Giorgia Meloni a Bari: tra trionfalismi elettorali, record del debito pubblico e la trappola della riforma elettorale
La passerella di Bari e le promesse del Governo
La Presidente del Consiglio va a Bari per festeggiare la sua abilità di leader. Lì, di fronte a poche migliaia di fedeli, oltre a gloriarsi della durata del suo governo — per la verità merito di un’opposizione ancor più inadeguata dei suoi —, snocciola una serie di successi fantasmagorici! Tralasciamo per carità di Patria i problemi irrisolti della politica internazionale, sicurezza, immigrazione, accise e bollette, e andiamo al sodo!
I conti della serva: il debito record del 2026
I dati ufficiali del suo Governo, al di là delle chiacchiere, mostrano un consuntivo 2025 al 137,1% del PIL secondo l’Istat, un dato meno favorevole del previsto. Lo stock del debito pubblico ha raggiunto a giugno 2026 il nuovo massimo storico di 3.207 miliardi. La previsione del MEF nel Documento di Finanza Pubblica 2026 indica il 138,6%, mentre il FMI stima il 138,4% nel 2026 e il 138,8% nel 2027, prima di una discesa al 136,3% nel 2029. Nel 2026 l’Italia sorpassa la Grecia (prevista al 136,9%) diventando il Paese con il rapporto debito/PIL più alto dell’Eurozona, a fronte di una crescita bassissima prevista allo 0,6% per il 2026, un deficit nel Q1 2026 al 7,8% e un avanzo primario ancora negativo al -4,4%.
Il primato economico dell’Eurozona al contrario
Le chiacchiere stanno a zero. Nonostante questo sia il governo più lungo della storia, un record certo, siamo economicamente diventati anche gli ultimi dell’Eurozona: anche questo è un record! Credo che ci sia un limite oltre il quale l’essere ingenui e creduloni, ovvero babbei, travalichi il confine con la patologia, ovvero la demenza.
L’illusione del ritorno alla democrazia diretta
Mi riferisco al meccanismo con cui si è contrabbandato uno strumento con il quale si continua a scippare al popolo il potere di scegliere chi vuole lo rappresenti in Parlamento: le preferenze, per uno strumento con il quale questo potere gli viene invece oggi restituito, dove “la democrazia torna nelle urne”, come qualcuno ha perfino detto. In realtà, se si legge il provvedimento, ci si accorge facilmente della realtà.
L’immunità del “capolista” e i soliti noti
Il “capolista”, che com’è noto nomina il leader del partito, è sempre certamente eletto, indipendentemente dalle preferenze. È infatti immune da questo “virus” democratico essendo parte del “cerchio magico” del Capo: sarà eletto anche se non lo ha votato neanche la nonna. L’ultimo della lista, invece, che ad esempio oltre al voto della nonna ne riceve altri diecimila, il Parlamento lo vedrà solo al telegiornale.
Il bluff delle preferenze condiviso dai partiti
Si calcola che con questo “sistema delle preferenze” il 60% dei parlamentari saranno così sostanzialmente nominati dai leader di partito. Considerando che anche per essere uno dei tanti in lista si ha bisogno dell’approvazione del “Capo”, non è cambiato nulla. Certo, questo vale per tutti i partiti, che in realtà non sono poi così scontenti di questa riforma, se non per il fatto che la furba Meloni si intesta l’iniziativa — diciamolo pure, un po’ farlocca — di aver “ridato potere al popolo”.
Giovanni Preziosa
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