In questi giorni in cui ricorre la festa del 25 Aprile, Tecnè Federalberghi informa che il turismo di prossimità domina, con una forte preferenza per agriturismi, borghi e località di mare.
Quest’anno si nota un imponente movimento di italiani, con circa 95 milioni di veicoli sulle strade, tra il 23 aprile e il 3 maggio, creando un lungo ponte di primavera. Anas ha annotato un aumento del traffico del +6% già da venerdì 24 aprile, con il 25 aprile giornata di punta per gli spostamenti.
Le strutture ricettive registrano un buon tasso di prenotazioni, con il 92% dei turisti che sceglie di rimanere in Italia per i ponti primaverili.
Inoltre, saranno 7,4 milioni gli italiani che si muoveranno per il ponte del Primo Maggio, per un totale di 22 milioni di pernottamenti e un giro d’affari pari a 3,8 miliardi di euro.
Chi non è in spiaggia o a visitare città, ne approfitta per riposare, a casa o nei paraggi. L’interesse per le ricorrenze è sempre più scarso. Al contrario, la baruffa orchestrata dai media tra “fascisti e antifascisti” è tra protagonisti che non si rassegnano di fronte alla storia ed alla prevaricazione ideologica ammuffita, quanto lontana dall’Italia di oggi, che affronta ben altre sfide, con il Patto di stabilità e le guerre in Ucraina ed Iran.
I progressisti sono, paradossalmente, fermi a 81 anni fa. Stessi slogan. Stessa isteria. Stessa narrativa manipolata a favore dei partigiani rossi, che non combatterono per la presunta libertà, quanto perché il nostro Paese divenisse una Repubblica Socialista Sovietica, sotto il sanguinario dittatore Joseph Stalin.
Il PCI fu sempre fedele al “baffo dei gulag”, lo celebrò da vivo e lo pianse da morto, collaborò e ricevette finanziamenti dall’URSS attraverso il più stalinista di tutti: Palmiro Togliatti. Interessante notare che Lenin, conoscendo molto bene i metodi del compagno di partito, ne scongiurò ogni alleanza, supplicando, inascoltato, che non lo si assecondasse.
Le pagine orrende della Resistenza, scritte da storici coraggiosi, anche di sinistra, riguardanti eccidi e stupri, giustizia sommaria e truci crimini, complicità coi titini nella tragedia delle foibe, accanto ai dettagli dei rapporti con la Russia sovietica, sino a giungere agli anni di Piombo, non sono ancora oggetto, nonostante i decenni trascorsi e i cambi di nome, di una seria e dettagliata analisi critica da parte della sinistra italiana, che, non ha fatto, colpevolmente, i conti con la sua storia e le sue ombre.
Si vanta ancora, persino sui social, del vilipendio dei cadaveri a Piazzale Loreto, vergogna ovunque, anche all’estero, neppure sconcerto per lo scempio vigliacco da parte dei leader nostrani, mirabilmente rimbeccati già dal grande Indro Montanelli.
Mussolini, duce della Repubblica sociale, vedeva il nemico interno, il nemico esterno, la popolazione italiana. Confinato a Gargnano, in una villa sul lago, dove era sorvegliato a vista dai tedeschi, l’aveva lasciata in rarissime occasioni: due volte per andare a rapporto dal Führer il 22 aprile e il 20 luglio 1944, quando Hitler aveva subìto un attentato, con intima soddisfazione di Mussolini perché anche il suo amico aveva attorno a sé dei traditori; e il 16 dicembre 1944, per andare a Milano, per l’unica occasione di un discorso al pubblico nel Teatro Lirico, e per un ultimo bagno di folla fra la popolazione milanese, che per qualche ora sembrò nuovamente affascinata dalla persona, o dal personaggio, del duce.
Quali fossero i suoi pensieri e i suoi sentimenti più sinceri, li confidava forse solo nelle lettere a Clara Petacci, che l’aveva seguito sul lago di Garda. A lei Mussolini confessava l’umiliazione e l’impotenza per non riuscire a ricondurre un esercito italiano a combattere contro gli invasori, così da riscattare l’onore dell’Italia e recuperare un qualche prestigio di fronte all’alleato, che si era insediato in Italia come un padrone prepotente, esoso, sfruttatore e, come sempre, bugiardo e ingannatore, sordo alle sue proteste e alle sue denunce degli abusi che i vari potentati nazisti e militari germanici presenti in Italia compivano ogni giorno ai danni della popolazione, dei fascisti e della Repubblica sociale.
