Sembrerebbe da più fonti ed anche da una attenta osservazione delle posture e delle reazioni, che la nostra premier Giorgia Meloni tema quotidianamente il fuoco amico, ovvero che qualcuno del suo entourage allargato all’area di appartenenza politica, stia tramando alle sue spalle per farla fuori, magari con l’aiutino di qualche personaggio dell’opposizione logorato da mancanza di potere, ma che ha rapporti confidenziali con qualche elemento dell’intelligence.
Sebbene la sua consolidata leadership internazionale ed il suo consenso personale siano molto alti, nonostante la sconfitta referendaria, non può pensare che la sicurezza della fedeltà venga certamente dai tanti “yes man” o lusinghieri di corte che la circondano. La storia dimostra che essi sono come banderuole al vento, che alla prima caduta, cambiano poltrona.
L’Italia, grazie a Dio, ha numerose figure di spessore metapolitico e d’esperienza politica, che, però, si trovano ai margini dell’editoria, del giornalismo, dell’entourage che conta, perché sono persone libere, che rispondono alla loro coscienza ed al loro blasone, che, osservando la realtà dall’esterno, si accorgono di cose che, magari, sfuggono, o non sono ben recepite da chi siede a Palazzo, certamente anche per motivi di tempo.
Una lampadina accesa
Perciò, Presidente Meloni, se Marcello Veneziani o un altro studioso di area la critica con una motivazione ragionevole, la dovrebbe prendere bene, perché non è “fuoco amico”, ma una lampadina che si accende su un argomento, che la può aiutare nella complessità della gestione governativa di un Paese come l’Italia.
Prima di spaventarsi, offendersi e frettolosamente spegnerla, osservi quella luce, la valuti con serenità, magari ne segua i raggi e, all’alba la spenga. Può essere molto più efficace una lampadina accesa per il bene comune, rispetto alle lodi sperticate da parte di personaggi in cerca d’autore, che usano la sua luce per fare carriera.
Il Paese vuole che lei faccia la Destra, e che la sappia distinguere bene dall’opposizione, che è ferma al 1943, che non sa fare una sola proposta e si presenta con molti soggetti improponibili.
Quando si dice che dietro di lei c’è il nulla, non pensi di poter vivere della sua popolarità per sempre. Forse, invece, il buco andrebbe colmato, perché le personalità non mancano quanto manca la metapolitica da tradurre in una azione conseguentemente organica.
La prima donna Presidente del Consiglio
La prima donna che guida l’Italia nel corso del governo più duraturo della storia repubblicana è erede del percorso politico e umano che la portò, da persona “non ricattabile”, dal Fronte della Gioventù al Movimento Sociale Italiano, ad Alleanza Nazionale e Fratelli d’Italia. Solo questo dato di fatto rimarrà impresso nella mente degli italiani come un evento eccezionale nella Repubblica nata dalla Resistenza partigiana orientata principalmente a sinistra.
Per completare l’opera, è indispensabile che dia fiducia a coloro che meritano, per il loro spessore culturale, morale e politico, affinché la aiutino in maniera determinante a fare dell’orizzonte valoriale della Destra tradizionale un pilastro imbattibile che sappia far dimenticare la sinistra spocchiosa superiorità di buona parte della sinistra al caviale.
Credo sia giunto il momento di scegliere tra la costruzione di uno Stato nuovo, con coraggio e persone adeguate a supporto e la mediocrazia che potrebbe fiato e potere a coloro che rappresentano le forze della sovversione di ogni ordine.
La mediocrazia
Il filosofo ed insegnante di Scienze Politiche canadese a Montreal, Alain Deneault ha scritto un libro molto interessante, in cui dice: «Non c’è stata nessuna presa della Bastiglia, niente di paragonabile all’incendio del Reichstag, e l’incrociatore Aurora non ha ancora sparato un solo colpo di cannone. Eppure, di fatto l’assalto è avvenuto, ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere». (La Mediocrazia, Neri Pozza Editore, Vicenza, 2017)
Così questo testo annuncia l’oggetto delle sue pagine: la presa del potere dei mediocri e l’instaurazione globale del loro regime, la mediocrazia, in ogni ambito della vita umana. La trattazione che ne segue è una sorta di genealogia di questo evento che, nella prosa accattivante di Deneault, tocca campi differenti: dalla politica (affidata ormai al «centrismo» dei mediocri) all’economia, al sistema dell’educazione, alla stessa vita sociale, offrendo differenti modulazioni di questa forma di potere.
Tuttavia, per Deneault, l’avvento della mediocrazia è impensabile senza l’avvento dell’industrializzazione del lavoro – sia manuale che intellettuale – e, in particolare, della sua espressione ultima, quella «Corporate Religion», quella religione d’impresa che pretende, nella nostra epoca, di «unificare tutto» sotto la sua egida.
Oggi, il termine «mediocrazia» designa standard professionali, protocolli di ricerca, processi di verifica attraverso i quali la religione d’impresa organizza il suo culto, quell’ordine grazie al quale «i mestieri cedono il posto a una serie di funzioni, le pratiche a precise tecniche, la competenza all’esecuzione pura e semplice».
La forza -lavoro
È il risultato di un lungo percorso che è cominciato quando il lavoro è diventato “forza-lavoro”, un’esecuzione, appunto, in virtù della quale è divenuto possibile «preparare i pasti in una lavorazione a catena, senza essere nemmeno capaci di cucinare in casa proesec pria, esporre al telefono ai clienti alcune direttive aziendali senza sapere di cosa si sta parlando, vendere libri e giornali senza neppure sfogliarli».
