Corrado Corradi
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