La via “gramsciana” e l’orizzonte dello spirito
Intervista di Sergio Saraceni
Siamo giunti alla sesta e ultima tappa del nostro lungo viaggio con Luigi Copertino. Questa puntata finale rappresenta il vero testamento intellettuale e generazionale dell’intervista. Il giurista e saggista parte dalle storture economiche del presente — la deindustrializzazione green imposta dai grandi fondi d’investimento e l’urgenza di un ritorno al paradigma keynesiano — per poi tracciare un bilancio definitivo sulla destra italiana.
Dall’eredità dei Campi Hobbit alle omissioni dei “padri”, Copertino fotografa l’attuale analfabetismo culturale delle classi dirigenti e indica l’unica via d’uscita possibile: la strategia “gramsciana” della penetrazione culturale attraverso i grandi classici del Novecento. In coda, l’annuncio delle sue ultime fatiche editoriali e un’intima apertura verso la ricerca spirituale.
Di seguito, il piano dell’opera completo per rileggere l’intero ciclo:
- [Leggi la Parte 1: Il sacro e l’idolatria della moneta]
- [Leggi la Parte 2: Proprietà diffusa contro Great Reset]
- [Leggi la Parte 3: Il totalitarismo liberale e lo specchio di Drieu La Rochelle]
- [Leggi la Parte 4: La terza via distrutta e il feticcio della destra radicale]
- [Leggi la Parte 5: La fine dell’anglosfera e il suicidio geopolitico europeo]
- Parte 6: La via “gramsciana” e l’orizzonte dello spirito (In questo articolo)
Intervista a Luigi Copertino – Parte VI
15. Sul piano economico, tra inflazione, debito pubblico, transizione green imposta e deindustrializzazione, quali sono secondo lei i principali errori che l’Italia e l’Europa stanno commettendo, e quali correzioni radicali sarebbero necessarie?
R) La deindustrializzazione è certamente un errore ma esso segue il diktat imposto dagli interessi della finanza, e in particolare di quei tre o quattro fondi di investimento, come BlackRock e Vanguard, che hanno in mano il capitale di tutte le grandi multinazionali mondiali. Anche la transizione green non ha granché a che fare con le preoccupazioni ambientali ma con gli interessi finanziari alla deindustrializzazione.
Questo proprio mentre Cina, Russia e i Paesi Brics perseguono invece uno sviluppo basato sul controllo finanziario e il consolidamento di una solida base industriale. Essi acquisiscono know-how mentre noi lo perdiamo per correre dietro a utopie bucoliche che sono lo specchio per allodole, per i gonzi, agitato dai grandi gruppi oligopolistici intenti a sbarazzarsi di quanto più personale umano possibile per sostituirlo con la produzione automatizzata. Il passaggio dal termico all’elettrico è soprattutto questo.
Il debito pubblico, a differenza di ciò che ci raccontano, non costituisce mai un problema se tenuto sotto controllo ovvero in mani nazionali, e non estere, in regime di moneta sovrana e con il supporto obbligatorio per la banca centrale all’acquisto dei titoli di Stato invenduti sul mercato al prezzo fissato dagli Stati e non dagli speculatori. L’inflazione, poi, non è quasi mai un fenomeno monetario ma sovente un fenomeno legato a fattori esogeni come l’aumento del prezzo delle materie prime per cause non economiche. É il caso dell’aumento del greggio per via della crisi dello stretto di Hormuz.
Quando essa è di tipo monetario, ossia dipendente dall’aumento della massa monetaria, se tenuta sotto controllo, è perfino segno di una vitalità della domanda e quindi dell’economia. Il vero risco per una economia è piuttosto la deflazione, quella sperimentata durante la crisi mondiale tra il 2010 e il 2015.
Più che correzioni sarebbe necessario rimettere in discussione l’intero impianto ordoliberista dell’UE e tornare ad un paradigma keynesiano, ad una maggiore presenza, sia come controllo sia come gestore, della mano pubblica nell’economia, riportando quest’ultima in una dimensione nazionale o continentale ovvero deglobalizzandola. Come sembra si stia già facendo perlomeno nel resto del mondo non occidentale.
16. Lei ha spesso difeso l’idea di sovranità popolare e di una moneta al servizio dell’economia reale. In che misura il ritorno di dibattiti su moneta sovrana, patriottismo economico e protezionismo intelligente rappresenta una speranza concreta?
