Prendo spunto dall’intervista rilasciata dal capogruppo di FdI al consiglio regionale, Massimo Verrecchia, al quotidiano Il Centro di sabato 31 gennaio c.a. sull’uso del termine antifascista e sulla opportunità di definirsi comunque, sic et simpliciter, con tale aggettivo. L’intervistatore non perde occasione per sottolineare che sia Pierluigi Biondi, sindaco de L’Aquila, che la premier Giorgia Meloni non hanno mai utilizzato il termine in questione.
Ed è su questo ormai trito argomento che penso di dover fare una breve ma dirimente riflessione. Il termine antifascismo è vocabolo dal significato onnicomprensivo. Implica il regime fascista nel suo insieme, le opere realizzate da quel governo, l’ideologia redatta dallo stesso Benito Mussolini insieme con il filosofo Giovanni Gentile, tutte le articolazioni, talune estremamente complesse, della cultura e del sistema valoriale elaborate in Italia ed in Europa nel periodo degli anni che vanno dal 20 al 45 del secolo scorso. Rientrano nel variegato, articolato, multiforme ed eterogeneo mondo del fascismo un insieme di elaborazioni teoriche e politiche, di realizzazioni statuali, giuridiche, economiche e sociali di immensa e sterminata portata.
Cosa significa allora essere antifascisti?
Per esempio, si è contro le politiche economiche realizzate in Italia nel ventennio fascista, oppure si contestano le opere pubbliche dalla bonifica delle paludi pontine alle grandi opere infrastrutturali come l’autostrada Milano-Laghi del 1924, le monumentali stazioni ferroviarie di Milano Centrale, Santa Maria Novella a Firenze e la stazione Ostiense a Roma?
Si è contro le opere di protezione sociale quali ONMI (Opera Nazionale per la Maternità e Infanzia), INPS o più precisamente INFPS (Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale), INFAIL (Istituto Nazionale Fascista per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro), OND (Opera Nazionale Dopolavoro), la settimana lavorativa di 40 ore introdotta nel 1935?
Oppure per antifascismo si intende la condanna delle leggi razziali del 1938 e la disastrosa guerra mondiale al fianco della Germania di Hitler?
Il fenomeno è così difficile da classificare anche da un punto di vista culturale e politico per cui il termine antifascismo e di conseguenza antifascista risulta essere generico, approssimativo, liquidatorio e in buona sostanza privo di un vero significato storico.
Tant’è che i Padri Costituenti non usarono mai la parola antifascismo nella Costituzione Repubblicana. L’equivoco di fondo nasce dal considerare il fenomeno politico fascista equipollente, sovrapponibile e, un tutt’uno inestricabile, con la più vasta cultura che a quel mondo, in certo qual modo, è riconducibile.
Il futurismo nella letteratura come nelle arti figurative è ad esempio un fenomeno, in quanto riconducibile al fascismo, da condannare? Scrittori, poeti, drammaturghi, registi, filosofi, sociologi, scienziati e intellettuali della nutrita e importantissima corrente di pensiero della Rivoluzione Conservatrice degli Anni Trenta nella Mitteleuropa è da ricondurre al mondo fascista e nazista e quindi da condannare tout court?
Una ambiguità
Per questo ritengo che la parola antifascista sia ambigua e definisca solo un essere contro, un porsi in antagonismo senza però chiarire contro chi, che cosa, perché, come. Si obietterà e, per alcuni versi giustamente, che i partigiani erano antifascisti. Ma, in stricto sensu, erano contro il regime fascista e per la precisione contro la Repubblica Sociale Italiana e specificatamente di quel regime, di quella propria classe dirigente, del mondo politico e dei valori o disvalori che quella manifestazione statuale rappresentava.
Se non addirittura una manifestazione di guerra civile (come sostenuto da una autorevole storiografia sempre più accreditata) con tutte le implicazioni che tale definizione comporta. E non tutti nella galassia partigiana del resto combattevano con le stesse motivazioni, incentivi e scopi perché le componenti presenti nel mondo partigiano comprendevano comunisti, socialisti, liberali, democristiani o popolari, monarchici, azionisti, libertari o radicali, social-liberali, mondi politico/culturali diversi e in alcuni casi addirittura contrapposti e ostili.
Credo in buona sostanza che essere antifascisti allora, negli Anni Quaranta, come pure oggi è quanto di più indifferenziato, multiforme, sfaccettato ci possa essere. E quindi è una etichetta ambigua e oggettivamente difficile da utilizzare se non per giudizi tranchant e privi di un corrispettivo preciso significato.
Si può ovviamente obiettare che si è antifascisti a prescindere di qualsivoglia specificazione politica, letteraria, filosofica, artistica, esistenziale, morale e storica ma per questa china si entra nel tunnel della demonizzazione a prescindere da ogni valutazione, precisazione e spiegazione. In una parola si accetta di far parte di una marmellata ideologica confusa ed indigesta. Ed è quello di cui oggi abbiamo meno bisogno.
Vincenzo Cancelli
Presidente associazione culturale aps EUROPA FUTURA
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