L’eredità del classismo progressista
Le parole del presidente del PD Stefano Bonaccini devono indignare ma non sorprendere. L’idea dell’elettore ignorante e troglodita che vota a destra è un mantra diffuso almeno dagli anni Novanta, ossia quando il vecchio PCI (ossia il partito del lavoro, delle periferie, degli ultimi) ha nemmeno troppo lentamente rinunciato alla sua identità sociale per trasformarsi in una semplice alternativa uguale ed opposta a quel centrodestra nato col Berlusconismo e che oggi vive attraverso il governo Meloni. Un autogol che però ci mostra ancora la natura della sinistra progressista nostrana ed europea.
La caricatura dell’elettore popolare
Il povero è colui che non può viaggiare e trascorrere 6 mesi l’anno vivendo le culture esotiche, colui che non può studiare perché deve trovarsi un lavoro, colui che non ha tempo di assistere tre volte a settimana ai cineforum dove si proiettano film neorealisti impegnati che fanno uscire lo spettatore dalla sala mortificato; il povero diventa il troglodita, il fascista che non ha studiato la storia e non conosce la Costituzione, lo scemo del villaggio a cui va tolto il diritto di voto (in barba alla Costituzione stessa tanto sbandierata), l’analfabeta funzionale, termine oggi talmente sdoganato da essere diventato il marchio di chi tenta di attaccare l’interlocutore per nascondere il fatto di essere un perfetto deficiente. Il classismo piddino torna quindi in auge, ma al momento sbagliato trattandosi di opposizione, e allora si cerca di salvarsi in calcio d’angolo alla festa dell’Unità a Genova, tornando a parlare di diritti sociali che, nei passati governi di sinistra, sono stati non solo ridotti, ma persino ridicolizzati.
L’istruzione come laboratorio ideologico
Su una cosa però Bonaccini ha ragione: i laureati votano principalmente PD. Perché? La risposta è semplice e più che mai palese. L’istruzione superiore, da decenni, altro non è che un laboratorio di indottrinamento progressista e antifascista, essendo la scuola in mano ai parrucconi una volta rossi e oggi di tutti i colori tranne quelli nazionali. Si ribalta quindi la causa effetto di cui Bonaccini parla: non è la propensione allo studio derivata dall’essere di sinistra, ma accade il contrario, chi vuole studiare viene necessariamente veicolato, illuso di acquisire uno spirito critico che non esiste. E questi laureati, che si professano di sinistra, uscenti dagli atenei sono quelli che guardano dall’alto del trespolo chi si è fermato all’istruzione superiore o ha scelto una formazione professionale, più che mai necessaria oggigiorno, fuggendo poi all’estero perché quell’Italia antifascista e repubblicana nata dalla resistenza non è in grado di garantirgli un futuro. E dal suo monolocale in nord Europa continua a fare propaganda per il PD e a votarlo, chiedendo però che il voto sia tolto ai vecchi e a chiunque non abbia il suo stesso grado di istruzione.
Il riscatto dell’Italia reale
Non stupisce quindi la crescita di Vannacci e la fiducia nel governo Meloni nonostante le promesse mancate, perché va detto al signor Bonaccini che i voti li portano anche e soprattutto quegli italiani che vivono la quotidianità, precaria e incerta, a cui una volta il PCI si affidava per poi voltar loro le spalle, considerandoli plebei che non sono stati in grado di investire abbastanza su sé stessi o che non portano con sé a lavoro un volume di Pasolini nello zainetto per il pranzo. E quasi sempre sono più intelligenti di tutti quei sapientoni che ostentano la laurea ma che non sanno quale sia il vero significato di parole come fascismo, razzismo, odio, medioevo… O che interpretano a caso la carta costituzionale che, per quanto a tratti criticabile, ha il pregio di essere scritta in italiano semplice e preciso.
Lorenzo Gentile
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