R) Come dicevo pocanzi la sovranità monetaria è importante per l’indipendenza di un popolo dai poteri transnazionali. Ma non basta. Insieme ad essa bisogna reintrodurre il controllo statuale sui movimenti di capitale onde evitare la denazionalizzazione degli investimenti e incentivare piuttosto un nuovo sistema di regole inter-statuali costruito sulla reciprocità delle bilance dei pagamenti in modo da evitare il formarsi di situazioni mercantiliste egemoniche come quella esercitata dalla Germania nella zona euro e che è stata la causa o la concausa nel 2010-2015 della spoliazione dei Paesi euromediterranei, tra i quali la Grecia pagò il conto più salato.
Controllo dei movimenti di capitale significa auto-centrismo economico da non confondere, però, con impossibili autarchie. L’auto-centrismo è il governo dell’economia che guarda innanzitutto alla capacità produttiva e di investimento nazionale interno riservando al commercio con l’estero soltanto quel che effettivamente non si possiede in casa, in genere per molti Stati le materie prime, o non si riesce a produrre in proprio per qualsiasi motivo.
Incentivare una imprenditoria nazionale, anziché esterofila, significa anche agevolare la risoluzione del conflitto distributivo perché laddove la domanda è principalmente interna gli imprenditori sono più disposti ad aumentare i salari e a redistribuire la ricchezza prodotta in quanto in tal modo si assicurano la perpetuazione della domanda per i beni prodotti dalle loro imprese.
Invece in un regime di assoluto liberoscambismo, quello del lavoro è soltanto un costo da abbattere, per vincere la concorrenza sui mercati internazionali, lasciando all’indebitamento privato, ossia al credito bancario, il sostegno della domanda. Si crea in tal modo un circolo vizioso nel quale la finanza assume un ruolo dominante. Un circolo che se per qualsiasi motivo si interrompe, come è successo nella crisi dell’euro, finisce in tragedia, per i debitori.
17. Nel suo lavoro “Le colpe dei padri e le ambiguità dei figli” lei traccia una linea di responsabilità storica che dal dopoguerra arriva fino a oggi. Qual è, secondo lei, il vero “peccato originale” della destra italiana del secondo Novecento? Fu una mancanza di coraggio intellettuale, una resa ideologica preventiva o piuttosto una incapacità di elaborare una visione del mondo alternativa alla narrazione dominante del Progresso e della modernità?
R) Quel pamphlet è stato scritto per mettere ciò che restava della destra sociale – dubito oggi che quel poco di residuale esistente all’epoca sussista anche oggi dopo la performance del governo Meloni – di fronte alle sue responsabilità, innanzitutto culturali, nel non essere riuscita a perforare la mentalità collettiva, secondo la lezione gramsciana suggerita, negli anni ottanta, dalla cosiddetta “nuova destra”, in Italia rappresentata dal politologo fiorentino Marco Tarchi, per rendere di comune dominio la realtà storica del fascismo, che non è come la racconta la vulgata corrente, onde favorirne una giusta storicizzazione senza abdicazione culturale, e per diffondere un sentire valoriale vicino alla visione di una destra la quale, oltretutto, deve necessariamente andare oltre il fissismo, inesistente, delle categorie destra-sinistra.
Queste categorie laddove si pretende di assumerle come dogmi, e non per ciò che sono ovvero spartiacque sempre dinamici e reciprocamente contaminabili, non hanno alcuna consistenza politica e storica. La stessa aggettivazione con “sociale” del sostantivo “destra” dimostra che le categorie usuali della politica non riescono più a contenere la tendenza a essere oltrepassate: la destra di per sé è liberale e se la si qualifica come sociale, preludendo perfino, se si volesse, a qualificarla come “socialista”, già diciamo che il sostantivo non è più capace di contenere l’aggettivo.
Sì, è mancato il coraggio intellettuale ma questo non è imputabile all’ultima arrivata, ossia alla Meloni, ma innanzitutto ai suoi antesignani da Almirante a Fini. Perché il problema esisteva già tutto nel vecchio Msi e traghettò anche in An. La classe dirigente della destra è impresentabile sotto un profilo culturale.
Basta vedere il suo appiattimento su Israele sulla base di un mito politico, inventato per supportare il concetto anch’esso discutibile di Occidente, come quello del “giudeo-cristianesimo” che storicamente non è mai esistito giacché la separazione tra ebraismo e Cristianesimo, soltanto quest’ultimo autentico erede dell’ebraismo profetico veterotestamentario, intervenne immediatamente con il primo Concilio della storia cristiana ovvero quello di Gerusalemme del 49 dopo Cristo. Oppure basta vedere come hanno trattato un intellettuale di area quale Pietrangelo Buttafuoco in occasione della sacrosanta apertura della Biennale di Venezia anche alla cultura russa.
