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PERCHÉ “SIAMO” ANCORA FASCISTI?

Matteo Castagna di Matteo Castagna
06/09/2026
in Archivio 900, Costume, Cronaca, Politica
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PERCHÉ “SIAMO” ANCORA FASCISTI?
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La continua e pedante propaganda della sinistra terminale ha visto giorni di polemiche ed una manifestazione pubblica contro il fascismo immaginario. Non c’era prima della kermesse “Ritorno a Camelot” e non c’è dopo. Per questo tale ossessione diventa patologica.

Lo storico trentino Francesco Filippi ha parlato di “allarme democratico” e si è detto preoccupato dell’indifferenza della gente di fronte a questo tipo di manifestazioni. Eppure, libri, concerti e una birra tra amici non dovrebbero fare così tanta paura. Anzi, essa dimostra tutta la fragilità di certe istituzioni, che non sanno contestualizzare.

Lo storico antifascista e democratico Filippi, forse involontariamente, risponde alla domanda che si pone proprio nel suo libro “Ma perché siamo ancora fascisti? Un conto rimasto aperto”, pubblicato nel 2020, ovviamente con titolo provocatorio. L’autore non sostiene che tutti gli italiani siano fascisti né che l’Italia contemporanea coincida con il regime di Mussolini, eppure l’allarme rimane anche a distanza di ottant’anni dalla fine del Regime.

La persistenza della zona grigia

La domanda del titolo riguarda la persistenza di una zona grigia nella coscienza storica nazionale: autoritarismo, razzismo, culto dell’uomo forte, indulgenza verso Mussolini e disponibilità ad autoassolversi continuano a riemergere perché l’Italia non ha elaborato fino in fondo il proprio passato.

Secondo Filippi, la sopravvivenza del fascismo nella memoria italiana dipende da due fallimenti complementari: non è stato tolto di mezzo abbastanza: uomini, strutture, mentalità e interessi del regime sono sopravvissuti nella Repubblica; non è stato costruito abbastanza: lo Stato democratico non ha prodotto una memoria antifascista comune, stabile e popolare.

L’esito è una Repubblica antifascista nelle norme fondamentali, ma molto meno omogeneamente antifascista nella mentalità collettiva.

La fine del fascismo non coincide con la sua scomparsa

Il 25 luglio 1943 cade Mussolini, ma non scomplete o scompare immediatamente il mondo costruito dal regime. Dopo l’armistizio dell’8 settembre, l’Italia si divide: al Sud, il Regno continua sotto la monarchia e collabora con gli Alleati; al Centro-Nord, la Repubblica sociale italiana prosegue il fascismo sotto tutela tedesca; la Resistenza combatte tedeschi e fascisti repubblicani; parti considerevoli dell’amministrazione cercano semplicemente di adattarsi.

Questa divisione complica fin dall’origine il giudizio sulle responsabilità. Il nuovo Stato italiano deve presentarsi come alleato delle potenze vincitrici e tende perciò a distinguere l’Italia “vera” dal fascismo, attribuendo a Mussolini e a una minoranza di gerarchi la colpa della guerra.

Tale distinzione è fuorviante ed edulcorata: alcuni italiani furono antifascisti e la Resistenza comunista (che fu quella maggioritaria) si sedette al tavolo dei vincitori per avere la sua fetta di torta. È qui che il giudizio storico dell’antifascista Filippi si fa interessante: essa diventa autoassolutoria quando cancella il consenso bulgaro ineguagliato ottenuto dal regime.

Ma non solo. Anche quando l’antifascismo sbianchetta la partecipazione delle istituzioni; l’adesione di funzionari e professionisti perché molti di essi si riciclarono e fecero il salto della quaglia, già dopo il 25 luglio del 1943.

Il dilemma dell’epurazione nelle istituzioni

Per vent’anni il fascismo aveva formato o selezionato magistrati, prefetti, poliziotti, militari, insegnanti, dirigenti e amministratori. Sostituirli tutti, dopo il 1945, era practically impossibile: mancava un numero sufficiente di persone adeguate e certamente estranee al regime.

La Repubblica si trovò quindi davanti a un dilemma: epurare profondamente, rischiando di bloccare la macchina statale; conservare personale competente, accettando una forte continuità con il passato.

Prevalse nettamente la seconda soluzione. Molti funzionari dichiararono di aver aderito al fascismo per necessità professionale o di aver eseguito ordini, senza convinzione ideologica. Le responsabilità furono spesso circoscritte ai vertici, mentre l’apparato intermedio rimase al proprio posto.

Per Filippi, questa continuità non significa che la Repubblica fosse semplicemente fascista, sotto altro nome. Significa, però, che istituzioni democratiche nuove furono amministrate anche da persone formate nell’autoritarismo, portatrici di abitudini, linguaggi e relazioni professionali precedenti.

L’amnistia Togliatti e la nascita del MSI

Un passaggio decisivo fu l’amnistia del 1946, emanata quando Palmiro Togliatti, leader comunista e ministro della Giustizia, cercava di favorire la pacificazione, perché gli italiani rimasti fascisti erano ancora troppi e lui necessitava di distensione finalizzata a cercare accordi di potere con la Democrazia Cristiana.

L’intenzione politica era chiudere la fase della guerra civile e integrare milioni di italiani nella democrazia. L’applicazione giudiziaria fu però molto ampia e permise la scarcerazione o la riduzione della pena per numerosi fascisti e collaborazionisti.

Filippi non presenta la pacificazione come un atto semplicemente assurdo: il paese usciva da una guerra, aveva bisogno di ricostruzione e correva il rischio di nuovi conflitti interni. Sottolinea però il prezzo pagato: la rapida chiusura giudiziaria contribuì a comunicare che le responsabilità, vere e presunte, potevano essere archiviate, senza una piena elaborazione pubblica.