Il risultato è che oggi, nella società delle funzioni “tecniche” (“tecnica” qui designa, naturalmente il suo opposto, l’assenza totale, cioè, di téchne, di arte e perizia), per lavorare «bisogna saper far funzionare un determinato software, riempire un modulo senza storcere il naso, fare propria con naturalezza l’espressione “alti standard di qualità nella governance di società nel rispetto dei valori di eccellenza” e salutare opportunamente le persone giuste. Non serve altro. Non va fatto nient’altro».
Essere perfettamente mediocri
E per affacciarsi alla vita pubblica, in ogni sua forma (diventare un parlamentare oppure un preside di facoltà universitaria) non occorre altro che occupare «il punto di mezzo, il centro, il momento medio elevato a programma» e abbracciare nozioni feticcio quali «provvedimenti equilibrati», «giusto centro» o «compromesso». Insomma, essere perfettamente, impeccabilmente mediocri. Molte volte questo compromesso è chiamato “inclusività”. In nome dell’uguaglianza utopica assoluta, avere delle idee è per forza di cosa divisivo perché ci sarà sempre chi è d’accordo e chi no.
La persona colta non può essere ridotta a scusarsi con quella ignorante ed abbassare il suo livello, affinché questa non si senta messa da parte. A ciascuno il suo, come sempre è stato prima della Rivoluzione industriale e dell’illuminismo, del marxismo con la lotta di classe e dell’ateismo di massa.
Più che una domanda è un grido che viene dal cuore: «Sì, però io cosa posso fare?» Lo si sente immancabilmente al termine di una conferenza sui mali della nostra epoca. La maggior parte degli ecosistemi, a livello mondiale, è minacciata, le società petrolifere costituiscono «economie» mafiose più potenti di qualunque Stato.
Cosa posso fare?
Le produzioni mediatiche sono il frutto di esperimenti neurologici che puntano a manipolarci, le specie scompaiono e tutti noi, come collettività, siamo malati per quello che mangiamo. I focolai di tensione geopolitici s’intensificano inesorabilmente.
Ma l’interrogativo, così pregno d’impotenza, disinnesca qualunque situazione. «Cosa posso fare io, Piccola Cosa, rinchiusa nella mia sterile individualità, costretta nel mio seminterrato a mangiare pizza surgelata considerando la diffusa disoccupazione, il rincaro degli affitti, la brutalità della polizia e il mio livello di indebitamento?»
È una domanda retorica: confermatemi che non posso farci niente, perché in ogni caso sento di non possedere la forza per farmi carico dell’atto di resistenza che le circostanze richiedono. Si cerca banalmente un de Gaulle verso cui volgere lo sguardo, un Cristo da imitare, o viceversa dei cospiratori da smascherare.
Uomini alla ricerca della soddisfazione consumistica
Francis Fukuyama scrive nel suo “Identità”: “Le democrazie liberali sono state abbastanza efficaci nel garantire pace e prosperità (un po’ meno negli ultimi anni). Queste società ricche, sicure, sono il campo d’azione dell’ultimo uomo di Nietzsche, “uomini senza petto” che passano la vita nell’incessante ricerca della soddisfazione consumistica, ma che non hanno niente dentro di sé, nessuna meta o ideale superiori per i quali siano disposti a lottare e a sacrificarsi.
Una vita del genere non soddisferà tutti. La “megalotimia” prospera nell’eccezionalità: correre grandi rischi, impegnarsi in conflitti colossali, perseguire effetti di grande portata, perché tutte queste cose portano a riconoscersi superiori agli altri.
La vera sfida per un governo con solide radici non tocca mai il diritto naturale, perché è sacro come la vita, dal concepimento alla fine. Quando, sempre Fukuyama sostiene che “l’affermarsi della politica delle identità nelle moderne democrazie liberali è una delle principali minacce che queste si trovano ad affrontare, e se non riusciremo a ritornare a visioni più universali della dignità umana, ci condanneremo a un conflitto senza fine” ha, in buona parte, ragione.
La dignità è nella politica regole
Dunque, nel garantire pari dignità a tutti gli esseri umani, in quanto tali, è necessaria una ferrea politica delle regole, per emarginare ogni genere di sopraffazione delle identità, anche con metodi drastici, come la remigrazione, come intesa nel testo di Martin Sellner.
Più la Destra scende a compromessi sulla sicurezza, sulla famiglia e sul welfare, che dovrebbero essere le colonne portanti di una Destra assolutamente Sociale, più troverà un’opposizione popolare forte e determinata. Anche in questo caso, a sloggiare dovrebbero essere coloro che non sono d’accordo, non chi sostiene i principi inalienabili.
Giovannino Guareschi aveva ragione quando affermava che «comunque, è sempre infinitamente più difficile essere semplici che essere complicati».
Matteo Castagna
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Purtroppo c’è ancora gente che si fida della quaquaraquà Aspen Institute meloni. Come la Lega Nord, Forza Italia, M5S e FDI sono tutti movimenti funzionali ai sistemi kazzari sionisti per giocarsi con le speranze degli sprovveduti cittadini che ancora credono a questi traditori. Questa quaquaraquà di tutte le sue promesse non ne ha compiuta una e segue l’agenda del vile affarista che ha distrutto la nostra patria e che merita la fucilazione per alto tradimento.