Poveri noi, peccatori ignari che osano anteporre un sacramento a una sfilata. A Lesmo è andato in scena l’ultimo, grottesco capitolo della psicopatologia resistenziale: l’ANPI contro il parroco. La colpa di Don Mauro Viganò? Aver osato fissare le Prime Comunioni proprio il 25 aprile, macchiandosi di lesa maestà verso la religione civile che non ammette concorrenza, men che meno se arriva da chi indossa la talare.
Secondo i custodi dell’ortodossia antifascista di Arcore, la scelta è “inopportuna” e “manca di rispetto” a chi ha perso la vita combattendo. Certo, perché è noto che la libertà per cui i partigiani (quelli veri) morirono serviva esattamente a questo: a obbligare i bambini di dieci anni a marciare nel fango dei rancori ideologici invece di ricevere l’Eucaristia, magari solo per abbassare un’età media dei cortei che ormai viaggia pericolosamente verso la geriatria.
Fa quasi tenerezza la saccenza con cui l’ANPI sciorina il proprio vangelo di guerra civile permanente, cercando di arruolare post-mortem martiri della Chiesa per giustificare l’occupazione militare del calendario. Citano Don Morosini e Don Minzoni, eroi autentici, per nascondere l’imbarazzo di chi oggi si arroga il diritto di decidere cosa sia sacro e cosa no. Dimenticano però, con la solita amnesia selettiva, di citare il sangue dei preti versato per mano di chi dai monti scese non per liberare, ma per regolare i conti. Dimenticano il Beato Rolando Rivi, il ragazzino in talare di quattordici anni torturato e ucciso dai partigiani, o i troppi religiosi falciati a guerra finita da chi aveva scambiato la giustizia con la vendetta.
Ma la perla del comunicato è il richiamo al fatto che il 25 aprile “appartiene a tutti”. Una frase che suona come una barzelletta di cattivo gusto, pronunciata da chi ogni anno trasforma le piazze in zone riservate dove chiunque non sia allineato al pensiero unico delle “bande” viene insultato, spintonato o cacciato come un appestato. Il 25 aprile è di tutti, purché quel “tutti” coincida esattamente con il loro tesserino.
Don Mauro, con la saggezza di chi sa che il silenzio è l’unica risposta degna davanti al fanatismo, ha preferito non replicare. Fa bene. Perché mentre i nuovi sacerdoti dell’antifascismo da salotto si agitano per una data, il mondo reale guarda avanti. Forse, dopo ottant’anni, vedere dei bambini vestiti di bianco invece di vecchi rancorosi vestiti di rosso sarebbe la vera liberazione da una guerra civile che questi professionisti della memoria non vogliono far finire mai.
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