Oltre i miti incapacitanti, verso il futuro.
In questo crepuscolo della modernità, dove l’uomo si scopre straniero nella propria casa, la questione energetica non è più un semplice capitolo di politica industriale che ci possiamo permettere di ignorare: è il banco di prova di una civiltà che ha smarrito il senso profondo del legame con la terra. Chi, come noi militanti, guarda al mondo con occhi “identitari” non può permettersi di abbandonare la difesa dell’ambiente. Anzi, deve rivendicarla con orgoglio come eredità propria, perché la vera ecologia – quella che non si riduce a slogan globalisti – è nata a destra, radicata nel sangue e nel suolo, nel rispetto sacro della natura come matrice della comunità e della stirpe.
L’esempio del secolo scorso
Fu il fascismo italiano a istituire i primi quattro parchi nazionali, a promuovere la Milizia Forestale, a varare la legge Croce per la tutela delle bellezze naturali e a condurre le grandi bonifiche che trasformarono paludi in terre fertili. Fu il ruralismo fascista, con la sua visione antiurbana e antimaterialista, a esaltare il contadino come custode della patria.
In Germania, il motto “Blut und Boden” esprimeva la stessa intuizione profonda: l’uomo non è un atomo sradicato, ma parte organica di una terra e di un popolo. Non ci possiamo dimenticare le importanti intuizioni di uomini come Walter Darré o Arnaldo Mussolini prima e di Rutilio Sermonti poi, con i Gruppi di Ricerca Ecologica. Queste sono le nostre radici, e non si possono cancellare.
Il tabù nucleare
Oggi, però, la sovranità energetica si impone come necessità imperiosa. Un popolo che dipende da fornitori stranieri, che compra gas e petrolio da cartelli speculativi, non è sovrano: è vassallo. Per questo dobbiamo guardare senza pregiudizi ideologici a tutte le fonti che possono garantire indipendenza e maggiore libertà al nostro popolo. In questo senso il nucleare non può essere demonizzato a priori.
La Francia, con il suo parco di reattori, produce oltre il 70% dell’elettricità a bassissime emissioni di CO₂ e gode di una bolletta energetica tra le più stabili d’Europa. Altri paesi – dalla Finlandia alla Svezia, dalla Polonia che sta costruendo nuovi impianti – hanno scelto la strada della neutralità tecnologica e ne traggono vantaggio concreto.
Certo, i contro sono reali e gravi. Le scorie radioattive richiedono soluzioni di stoccaggio sicure per millenni. Gli incidenti, anche se rarissimi, possono avere conseguenze catastrofiche. I costi iniziali sono elevati e i tempi di realizzazione lunghi. Ma soprattutto pesa su di noi, italiani, il ricordo di Chernobyl: nel maggio 1986 il fallout radioattivo raggiunse il Nordest, Padova e il Veneto, con picchi di attività nell’aria che superarono di cento volte i valori di fondo. L’Italia subì conseguenze dirette. Questo è il paradosso amaro: mentre altri Stati gestiscono il nucleare con rigore e ne ricavano sovranità energetica e forza, noi rischiamo di pagarne i costi in caso di malagestione altrui.
Rivalutare l’atomo
E qui sorge una riflessione dolorosa sulla nostra stessa voce. Nel mondo identitario si è spesso ripetuto un refrain di sfiducia assoluta verso il nucleare, quasi fosse sinonimo di tradimento della terra. Questa posizione, per quanto comprensibile per una visione che ci lega alla difesa e non all’avvelenamento dell’ambiente, storicamente rafforzata dopo i referendum del 1987 e del 2011, rischia oggi di apparire poco seria, ripetitiva, incapace di evolversi.
Diventa un dogma dal sapore del “mito incapacitante” che ci inchioda al passato invece di proiettarci nel futuro. Non possiamo permetterci di essere solo “contro”: dobbiamo essere propositivi, documentati, capaci di distinguere tra una cattiva gestione e una tecnologia che, se controllata con rigore militare in virtù di una lotta per la sovranità e sopravvivenza nazionale, può essere uno strumento al servizio del popolo.
Il localismo italiano può essere un’opportunità
Allo stesso tempo, non si possono demonizzare neppure le energie rinnovabili. Il fotovoltaico, l’eolico, l’idroelettrico e le nuove tecnologie di accumulo rappresentano la vera frontiera di un sovranismo energetico che guarda al domani. L’Italia è un paese ricco di sole, vento e risorse idriche: ignorarle per partito preso sarebbe da stolti. Le energie rinnovabili non sono solo “green washing” del sistema: possono essere declinate in chiave locale, comunitaria, radicata nel territorio.
Piccoli impianti diffusi, cooperative energetiche di paese, innovazione tecnologica al servizio della sovranità popolare – queste sono strade da percorrere con intelligenza e coraggio per garantire all’Italia dei tanti piccoli borghi e campanili di continuare a splendere anche nella notte più buia.
Aprire il dibattito
Il problema vero è un altro: il nostro ambiente, quello identitario, appare spesso fermo, cristallizzato in slogan degli anni Settanta, incapace di generare un dibattito serio e al passo coi tempi e con una lotta che si dovrebbe aggiornare secondo dopo secondo, con la necessità di studiare e di proporre nuove strategie concrete anche per andare verso il popolo o non rimanere chiusi in un ghetto o peggio ancora “torre d’Avorio”. Si preferisce ripetere formule antiche piuttosto che sporcarsi le mani con dati, progetti, ricerche tecniche. Si demonizza tutto ciò che non è “tradizionale” senza rendersi conto che la vera Tradizione non è immobilità, ma capacità di lottare per l’eterno nel tempo presente. La crisi energetica non si vince con nostalgie o con rifiuti ideologici: si vince con una visione equilibrata che unisce difesa della terra, sovranità nazionale e innovazione responsabile.
È tempo di uscire dall’impasse. Un’identità forte non teme il futuro: lo plasma. Difendiamo l’ambiente come custodi di una terra che ci è stata consegnata e che per noi è sacra, ma senza rinunciare alla sovranità energetica. Guardiamo al nucleare con lucidità, senza demonizzarlo né idolatrarlo. Investiamo nelle rinnovabili con serietà, innovando e creando dibattito. Solo così, uscendo dai dogmi autoprodotti ad immagine e somiglianza e tornando alle radici più profonde – quelle del legame organico tra uomo, comunità e suolo – potremo costruire una vera alternativa al sistema che ci vuole dipendenti e svuotati.
È ora di riprendere un cammino interrotto.
Sergio Saraceni
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