Benvenuti nel Paese del “sorpasso”. No, non parliamo di economia o di Formula 1. Parliamo di quel dato che i telegiornali della sera hanno accuratamente evitato di gridarvi in faccia: nel 2022, per la prima volta nella storia, i minori stranieri denunciati in Italia hanno superato quelli italiani. Nel 2024 il dato è diventato un pilastro della nostra nuova, degradata realtà: su circa 38.000 denunce a minori, oltre la metà porta nomi stranieri.
Il tutto in un Paese dove gli stranieri sono meno del 9%. Matematica creativa? No, realtà brutale. Quel 51% è una menzogna al ribasso. Perché? Perché dentro la statistica degli “italiani” ci finiscono le seconde generazioni con passaporto tricolore. I figli di chi è arrivato ieri e oggi ci ringrazia sfasciando vetrine o cercando l’appartenenza in una gang.
Il rifiuto come identità
Diciamocelo chiaramente, senza paura di offendere la sensibilità di qualche salotto radical-chic: il punto di origine è lo stesso, ovvero il rifiuto della società che li ha accolti. Non è povertà, non è “mancanza di opportunità”. È una scelta identitaria. Chi non vuole integrarsi ha due strade: la radicalizzazione ideologica – quella che ci regala i martiri del terrore “fatti in casa” – o la deriva criminale.
Ricordate Londra 2005? Gli attentatori non erano infiltrati scesi da un gommone. Erano il vicino di casa, il laureato, l’assistente scolastico. Tutti cittadini britannici. Erano “loro”, ma erano già “contro”. Oggi la Svezia, ex paradiso del welfare e dell’accoglienza senza domande, ci mostra il nostro futuro prossimo: esplosioni quotidiane, gang composte da seconde e terze generazioni e un Primo Ministro che ammette, con la faccia di chi ha perso le chiavi di casa, che “il governo ha perso il controllo”.
L’omertà elevata a deontologia
Come siamo arrivati a questo abisso? Semplice: mentendo. La Svezia ha smesso di pubblicare i dati su etnia e criminalità per “non apparire razzista”. Geniale, no? Se non lo dico, non esiste.
In Italia siamo già a metà dell’opera. Abbiamo la Carta di Roma: il codice deontologico dei giornalisti che raccomanda di nascondere nazionalità o etnia di chi commette reati. L’occultamento elevato a regola professionale. Se un immigrato stupra o accoltella, la sua origine è un “dettaglio non essenziale”. Se invece un italiano scrive un post sgradevole su Facebook, prepariamo la gogna pubblica.
E mentre noi ci preoccupiamo di non ferire i sentimenti di chi ci aggredisce, i numeri dicono che l’Italia riceve quattro volte più domande di asilo della Svezia in rapporto alla popolazione. Lo facciamo con meno risorse, meno strutture e una capacità di controllo che rasenta lo zero. Siamo un gigante dai piedi d’argilla che aspetta solo la spinta finale.
Dalle chiacchiere alla Riconquista
Il 2030 è domani. Tra cinque anni avremo scuole a maggioranza straniera dove l’italiano sarà una lingua morta e quartieri-ghetto dove lo Stato non avrà più diritto di cittadinanza. La frattura sarà irreversibile.
Volete continuare a lamentarvi sui social o al bar mentre sorseggiate uno spritz? Accomodatevi. Ma sappiate che il tempo delle opinioni è scaduto. Oggi l’unico punto di partenza ineludibile è la Proposta di Legge Popolare per la Remigrazione e Riconquista.
Questa non è una petizione online da cliccare tra un video di gattini e l’altro. È uno strumento legale che obbliga i cittadini a muoversi fisicamente e la classe politica a smetterla di guardare altrove. È la chiamata alle armi (civili) per imporre risposte immediate:
- Remigrazione: perché chi rifiuta la nostra civiltà non ha diritto di abitarla.
- Riconquista: perché ogni centimetro di suolo italiano deve tornare sotto la legge italiana.
Se non firmiamo, se non ci mobilitiamo ora, i dati di questo articolo non saranno più una statistica, ma la pietra tombale sulla nostra nazione. E a quel punto, non potrete dire che non lo sapevate.
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