I maranza, considerati italiani perché nati in Italia da immigrati provenienti per lo più dal Maghreb (Tunisia, Algeria, Marocco) e dall’Egitto, tutti di confessione islamica, stanno imperversando come microcriminalità giovanile che la sinistra si sforza di archiviare come fenomeno delinquenziale italiano. Esiste un però che la sinistra – pro-ius solis pro-jus scholae e jus tutto quel che serve a svendere la nostra nazionalità e a minare la nostra identità – trascura: nelle loro scorribande a quei ragazzacci scappa spesso l’insulto «italiani di merda!».
Una frase che la dice lunga sul fatto che quei giovani, i quali pretendono di essere considerati italiani, non abbiano nessuna intenzione di sentirsi tali se non esclusivamente per suggere dal nostro sistema sociale, e il fatto che vivano in Italia in una famiglia di emigrati regolari, che gode dei diritti degli altri italiani, quella frase «italiani di merda!» più volte riferita dopo un pestaggio, un atto vandalico, o una taccheggio, la dice lunga sulla loro cattiva disposizione nei nostri confronti. Una cosa che suona come un evidente j’accuse all’indirizzo della stupidità (o malafede ideologica) di chi continua a sostenere che si tratta di mancata integrazione, attribuibile alla nostra cattiva volontà.
Razzismo al contrario
In realtà, quella frase che si accompagna spesso all’affermazione “noi non siamo italiani”, sancisce un razzismo al contrario. Lo stesso razzismo che ha caratterizzato quel colonialismo di marca positivista di nazioni come Francia e Inghilterra, che andavano a occupare paesi in decadenza, considerati inferiori per etnia e civiltà. La stessa considerazione che hanno oggi di noi i maranza, i quali ci trattano con la stessa tracotanza con la quale il colono francese o inglese trattavano l’indiano, il keniota o il maghrebino.
Sia chiaro, il genitore del maranza, sa benissimo quel che fa suo figlio e se fosse in patria lo prenderebbe a sberle, ma sa di trovarsi in terram infidelium, per di più popolata da gente priva di amor proprio e ignava, “a Dio spiacente e a’ nemici sui”. Così siamo, infatti, considerati da una parte di quella comunità di immigrati che va assumendo sempre maggiore consistenza numerica, sia grazie ai vari ricongiungimenti famigliari, sia con l’afflusso costante di migratori clandestini (spesso delinquenziali) maschi, maggiormente della stessa etnia delle famiglie dei maranza, e in età compresa tra i 18 e i 35 anni.
Chi si ostina a volerci convincere che i maranza sono italiani, ai quali neghiamo l’integrazione, è il maranza stesso, oppure uno di quei babbei che sostengono sia giusto permettere la formazione di un partito islamico, essendo una sorta di soggetto politico equivalente della nostra vecchia Democrazia Cristiana.
Siamo antipatici
Usciamo da questo equivoco suscettibile di trasformarsi in un errore fatale frutto di chi non ragiona con la propria testa ma con quella di una bacata ideologia e per questa è disposto a tutto – anche a svendere genitori, parenti, amici e paese – affinché prevalga la sua volontà di cambiarci i connotati. Evidentemente noi italiani – generalmente caucasici con afflussi mediterranei, altrettanto generalmente cristiani, portatori di tradizioni (ormai slavate da una pervasiva propaganda contraria) che prevedono una certa fedeltà alla triade Dio, Patria e Famiglia – siamo antipatici a Soros e ai suoi scagnozzi; e altrettanto antipatici siamo a chi si è istallato da noi in maniera più o meno legale e che pretende, per di più con tracotanza, maggiori privilegi in danno ai nostri.
Ma veniamo al dunque. Clandestini a parte (che io amo definire migratori delinquenziali), la cui cacciata è una priorità urgente, va affrontato con serietà e concretezza anche l’aspetto afferente alla realtà della comunità degli immigrati regolari e dei loro discendenti.
Conosco molte famiglie di marocchini che sono impiantate in Italia dal 1975 e che, assieme ai loro figli e ai loro nipoti, sono perfettamente integrate nel tessuto sociale italiano pur ottemperando alla loro confessione musulmana; addirittura, alcuni di essi manifestano atteggiamenti suscettibili di essere perseguiti con la morte dagli integralisti islamici, perché pur professando la loro fede maomettana, non disdegnano ammirazione per Padre Pio e tengono in casa la statuetta della Vergine Maria (Oum al masih=Madre del Messia)… della serie: « non si sa mai ».
Islam identitario
Tuttavia, un problema attinente alla integrazione esiste e non è attribuibile alla nostra cattiva volontà, semmai è attribuibile all’invidiabile sentimento identitario etnico e religioso che accompagna gli immigrati arabo-islamici, i quali all’integrazione antepongono i «se » e i «ma» reclamando privilegi che prendono sempre più piede e destinati a differenziarli rispetto alle nostre consuetudini e leggi (poligamia, macellazione, ricongiungimenti)
Nell’Islam, più in generale nella mentalità arabo-islamica, è presente un fortissimo fattore identitario, di stirpe e spirituale, e la famiglia è cooptata a preservare sia le tradizioni afferenti alla stirpe ma soprattutto quelle afferenti alla spiritualità e trasmetterle ai discendenti, propalarle ai parenti acquisiti e manifestarle.
Per il musulmano, specie quello che si trova in terram infidelium il tutto si gioca all’interno della famiglia che è lo scrigno ove sono depositati i gioielli della propria identità (consuetudini, tradizioni, religione) e che se inizialmente, in ragione di un educato senso di riservatezza, vengono contenuti entro le mura domestiche, quando “tempo e paglia han fatto maturare le nespole” ecco giungere il momento di quella che viene definita la manifesta presenza, una sorta di “ci siamo anche noi con il nostro carico di usi e costumi”.
La famiglia custode delle tradizioni
La famiglia arabo-islamica è, giustamente, cooptata a preservare consuetudini, tradizioni e religione, e possibilmente a estenderli. Pertanto, se inserita in un contesto relativista, come purtroppo è diventato quello italiano, inizialmente si integrerà solo proforma mantenendo, invece, al suo interno la propria identità fatta di consuetudini, tradizioni e spiritualità, grazie a una educazione improntata al rispetto dei genitori (dove la madre gioca il ruolo più importante, quello della scelta degli amori del figlio o della figlia) e al disdegno delle consuetudini altrui, considerate sbracate.
I maranza sono i figli di quel confronto tra morigeratezza famigliare che li rende coesi e saldi, e un mondo fatto di ragazzi educati all’assenza di principi che non siano il “volemosebbene” e, troppo spesso, schiavi di quella inconsistenza dell’anima che è l’ignavia, e in tale confronto i maranza hanno la meglio perché più dei nostri sono convinti della superiorità della loro etnia, civiltà e religione, e siccome sono stati anche educati al convincimento che la loro religione sia quella definitiva e salvifica, si impongono con la tracotanza del giovane sdegnoso. Una realtà dura e preoccupante, per fare fronte alla quale è richiesto il ricorso agli attributi e la conformità alla nostra migliore tradizione, ma dinnanzi alla quale in troppi sanno solo frignare.
Corrado Corradi
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