A una classe dirigente come quella della destra attuale non puoi chiedere di elaborare una visione del mondo alternativa alla dominante. Non è all’altezza del compito. Se riescono a portare a termine la legislatura è già troppo.
18. I “figli” di oggi – quella destra che si dichiara post-ideologica, sovranista o conservatrice – sembrano spesso oscillare tra nostalgia rituale e pragmatismo senza radici. In che misura queste ambiguità attuali sono il frutto diretto delle omissioni e delle compromissioni dei “padri”? E non rischia, questa ambiguità, di trasformarsi essa stessa in una nuova forma di tradimento della propria storia e della propria missione?
R) Lo abbiamo testé detto. I figli hanno ereditato le colpe che furono già dei padri. Appartengo alla generazione che entrò in politica a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta del secolo scorso. Non sono entrato in politica dalla porta destra, quella che Massimo Morsello definisce in una canzone la “porta sbagliata”, avendo alle spalle una tradizione familiare di destra. Tutt’altro! Fu per circostanze di amicizie scolastiche.
Entrato che fui mi trovai in un ambiente dove si leggevano autori a me completamente sconosciuti e che avevano risposte che non trovavo sui libri di scuola né in famiglia né in parrocchia. Erano quegli gli anni dei Campi Hobbit, memorabile il terzo nel nostro Abruzzo, inventati da Generoso Simeone, dove si sperimentava concretamente la comunità umana forgiata da una comune visione della vita.
Contemporaneamente negli stessi anni era in corso il dibattito storico revisionista sul fascismo – che non è una brutta parola perché la storia è per sua essenza revisionista man mano che escono nuovi documenti o si rileggono con più attenzione quelli vecchi – innescato dallo storico di area socialista, e di origini israelite, Renzo De Felice e dalla sua scuola storiografica. Un dibattito che, in quegli anni, quelli della mia adolescenza, ebbe il suo eco interno al mondo giovanile missino.
Ricordo di aver letto a sedici anni l’“Intervista sul fascismo” che Renzo De Felice concesse, per le edizioni Laterza, allo studioso statunitense Michael Ledeen. Il mondo giovanile missino era riunito nella corrente rautiana e attraverso quel revisionismo storiografico andava riscoprendo, anche contro il tradizionalismo gnostico alla Evola o quello cattolico alla Mordini, importanti nelle loro linee di fondo che però non aiutavano a dare una prospettiva concretamente politica, le origini e la natura socialista del fascismo.
Cosa che apriva spazi – sarebbero più tardi stati offerti, a una classe dirigente missina anchilosata che non seppe cogliere al volo l’occasione, da Bettino Craxi in nome del “socialismo tricolore” – per un ritorno sulla scena politica che non fosse connotato dal più becero filoatlantismo e dall’immagine del partido d’ordine favorevole alla pena di morte. In quegli anni stava emergendo la già citata “nuova destra” dei Tarchi e dei Solinas impegnata in dibattiti franchi, onesti e rispettosi con la “nuova sinistra” dei Cacciari e dei Marramao, alla ricerca di vie oltre la destra e la sinistra.
Il “gramscismo di destra” su di me adolescente funzionò e lo dico con tutta onestà. Per un ragazzo come me, che era arrivato alla politica a destra senza retaggi familiari alle spalle, quegli anni di vivace attivismo culturale, quell’ambiente comunitario vitale, quel definire nuovi modi persino antropologici di stare sì a destra ma proiettati oltre la destra e la sinistra, sono stati determinanti. Se non avessi trovato tutto ciò non sarei certamente rimasto e chissà quali altre vie avrei percorso.
Dico questo per far comprendere quale occasione persa fu quella della mia generazione abbandonata, incompresa e tradita innanzitutto dal partito di riferimento che preferì la nostalgia e i vecchi ritualismi, tuttora praticati anche purtroppo dai giovani che oggi stanno a destra, in luogo della salutare ricerca e scoperta di nuove vie per rifondare in modi del tutto aggiornati la grande cultura che avevano saputo esprimere, pur con tutti i loro errori epocali, i tentativi del novecento di andare oltre la destra e la sinistra. Lo scrivente, nel suo piccolo, è l’esempio di come si sarebbe potuta conquistare una gioventù aliena al mondo politico della destra e riequilibrare il peso delle egemonie culturali all’epoca come oggi esistenti a suo sfavore.
