Perché il tempo dei “Vati” è finito
Mentre l’Europa si interroga ancora sul proprio destino, da New York arriva un segnale che è un vero e proprio schiaffo in faccia ai dormienti. Il sindaco Zohran Mamdani ha giurato sul Corano con una frase che non lascia spazio a interpretazioni: “Sostituiremo la freddezza del rude individualismo con il calore del collettivismo”. Non è solo retorica, è un programma politico. È la conferma plastica che l’alleanza tra la sinistra radicale e l’Islam non è una fantasia da complottisti, ma una realtà storica che sta marciando spedita sotto i nostri occhi.
Lo vediamo ogni giorno nelle nostre strade, dove le frange anarcoidi e “antifasciste” si fondono con i movimenti islamisti nelle proteste Pro-Pal. Questo asse verde-rosso è destinato a diventare la norma anche da noi, se non saremo in grado di opporre una resistenza che sia identitaria e moderna al tempo stesso. La sfida non è certo rifugiarsi nell’ultra-capitalismo filo-americano, ma tracciare una via italiana che metta lo Stato al suo posto e preservi la nostra libertà e la nostra storia, proiettandola nel futuro invece di lasciarla marcire.
Tra salotti, “Vati” e post su X
Il problema è che, di fronte a questa avanzata, c’è chi crede di poter rispondere con le chiacchiere da bar o con i convegni negli hotel di lusso. In Italia abbiamo assistito a una proliferazione di figure che si credono salvatori della patria tra un post sui social e l’altro. Pensiamo ai vari “Vati” della domenica che lanciano roboanti Summit senza avere nemmeno una sala dove ospitarli, finendo poi per farsi salvare dal moderato di governo di turno per non restare al freddo.
È troppo facile “stroncare” i progetti altrui su X mentre si attende che qualcun altro faccia il lavoro sporco. La politica non si sblocca con i titoli accademici auto-assegnati o con i gradi di Generali che non hanno truppe. Non si sblocca appoggiandosi a partiti che coprono contemporaneamente governo e opposizione a seconda della convenienza. La situazione attuale, fatta di burocrazia asfissiante e magistratura schierata, si cambia solo in un modo: riportando gli italiani nelle piazze.
Una proposta radicale per un obiettivo concreto
Non serve altra teoria, serve una mobilitazione popolare che chieda una soluzione drastica. Ed è proprio qui che si inserisce l’azione del Comitato Remigrazione e Riconquista. A differenza di chi vive di estetica e teoria del declino, il Comitato ha scelto la strada della concretezza attraverso una proposta di legge d’iniziativa popolare. L’obiettivo è chiaro: smettere di parlare tra pochi intimi e obbligare la classe politica a fare l’unica cosa per cui è lautamente pagata, ovvero curare gli interessi dei cittadini italiani.
I politici dovranno fare i conti con la realtà se, dopo aver tradito le promesse elettorali, decideranno di ignorare una richiesta che parte dal basso. Noi di 2diPicche crediamo che la battaglia passi per questo tipo di mobilitazione radicale e consapevole. Il 2026 deve essere l’anno dell’inizio della Riconquista, ma per farlo occorre smettere di seguire i “maestri” del nulla e iniziare a firmare, aderire e lottare. Potete leggere i 10 punti della proposta di Legge Popolare direttamente sul sito ufficiale del Comitato. È il momento di decidere da che parte stare: se con chi twitta o con chi riconquista.
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