Nel panorama del dibattito attuale, abbiamo smesso di scambiarci idee per lasciare spazio all’emissione di sterili sentenze. Esiste un fenomeno sempre più evidente: la fuga terrorizzata davanti alla complessità. Quando un individuo manifesta un pensiero profondo, non immediatamente catalogabile nei codici del consumo o del “pensiero unico”, scatta un meccanismo di difesa brutale: l’etichettatura.
Ma cosa si nasconde davvero dietro questo comportamento?
Oggi, per molti, dare del “fascista” a qualcuno non è più un richiamo alla storia, ma un interruttore di emergenza. Se si prova a parlare di radici, se si dichiara di amare la propria terra o se semplicemente ci si rifiuta di farsi dettare l’agenda dalla massa, l’interlocutore si spaventa. Non possedendo gli strumenti etici e culturali per rispondere nel merito, preme quel “pulsante”.
Chi etichetta cerca una via di fuga: additare è l’unico modo che conosce per sentirsi autorizzato a non ascoltare. È il rifugio di chi è “assopito” e teme qualunque visione del mondo che non possa essere rinchiusa in una scatolina rassicurante.
L’ironia risiede nel fatto che chi usa questa parola si riferisce a un periodo storico concluso da quasi un secolo; eppure, sono proprio loro a non volerlo lasciare andare. Se il “fantasma” che combattono sparisse davvero, queste persone perderebbero la propria ragione di esistere. Hanno bisogno di mantenere in vita quell’ombra per potersi sentire “eroi” senza correre alcun rischio.
Paradossalmente, se oggi quel termine è ancora sulla bocca di tutti, è proprio grazie a chi dichiara di odiarlo: lo tengono in vita artificialmente per giustificare la propria aggressività e la mancanza di argomenti. Senza un nemico da additare, dovrebbero finalmente guardarsi allo specchio e affrontare il vuoto delle proprie idee.
Dietro questa furia classificatoria si cela una profonda pigrizia intellettuale. È infinitamente più facile dire “tu sei quello” piuttosto che affrontare la fatica di studiare e confrontarsi davvero. Dare del “nostalgico” a chi vuole seminare bellezza per le generazioni future è il modo in cui chi è privo di uno scopo si vendica di chi, invece, ha ancora una missione. L’etichetta non definisce chi la riceve, ma svela la povertà di chi la usa.
Cosa dobbiamo fare quando tentano di marchiarci? La risposta è una sola: mantenere la nostra rettitudine. La pace della coscienza rende quelle parole un semplice rumore di fondo; anzi, sono la prova che stiamo colpendo nel segno. Non facciamoci rinchiudere in scatole troppo anguste per contenere chi ha deciso di restare in piedi mentre tutto il resto scivola via.
Pace nella coscienza, forza nel cammino.
Maria Bussolaro
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