19. Lei parla di colpe dei padri che pesano come un macigno sulle spalle dei figli. Esiste, a suo avviso, una via di redenzione possibile per la destra italiana, o siamo condannati a un eterno oscillare tra subalternità culturale e tentativi maldestri di mimetismo con il mainstream? Cosa dovrebbe spezzare davvero questa catena generazionale di ambiguità?
R) Per anagrafe ormai mi avvio verso la fase anziana della vita e sono anche abbastanza disincantato rispetto agli anni adolescenziali pur conservando intonsi i principi, che sono innanzitutto esistenziali, coltivati negli anni. Vedo con disappunto il persistere di tanti giovani in sterili atteggiamenti ritualistici, l’abboccare a tante parole d’ordine provenienti d’oltreoceano o da Tel Aviv, l’incapacità o la non volontà di studiare e approfondire oltre gli steccati formali come invece faceva la mia generazione cercando il confronto dialettico con la sinistra, perlomeno quella intelligente.
D’altra parte vedo il ritorno, anche questo indotto e programmato, di un “antifascismo” da operetta ma violento e culturalmente troglodita che riflette il clima generale dell’Occidente attuale. La mancata acquisizione presso l’opinione pubblica e la scuola delle conclusioni della ricerca storica in ordine al fenomeno fascista e alla sua natura di ramo dell’albero socialista, un fenomeno ormai del tutto chiuso nel suo perimetro epocale e non più riproponibile, ha comportato che nel termine “fascismo” sia oggi ricompreso tutto e il contrario di tutto. Fascismo è diventato sinonimo di conservatorismo, di sovranismo conservatore, di trumpismo, di putinismo, di razzismo, di perbenismo.
Spiegare agli “antifà” che la loro idea di fascismo è in gran parte storicamente errata, che Trump non è l’erede di Mussolini, che il turbocapitalismo non persegue un nuovo fascismo perché questo era dirigista e sociale o almeno cercava di esserlo, è cosa improba visto il clima creato ad arte, come negli anni settanta, per impedire la saldatura tra le forze del dissenso antisistemico provengano esse da destra o da sinistra. La destra sembra, per i motivi suddetti, destinata all’immobilismo intellettuale e, quindi, alla subalternità nei luoghi dove si fa cultura e si forgia l’opinione pubblica.
Il fatto che essa attualmente con la Meloni ha vinto le elezioni dimostra soltanto che gli italiani, dopo averle provate tutte, non avevano ancora altro da sperimentare che Fratelli d’Italia. Ma il futuro sembra sempre più appannaggio del “partito dell’astensione”.
La via di uscita, in base alla mia esperienza personale e generazionale, è solo quella “gramsciana”, della preventiva conquista culturale della società, sopra ricordata ma per praticarla serve tempo, abnegazione, apertura all’altro da sé, capacità di mettere in discussione le proprie mitologie e fare disincanto, mentre si continua a ragionare con il paradigma del cabotaggio elettoralistico. È sempre più importante la prossima campagna elettorale che una lunga opera di penetrazione culturale delle coscienze e dell’opinione pubblica i cui frutti non sono certo immediati.
Ed allora capita di sentire, non potendogli dare affatto torto, un Andrea Scanzi affermare che la lamentela della destra per l’egemonia culturale della sinistra non ha ragioni di essere visto che essa i suoi pochi ma valenti intellettuali, da Franco Cardini a Marco Tarchi, da Marcello Veneziani a Pietrangelo Buttafuoco, li prende a pesci in faccia invece di valorizzarli e supportarli.
Eppure – vorrei dire a Scanzi – il grande pensiero filosofico e politico del novecento è stato l’elaborazione di autori che appartengono, sempre che vogliamo usare ancora tale categoria così terribilmente stretta, alla “destra”, da Carl Schmitt a Ezra Pound, da Mircea Eliade a Ernst Jünger, solo per fare qualche nome. La destra ha dalla sua i classici del novecento, la sinistra solo gli intellettuali e i giornalisti.
20. Quali sono i suoi prossimi lavori? Sta già lavorando a nuovi scritti o progetti editoriali?
R) È appena uscito un mio libro a carattere storico, per Il Cerchio di Rimini, dedicato ai precari rapporti tra Chiesa, fascismo e massoneria, titolato “La Croce, il fascio e il compasso”. A breve dovrebbe uscire un altro libro sempre a carattere storico, con la prefazione di Franco Cardini, il cui titolo dice tutto: “Fascismo socialista”.
In futuro, a Dio piacendo, spero di potermi dedicare alla ricerca spirituale e alla mistica. Forse perché con l’avanzare degli anni si sente maggiormente il bisogno di guardare verso l’Alto.
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