Nel dibattito politico contemporaneo, la parola remigrazione funziona come un interruttore emotivo. Basta pronunciarla perché scatti l’allarme: fascismo. Nessuna analisi, nessuna distinzione, nessuna volontà di entrare nel merito. Solo una reazione automatica che consente a una parte politica di sottrarsi sistematicamente al confronto con la realtà, rifugiandosi in una comoda narrazione morale. Una narrazione che, però, non risolve nulla. Perché la realtà non si governa con gli slogan, e soprattutto perché il rispetto delle regole non ha colore politico.
Rimpatriare chi si trova illegalmente sul territorio nazionale o chi, pur essendo straniero, commette reati non è estremismo né persecuzione ideologica. È normalità amministrativa. È ciò che accade in tutte le democrazie che funzionano, dall’Australia al Canada, senza che nessuno invochi continuamente i fantasmi del Novecento. Queste misure non hanno alcuna base etnica e non colpiscono chi è regolare, integrato o contribuisce alla società. Riguardano esclusivamente chi viola la legge. Sostenere il contrario significa mentire sapendo di mentire.
Il problema italiano, tuttavia, è ancora più profondo e viene sistematicamente rimosso dal dibattito pubblico: l’Italia non ha mai costruito un vero sistema di integrazione. Non esiste una strategia strutturale, non esistono percorsi chiari, non esiste una visione di lungo periodo. Si procede da decenni esclusivamente per emergenza, inseguendo crisi improvvisate, sanatorie tampone e soluzioni temporanee che diventano permanenti. Il risultato è una gestione caotica, confusa e contraddittoria, che danneggia tutti: cittadini italiani, immigrati regolari e perfino chi vorrebbe integrarsi davvero.
In assenza di integrazione, l’immigrazione diventa inevitabilmente un fattore di disordine. Senza regole chiare, senza controlli efficaci e senza responsabilità, si crea un limbo in cui l’illegalità prospera e lo Stato arretra. Pretendere poi di risolvere questo fallimento accusando chi chiede legalità di “fascismo” è un esercizio di pura ipocrisia. Governare i flussi migratori e far rispettare la legge non è una scelta ideologica: è una funzione primaria dello Stato di diritto. Uno Stato che rinuncia a esercitarla abdica al proprio ruolo.
Eppure, invece di affrontare questi nodi strutturali, si continua a inscenare una narrazione antifascista fuori tempo massimo, utile solo a evitare il confronto con i problemi reali. Le piazze si riempiono per difendere l’indifendibile, mentre ogni richiesta di ordine, controllo e sicurezza viene trasformata in una colpa morale. Chiamare “fascismo” tutto ciò che non rientra nei propri dogmi non è antifascismo: è cialtroneria intellettuale. Ed è anche il modo più rapido per esasperare una popolazione che vive quotidianamente il degrado e l’inerzia delle istituzioni.
In questo clima tossico, il vero cambiamento può arrivare solo dalle nuove generazioni. Ai giovani, agli studenti di oggi — di destra, di sinistra o lontani da entrambe — va detto senza ambiguità: non lasciatevi usare. Non imitate chi rispolvera simboli, slogan e canti del passato per alimentare uno scontro sterile e identitario. Il compagno di banco che la pensa diversamente non è il nemico, ma la dimostrazione che il pluralismo è ancora possibile.
I veri avversari non si trovano nelle aule scolastiche né nelle piazze, ma nei “tavoli che contano”, dove si decide per tutti senza assumersi mai la responsabilità dei fallimenti. Continuare a dividersi su linee ideologiche artificiali significa fare esattamente il loro gioco. Il divide et impera funziona solo finché ci si lascia dividere. Superare gli steccati, rifiutare le narrazioni prefabbricate e tornare a parlare di legalità, integrazione e responsabilità è l’unico modo per smettere di essere pedine e tornare a essere cittadini. Consapevoli, attivi e finalmente padroni del proprio futuro.
Patrizia Di Nella
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