La sfida al sistema e alla tecnocrazia
In un’epoca in cui il ribellismo viene spesso ridotto a slogan vuoti sui social, la figura di Albert Spaggiari – per gli amici Bert – resta una di quelle che ancora bruciano nella memoria di chi rifiuta di inchinarsi al dio denaro e al potere anonimo della tecnocrazia. Non fu un “rivoluzionario” nel senso classico del termine, né un ideologo da salotto. Fu qualcosa di più raro e scomodo: un uomo che scelse di colpire direttamente il nemico al cuore, con astuzia, freddezza e un disprezzo viscerale per il sistema che protegge i forti e schiaccia i deboli. Nato nel 1932 a Laragne, in Provenza, Spaggiari fu paracadutista dell’esercito francese e, soprattutto, militante dell’Organisation Armée Secrète (OAS), la formazione clandestina creata nel 1961 per opporsi all’indipendenza dell’Algeria e alla politica di Charles de Gaulle, ritenuta un tradimento della Francia e della civiltà occidentale in Nord Africa.
Il trauma dell’Algeria e l’odio per lo Stato
Fu in quell’esperienza di lotta clandestina, di sconfitta e di tradimento istituzionale che Spaggiari maturò il suo odio profondo per lo Stato francese e per il sistema che esso rappresentava: uno Stato disposto a sacrificare i suoi figli migliori sull’altare della realpolitik e del compromesso con il nemico. Nel luglio del 1976, Spaggiari organizzò e diresse quella che passò alla storia come “la rapina del secolo”: l’assalto al caveau della Société Générale di Nizza. Non un colpo di mano improvvisato, ma un’operazione militare studiata nei minimi dettagli. Con un gruppo di complici entrò nelle fogne della città, scavò un tunnel di decine di metri, raggiunse il caveau e, in tre giorni di lavoro silenzioso, svuotò 371 cassette di sicurezza. Il bottino fu stimato tra i 50 e i 100 milioni di franchi dell’epoca. Nessun morto, nessuna violenza gratuita. Solo intelligenza.
La rapina come atto simbolico e filosofico
La rapina non fu solo un colpo economico: fu un atto simbolico, un “fregare il nemico” in piena regola. Colpì una delle istituzioni più sacre del sistema finanziario, quella che presta a strozzo, specula, controlla e umilia. E qui il gesto di Spaggiari assume un significato più profondo, che va ben oltre il semplice furto. Come scrisse Ernst Jünger, «meglio ladro che borghese». Non si tratta di un invito alla delinquenza volgare, ma di una netta presa di posizione esistenziale: meglio essere un fuorilegge che accettare di vivere da schiavo all’interno di un ordine borghese fatto di ipocrisia, servilismo e adorazione del denaro. Spaggiari scelse consapevolmente di essere “ladro” del sistema piuttosto che suo suddito rispettoso. Il suo gesto fu una forma di ribellione aristocratica contro il mondo della sicurezza, della proprietà intoccabile e della legge che protegge solo chi possiede.
La latitanza e la libertà finale
Quando fu arrestato, Spaggiari non si piegò. Durante l’interrogatorio scrisse sul tavolo con il suo stesso sangue: “Senza odio e senza rimpianto”. Poi fuggì, evase, visse da latitante per anni, cambiando identità, continuando a irridere il sistema che lo braccava. Morì nel 1989 a causa di un cancro ed il suo corpo riapparve davanti la casa dell’anziana madre in Francia, libero fino all’ultimo respiro. Oggi, nel 2026, mentre le banche continuano a dettare legge sui popoli, mentre il debito pubblico schiaccia le nazioni e il denaro senza più valore e volto decide il destino di intere generazioni, la lezione di Spaggiari resta bruciante. Non è un invito alla criminalità volgare, ma un monito per chi ancora crede nella ribellione vera: il sistema può essere colpito. Non sempre con le armi, ma con l’intelligenza, con la determinazione, con il coraggio di dire “basta” e agire di conseguenza.
L’eredità di un uomo che non si è arreso
Albert Spaggiari rappresenta quell’italiano di sangue che, anche in terra straniera, non si è mai arreso all’idea che il potere sia invincibile. Ha dimostrato che un uomo solo, con la testa e il cuore al posto giusto, può mettere in ginocchio una delle banche più potenti d’Europa. Onore a Bert Spaggiari. Onore a chi non si è mai inginocchiato.
Sergio Saraceni
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