In un panorama culturale già martoriato dalla superficialità digitale e dalla dittatura dell’algoritmo, emerge con chiarezza un fenomeno che merita una condanna netta: la proliferazione di chat Telegram, gruppi WhatsApp, pagine social e canali broadcast “sovranisti”, “tradizionali”, “rivoluzionari” o “identitari” che riducono la complessità del pensiero di “destra” a un fiume in piena di insulti, video rozzi, teorie del complotto mal digerite e menzogne strumentali, se non anche inviti all’odio insensato quanto al becerismo di vario tipo e alla caoticità. Questi spazi, spesso gestiti da figure anonime o semi-anonime prive di spessore intellettuale e con nessuna vera formazione ed esperienza militante alle spalle, non solo non contribuiscono alla crescita del dibattito nel mondo identitario, ma lo sabotano dall’interno, diffondendo confusione, scoraggiando i lettori più seri e dissipando il vasto patrimonio culturale che ha unito generazioni di militanti.
Non si tratta di un’invettiva moralistica né di un esercizio di polizia del pensiero (cose da tenere assai lontane e da lasciare a chi vuole elargire patentini di purezza a Destra come a Sinistra). Si tratta invece di una constatazione oggettiva, sulle dinamiche della formazione culturale in un’epoca iperconnessa. Il grande lavoro dei “nostri” autori si basa su un rigore nelle ricerche, una particolare profondità d’analisi, sensibilità ed una visione metafisica. Le “chat becere” operano esattamente nel senso opposto: sostituiscono lo studio con lo sfogo, la strategia con la rabbia delle bestie che vivono dentro un recinto, la vera sintesi con il rumore.
Casi concreti di danno culturale
Prendiamo alcuni esempi ricorrenti, senza bisogno di nominare specifici gruppi (il fenomeno è sistemico, non aneddotico). Esistono gruppi che promettono “verità nascoste sulla grande sostituzione” ma che, invece di affrontare il tema con gli strumenti demografici di un Michel Houellebecq o di un Guillaume Faye, si limitano a postare foto di immigrati accompagnate da insulti gratuiti e previsioni apocalittiche senza fonti verificabili. Il risultato? Il lettore giovane, attratto dal tono “senza filtri”, assimila un’identità reattiva e caricaturale, che crolla al primo confronto serio con un interlocutore preparato. La sostituzione etnica diventa così non un problema geopolitico e antropologico da affrontare con lucidità, ma uno sfogo da tastiera che allontana le intelligenze migliori.
Altro caso tipico: le chat dedicate alla “questione monetaria” o alla sovranità popolare. Invece di approfondire il pensiero di Auriti, di Ezra Pound o degli economisti eterodossi che hanno smontato il dogma usurocratico, si assiste a catene di messaggi con “prove” complottiste su BlackRock, fantomatici “poteri forti” e soluzioni magiche tipo “torniamo alla lira domani”. Queste narrazioni fuorvianti creano due danni simultanei: da un lato generano aspettative irrealistiche che, deluse, producono frustrazione e disimpegno; dall’altro screditano agli occhi di osservatori esterni l’intero filone della critica alla finanza globale, che invece ha basi storiche e tecniche solide.
La parodia della Tradizione
Non mancano i gruppi “spirituali” o “tradizionali” che mescolano Evola con la fede Cattolica, escatologia da quattro soldi e teorie panteistiche, Cavalleria Cristiana e Veda. Il risultato è una parodia della Tradizione: ciò che doveva essere un’ascesi rigorosa diventa un supermarket esoterico dove tutto è lecito purché suoni “anti-sistema”. Il patrimonio identitario – fatto di gerarchia, ordine, radicamento e trascendenza – viene annichilito da questa sincretismo becero dove ci si dice “custodi” di una non ben definita Sapienza tradizionale che pesca ovunque e allo stesso tempo da nessuna parte, con riferimenti che cozzano fin troppo tra loro.
Il meccanismo lesivo della formazione
Dal punto di vista cognitivo, il danno è misurabile. La psicologia della formazione culturale dimostra che l’apprendimento profondo richiede sforzo, ripetizione, contestualizzazione e confronto con fonti primarie. Le chat becere offrono invece gratificazione immediata: dopamina da appartenenza tribale, conferma bias costante e una semplificazione binaria (noi puri contro loro corrotti). Questo modello erode la capacità di attenzione prolungata, sostituisce il dubbio metodico con la certezza dogmatica da tastiera e trasforma potenziali militanti o simpatizzanti delle varie associazioni, comunità e movimenti in replicanti di slogan.
Peggio ancora: creano un effetto da vero e proprio “ghetto digitale”. Il giovane che trascorre ore in questi ambienti finisce per percepire come un “tradimento” o un “fastidio” se non addirittura un vero e proprio “errore” qualsiasi approfondimento che non confermi la linea del gruppo alla quale si è abituato. Autori complessi vengono ridotti a meme o citazioni decontestualizzate; mentre chi prova a citare e spiegare tali riferimenti con la dovuta profondità viene tacciato di “intellettualismo” o “tiepidezza”. Così si annichilisce il ponte tra passato e futuro che dovrebbe essere il compito primario di tutti noi militanti.
Una “destra” che si vuole seria
La critica non è contro la schiettezza né contro l’uso sano degli strumenti digitali. Intendiamoci. Telegram può essere utile come tante altre app per sentirsi, condividere testi ecc. Ma diffondere menzogne o mezze verità non è “propaganda efficace”, è sabotaggio culturale.
Il vasto patrimonio che unisce il mondo identitario – dal comunitarismo alla critica della modernità, dalla difesa delle radici alla visione gerarchica dell’essere – può sopravvivere solo attraverso lo studio paziente, la produzione di un pensiero originale e la capacità di distinguere l’essenziale dal contingente.
Chi crea o alimenta chat becere, consapevolmente o per ingenuità, lavora oggettivamente contro questo processo. Non serve censurarle o demonizzarle: basta smascherarne la povertà intellettuale e invitare i lettori migliori a uscire dal rumore per tornare ai testi, ai fatti e alla profondità. Solo così si potrà passare dalla rabbia nel gregge di telegram alla formazione vera e concreta.
Il resto è solo confusione utile al nemico.
Sergio Saraceni
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