«Io sono un cadavere vivente e ridicolo. Soprattutto ridicolo», scrisse di sé Mussolini. E il 26 febbraio ripeté: «io sono defunto. Il popolo italiano tale mi considera e ha perfettamente ragione. La mia autorità cade a brandelli giorno per giorno. Il mio prestigio anche. Io ero qualcuno. Anche se mi avessero impiccato sulla Torre di Londra sarei rimasto qualcuno. Oggi non sono niente. Oggi non sono nemmeno un podestà superiore agli altri».
E poi, aggiunse, sprezzante: «comunisti e nazisti hanno mostrato la loro tempra, la terza, quella dei fascisti, è crollata. Non è il fascismo che ha guastato gli italiani, ma sono gli italiani che hanno guastato il fascismo».
Il 17 aprile, con la vittoria ormai imminente degli eserciti degli Alleati, Mussolini decise di andare a Milano. La morte di Roosevelt il 12 aprile aveva risvegliato in lui l’animale politico: «La morte di quel grandissimo criminale, non può lasciare le cose al punto di prima», scrisse a Clara il giorno dopo.
Il 17 le annunciò una prossima partenza per Milano per rimanervi alcuni giorni: «È assolutamente necessario. Ci sono ancora delle possibilità. Forse ho tardato troppo. Ma la politica è l’arte di trovare le soluzioni dei più difficili problemi». Fu la penultima lettera che Mussolini scrisse a Clara.
A Milano Mussolini si stabilì alla prefettura. Il 25 aprile, nel pomeriggio, quando il Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia (CLNAI) diede ai partigiani l’ordine dell’insurrezione, Mussolini tentò una trattativa di resa con i capi del CLNAI nella sede dell’arcivescovado, per iniziativa del cardinale Ildefonso Schuster.
Era forse questa la possibilità in cui aveva sperato per esercitare la sua arte politica e trovare una soluzione nel momento più difficile della sua vita. Gli fu chiesta la resa incondizionata, e gli concessero due ore per dare una risposta. Prima di lasciare l’arcivescovado, seppe che i tedeschi si erano già arresi, senza avvertirlo. «Ci hanno sempre trattati come servi e per finire ecco che mi tradiscono. A partire da questo momento, dichiaro di riprendere la mia libertà di
azione». E ai capi del CLNAI disse: «Avrete la mia risposta entro un’ora»49. Non ci fu risposta. La sera, alle 20.15, decise di partire per Como.
Nelle settimane precedenti Mussolini aveva progettato con Pavolini di concentrare le forze per un’ultima resistenza in Valtellina. Nel suo ufficio, si erano radunati alcuni dei ministri: il federale di Milano entrò e gli disse d’impeto: «Duce, due ore fa ci diceste che dovevamo prepararci a partire con tutti i nostri uomini, con tutti i nostri mezzi, per la Valtellina: voi sareste partito con noi perché noi, in Valtellina, avremmo fatto quadrato alla vostra persona.
Almeno concluderemmo con onore la nostra storia. Ora ci dicono che andate a Como: non vorrete andare in Svizzera? Continuano ad arrivare fascisti da tutte le province per restare con voi, e ora voi partite». Il duce fissò il federale ma non rispose, poi disse, fra l’altro, di aver saputo dal cardinale Schuster che il generale Wolff aveva cessato le ostilità «a nostra insaputa: un vero tradimento.
Il cardinale mi ha offerto ospitalità, protezione… purché i fascisti si arrendano… Ho rifiutato e ora lascio Milano per evitare che diventi un campo di battaglia tra fascisti e antifascisti».
Intanto il ministro Tarchi era andato dal cardinale per dirgli che Mussolini non intendeva incontrare più «quei signori dei comitati. Se il cardinale avesse bisogno di me potrà trovarmi a Como…I fascisti sono liberi, la loro fedeltà è stata eroica, ora è venuto il momento di separarci».
Dopo un concitato dialogo fra i presenti, e l’insistenza di Pavolini e degli altri per seguirlo a Como, il duce indossò il cappotto e uscì. Partì quindi per Como con alcuni ministri, seguito da Clara con un’auto guidata da suo fratello. Quattro giorni dopo, i loro cadaveri, oltraggiati dalla folla, pendevano impiccati per i piedi ad un distributore di benzina, insieme ai corpi di altri gerarchi fucilati, esposti in piazzale Loreto, a Milano. «Siamo in fondo all’abisso», aveva scritto Mussolini a Clara il 20 novembre 1943. (Fonte: Emilio Gentile, Storia del Fascismo, Editori Laterza).
Matteo Castagna
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