La svolta laicista dei partiti di centrodestra
Negli ultimi tempi, in particolare dopo la scomparsa di Silvio Berlusconi, il centrodestra sta conoscendo una vigorosa sterzata in senso laicista. Principalmente in Forza Italia, che, caso unico nel panorama italiano e forse mondiale (a parte la Corea del Nord), contiene nel suo organigramma non scritto le figure degli eredi del fondatore. La linea politica viene praticamente ispirata, per non dire dettata, da Marina Berlusconi, da cui Tajani, per sua stessa ammissione, si reca spesso a ricevere indicazioni.
E le idee sui temi etici di Marina non sono certamente un segreto. Su aborto, eutanasia e LGBT sono in totale sintonia con quelle della sinistra. Non bastasse la figlia, anche l’ex compagna del Berlusca, Francesca Pascale, fa sentire spesso la sua voce, ed è promotrice del movimento “Gay conservatori e liberali”. Sulla stessa linea diversi esponenti del partito, tra cui l’arrembante presidente della Calabria, Roberto Occhiuto, e il Ministro per la Pubblica Amministrazione, Paolo Zangrillo.
La Lega laicista
Poi c’è la Lega, in cui la corrente iper laicista di Zaia (che, tra le tante cose, ha promosso il centro regionale per il cambio di sesso nel Policlinico di Padova) e Fedriga erode sempre più spazio al segretario Salvini, che un tempo brandiva rosari durante i suoi comizi. Negli scorsi giorni il Veneto è diventato la prima regione guidata dal centrodestra ad approvare una legge sul fine vita, con grande esultanza di molti dirigenti leghisti, tra cui Isabella Tovaglieri, che si è precipitata a sostenere: “l’esempio del Veneto dovrebbe essere seguito dal centrodestra”.
Detto fatto. In Puglia e in Sicilia consiglieri di Forza Italia e Lega hanno già presentato proposte di legge sul fine vita. E Fratelli d’Italia? Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato, non esattamente un passante, lo scorso 29 luglio ha affermato che la norma sul fine vita è “essenziale”. Con buona pace della madre “cristiana” che guida il suo partito.
Le radici liberali e il relativismo morale
Insomma, l’orientamento del centrodestra sui temi etici si sta delineando in modo piuttosto preciso (e tragico), nonostante il disagio di tanti dirigenti e militanti sinceramente cattolici. Ma questa deriva nichilista, a ben guardare, non può stupire. Perché il centrodestra, esattamente come il centrosinistra (tolto qualche comunista in stato confusionale che ancora si aggira da quelle parti), ha come base ideologica il liberalismo.
E il liberalismo presuppone il totale relativismo morale, l’assoluta indipendenza dello Stato dai principi religiosi, la laicità quale dogma inviolabile. Non è il diritto naturale a valere (e meno che mai i precetti della fede), ma la semplice volontà della maggioranza del 50%+1. Fateci caso: anche quando alcuni esponenti leghisti attaccano con la bava alla bocca l’Islam, non lo fanno mai per affermare la Verità cristiana, ma per indignazione contro il velo (che gran parte delle donne islamiche indossa liberamente e convintamente) e in nome dei diritti degli omosessuali…
La condanna del liberalismo e la necessità dell’antiliberalismo
Contro il liberalismo la Chiesa cattolica si è abbondantemente pronunciata, con condanne dei pontefici, tra cui spicca il Sillabo di Pio IX (1864), e vasta letteratura di teologi e dottori. In particolare è ancora attualissimo il saggio di Félix Sardà y Salvany: “Il Liberalismo è un peccato” (1884, oggi edito da Solfanelli). Nel testo, si analizza la natura del liberalismo e la sua incompatibilità con il cattolicesimo, arrivando ad affermare, nel cap. 41: “non si è completamente cattolici, se non nella misura in cui si è completamente anti-liberali”. Non basta, quindi, come pur coraggiosamente a suo tempo fece Viktor Orbán, dichiararsi “illiberali”. Va piuttosto affermata una scelta controcorrente, essendo oggi il liberalismo (con le sue nefaste derivazioni, prima tra tutte il woke) l’unica ideologia che sembra avere diritto di cittadinanza nello scenario politico. Ed è la scelta di promuovere un movimento vigorosamente e dichiaratamente anti-liberale.
Il rifiuto del “meno peggio” e il richiamo storico di Montanelli
Da cattolici non votanti centrodestra (e tanto meno centrosinistra, sia chiaro) siamo contestati da altri cattolici, sostenitori del “meno peggio”. Ci viene in soccorso, ancora una volta, il citato saggio di Sardà y Salvany, che, al cap. 17, dichiara in modo netto: “Votare candidati liberali è una vera complicità”. Spesso viene evocato Montanelli che, nel 1976, invitò a turarsi il naso e votare DC in funzione anti PCI, per poi ripetersi nel 1993, appoggiando Formentini contro Dalla Chiesa, nelle elezioni a sindaco di Milano.
I nostri critici dimenticano, però, che l’illustre giornalista, comunque ben lungi dall’essere un nostro riferimento politico, non fece del “male minore” un criterio definitivo. Quando, nel 1994, Berlusconi annunciò la sua discesa in campo, inaugurando l’attuale bipolarismo, Montanelli seppe fare una scelta molto dolorosa, abbandonando la sua creatura, “Il Giornale”, di cui il futuro capo del centrodestra era editore. Non si turò il naso, allora, Montanelli, e, pur non appoggiando la sinistra, mantenne una linea fortemente critica nei confronti del “più grande piazzista” dalle colonne del suo nuovo giornale, “La Voce”.
Per una prospettiva sacrale dello Stato
Bisogna quindi che i cattolici abbiano coraggio, non si accontentino stoltamente delle briciole che cadono dalla tavola imbandita del potere liberale e puntino senza ambiguità ad una prospettiva sacrale dello Stato. Anche a dispetto di un clero che, dal Concilio in avanti, ha in gran parte abbracciato lo spirito del mondo e abbandonato i fedeli.
Raffaele Amato






































































