Macron “ha deciso” che gli europei sono pronti a versare il sangue. È questo, al netto delle formule diplomatiche, ciò che rimane a noi lettori delle parole pronunciate dopo il summit dei 37 Paesi alleati dell’Ucraina.
Quando un Presidente afferma che “la Francia e l’Europa” sono pronte a pagare anche il prezzo del sangue, non sta semplicemente descrivendo uno scenario: sta indicando una direzione. Qualche anno fa un’affermazione simile avrebbe provocato un terremoto politico. Oggi viene assorbita come una dichiarazione tra le tante.
Ci siamo abituati all’idea che pochi leader possano parlare a nome di tutti. Ma Macron è stato eletto dai francesi. Punto. Non dagli italiani, non dai tedeschi, non dagli spagnoli. Eppure utilizza sempre più spesso un “noi europei” che nessuno gli ha mai affidato. Non è un dettaglio istituzionale: è il cuore del problema. Le democrazie vivono di mandato e ogni mandato ha un confine. Quando quel confine viene superato, la rappresentanza rischia di trasformarsi in autoinvestitura.
La cerchia ristretta decide
È una dinamica che in Europa appare sempre più evidente: le decisioni più delicate vengono elaborate all’interno di una cerchia ristretta di governi e organismi internazionali, mentre il confronto con i cittadini arriva spesso quando la direzione è già stata scelta. La guerra in Ucraina è diventata l’esempio che appare più evidente.
Ad ogni vertice corrisponde un nuovo pacchetto di aiuti, un nuovo impegno militare, un nuovo aumento della spesa per la difesa: come se non esistessero alternative diplomatiche e come se il compito dei cittadini fosse semplicemente quello di accettare e tacere. Chi solleva dubbi viene spesso liquidato attraverso etichette semplici: filorusso, pacifista ingenuo, antieuropeista.
Un modo efficace per evitare il confronto invece di affrontare il merito delle obiezioni. E intanto, come contrappeso delle azioni europee, la Russia alza a sua volta il livello delle dichiarazioni e richiama il tema della deterrenza nucleare. Si può considerare questa strategia una forma di pressione politica o di propaganda, ma ignorare il rischio di un’escalation tra potenze nucleari sarebbe irresponsabile.
La prudenza non è vigliaccheria; è buon senso. Ed è proprio il buon senso che sembra essersi smarrito quando si comincia a parlare di “sangue” con la leggerezza di una formula politica. Perché il sangue non appartiene ai presidenti, ai commissari europei o ai vertici internazionali. Appartiene alle persone…È questo il motivo per cui le parole di Macron pesano.
Nessuna voce in capitolo
Non semplicemente perché sono dure, ma perché rappresentano una concezione della politica nella quale il consenso dei cittadini diventa un elemento secondario se non addirittura ininfluente. Milioni di europei hanno la sensazione di non avere voce proprio sulle questioni decisive.
Possono scegliere rappresentanti locali e nazionali, ma quando si parla di guerra, riarmo e sicurezza internazionale si sentono sempre più spettatori di decisioni già prese. Questa è la contraddizione più profonda dell’Europa contemporanea. Un continente che si definisce fondato sulla democrazia rischia di dimenticare il principio più semplice: il consenso non si presume. Si costruisce.
E quando un leader parla del sangue di un continente come se quel consenso fosse già acquisito, il problema non è più soltanto una frase infelice. È la distanza crescente tra chi decide e chi, alla fine, sarà chiamato a pagare il prezzo delle decisioni altrui.
Gianluca Mingardi
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