Il Movimento Sociale Italiano, fondato nel 1946 da reduci ed esponenti della Repubblica sociale, rappresentò la continuità politica più evidente. Pur operando all’interno del sistema parlamentare, mantenne simboli, memorie e riferimenti riconducibili al fascismo.

La Costituzione, la Legge Scelba e le sentenze della Corte

La XII disposizione transitoria e finale della Costituzione vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. “Il divieto non rende però illegale ogni opinione nostalgica o autoritaria: occorre dimostrare l’effettivo tentativo di riorganizzazione”. Lo storico antifascista ed intellettualmente onesto Filippi, è proprio qui che si dà le risposte agli interrogativi e alle paure per il raduno internazionale “Ritorno a Camelot” delle destre radicali.

La legge Scelba del 1952 precisò i comportamenti riconducibili alla ricostituzione del partito fascista e introdusse il reato di apologia.

La giurisprudenza costituzionale adottò un’interpretazione restrittiva. Nel 1957 la Corte costituzionale stabilì che l’apologia è punibile quando l’esaltazione è concretamente idonea a favorire la riorganizzazione del partito fascista. Questa lettura protegge la libertà d’espressione, impedendo che qualsiasi giudizio storico favorevole diventi automaticamente un reato. Al tempo stesso, secondo Filippi, limita fortemente la capacità di sanzionare simboli e manifestazioni nostalgiche quando manca un pericolo organizzativo immediatamente dimostrabile. La Corte costituzionale ha, però, continuato in quella interpretazione restrittiva, tanto che cimeli commemorativi sono in libera vendita e manifestazioni sono regolarmente permesse.

Recentemente, anche il saluto romano alle commemorazioni è stato sdoganato dalla Corte costituzionale, che ha assolto 18 imputati che parteciparono ad un raduno.

Normalizzazione culturale e realtà contemporanea

La legislazione antifascista finisce quindi per intervenire più facilmente contro un progetto concreto di ricostituzione che contro la normalizzazione culturale del fascismo. Nel 2026 non esistono le condizioni per un ritorno di alcun sistema autoritario di stampo fascista in Italia, per il potere di tanti apparati che non lo permetterebbero mai.

E, alla gente, va detto, piaccia o non piaccia, la normalizzazione culturale del fascismo di ottant’anni fa non interessa perché ha altre priorità causate dalla globalizzazione e dalla democrazia liberale. I più la vedono come retorica ammuffita ed inutile. Alcuni mantengono una certa simpatia.

Filippi ricorda che Piero Gobetti, già nel 1922 definì il fascismo “l’autobiografia della nazione”. Gobetti non intendeva affermare che ogni italiano fosse fascista. Sosteneva che il fascismo avesse reso visibili caratteristiche italiane preesistenti: conformismo; scarsa educazione alla libertà; trasformismo; dipendenza dal potere; desiderio di protezione autoritaria; fragilità della classe dirigente; insufficiente partecipazione civile.

A chi scrive, queste attitudini paiono ancora vive e vegete…

In questa prospettiva, Filippi sostiene, a ragione, che Mussolini non è un incidente esterno: riesce perché interpreta e organizza tendenze presenti nella società italiana.

Il dibattito storiografico sul consenso

Gli studi di Renzo De Felice riportarono al centro il problema del consenso al regime, distinguendo fra fascismo come movimento e fascismo come regime e analizzandone le diverse fasi.

Questa ricerca ampliò la comprensione storica, ma alcune sue interpretazioni furono usate nel dibattito pubblico per attenuare le responsabilità o sostenere che il regime avesse goduto di una piena legittimazione popolare.

Filippi distingue implicitamente fra il lavoro storiografico e il suo uso politico: studiare il consenso non significa assolvere il fascismo. Significa capire che una dittatura può combinare repressione, partecipazione, opportunismo e adesione.

Perché “siamo” ancora fascisti?

Il verbo “siamo” non formula un’accusa biologica o una colpa collettiva indistinta. Serve a impedire al lettore di collocare il fascismo sempre negli altri. Filippi invita a esaminare comportamenti diffusi: delegare la responsabilità al capo; obbedire e poi dichiararsi estranei; adattarsi a ogni potere; ridicolizzare le regole democratiche; desiderare soluzioni semplici; considerare alcuni cittadini meno degni; separare i vantaggi ricevuti dalle responsabilità del sistema; ricordare selettivamente il passato.

Il fascismo persiste non perché gli italiani possiedano un’essenza autoritaria immutabile, ma perché certi meccanismi non sono stati riconosciuti, lasciando che la mentalità di origine fascista si perpetuasse. La risposta alla domanda del titolo è dunque: siamo “ancora fascisti” nella misura in cui non abbiamo riconosciuto pienamente quanto il fascismo fosse radicato nella società italiana e quanto della sua mentalità sia sopravvissuto alla caduta del regime.

Considerazioni finali

Eppure, per quanto onesto, lo storico antifascista ci sta ammettendo che se esiste ancora oggi una mentalità fascista è praticamente colpa degli antifascisti, che non hanno saputo creare una memoria collettiva contraria all’autoritarismo, né sul piano politico, né su quello economico, né su quello scolastico, né su quello del modello di vita.

Insomma, leggendo questo testo ben scritto, ci rendiamo conto che molti Antifà vorrebbero una psico-polizia del pensiero, quindi della mentalità, della censura dei simboli e della cancel culture in nome della democrazia “illuminata” figlia della Resistenza. Io non credo che non si potranno più portare bomber neri, rasarsi i capelli o ascoltare musica alternativa per le “paturnie” di qualche manifestante invasato o in pieno disagio mentale e sociale.

Matteo Castagna

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