L’opera di Attilio Mordini, verosimilmente segnata dalla sua innegabile “inattualità” a rimanere patrimonio dei ristretti cenacoli intesi a coltivarne l’inesplorato vigore intuitivo, è incorsa nel gioco increscioso delle facili volgarizzazioni e dei giudizi sommari.
Si possono agevolmente accertare le ragioni degli ostracismi gravanti sulla testimonianza spirituale di un autore, totalmente restio a lasciarsi condizionare o coinvolgere dalle mode di una cultura acefala.
Esse, avendo preteso di surrogare la Luce divina con le parvenze abbacinanti degli errori uguali e contrari, hanno azzerato il superiore finalismo della realtà in nome di un “sapere” disorganico e circoscritto alla dimensione necessariamente relativa dei fenomeni sperimentalmente constatabili; ne è derivato il pietoso abbandono della “ragione” all’autoincensamento della sua presupposta assolutezza conoscitiva, che ha finito con l’assoggettarla a funzione strumentale di un mondo spiegabile in termini puramente meccanicistici.
In tempi ossessionati dal demone delle settarie chiusure razionalistiche e delle obbliganti prevenzioni antimetafisiche, la conoscenza umana, deliberatamente contrapposta alla Fede, tende a disperdersi in una varietà di direzioni scoordinate, attestanti la consapevole rinuncia della cultura alla sua originaria vocazione religiosa.
Il riflesso dell’ordine celeste in terra
Contemplando la genesi della realtà dalla soprannaturale armonia adempiutasi attraverso la creazione del mondo e il riscatto dell’uomo dal peccato, si persegue quella sintesi che, come rileva a più riprese Mordini, è il segno distintivo della cultura autentica.
In virtù della sua predisposizione ad ordinarsi alla celestiale sublimità del culto, essa preserva la propria aspirazione trascendente dalle false suggestioni del naturalismo e dalle facili schematizzazioni del puntuale rigore analitico.
Il grande valore riconosciuto da Mordini alla dimensione religiosa esclude ogni adesione agli scialbi orizzonti di un sincretismo che, per le sue implicite valenze soggettivistiche, importa il primato della coscienza individuale sulla Verità rivelata. L’affermazione perentoria del carattere unico e imparagonabile della Redenzione compiuta da Gesù, oltre ad evidenziare l’esclusività dell’Annuncio, ne segnala la perfetta natura di compimento, del quale i sacrifici dell’Antica Alleanza da un lato, e le verità variamente adombrate in sede filosofica e morale dalle culture precristiane costituiscono significative (ma pur sempre remote) prefigurazioni.
La salvezza che viene da Cristo
A scanso delle devianti letture moderne, che situano il Cristianesimo nella totalizzante immanenza di una realtà regolata dai ritmi di una inconcludente dialettica “progressiva”, è bene sottolineare come l’Incarnazione redentrice non si risolva nella sua pur indubitabile storicità: traendo origine dalla sovrana gratuità del beneplacito del Creatore essa, attraverso la Grazia che ne promana, sollecita l’uomo a reinnestarsi nella positività del disegno salvifico.
L’atmosfera soprannaturale che pervade e caratterizza l’evento cristiano, obbliga a valutare il suo rapporto con le civiltà antiche in termini qualitativi e pertanto estranei alle risultanze di una mera scansione cronologica, la quale potrebbe far presupporre che la Rivelazione abbia semplicemente ratificato a posteriori l’eredità spiritualmente più preziosa in esse contenuta.
Tali aspetti, rivelativi della “fonte perenne di metafisica” provvidenzialmente sgorgata dal Cristianesimo, rendono ragione delle perspicue e originali riflessioni dedicate dallo studioso fiorentino al tema del linguaggio.
Per accedere alla comprensione degli orizzonti spirituali che vi sono connessi, Mordini rifugge da ogni approccio aridamente accademico.
Egli sa che le più accurate ricerche glottologiche, tendendo a delimitare il loro oggetto di analisi in uno specifico ambito disciplinare, non sono sufficienti a cogliere la singolare densità metafisica della parola umana; la consapevolezza che traspare dalla sua funzione ordinatrice si pone quale proiezione, sul piano logico-discorsivo, del mistero ineffabile irradiato dalla Persona del Verbo.
Disconoscendo la dignità del linguaggio e la sua “verità” di prezioso dono elargito da Dio alle creature razionali per renderle partecipi della Sua opera salvatrice, si incorre nel pericolo di ridimensionarne il valore alle proporzioni di mediocre strumento veicolante le astrazioni ideate da una intelligenza sottrattasi dal contatto vivificante con il Mistero.
Arrivando a San Tommaso
Alla stortura sopra accennata, fa da tramite la tesi che riduce assurdamente il linguaggio a una convenzione predisposta dagli uomini, e da essi resa uniforme ai gravosi condizionamenti di un mondo stretto dal pungolo dei bisogni materiali.
La luminosa tessitura analogica della realtà, strutturata in una molteplicità di forme riflettenti un grado di perfezione correlativo alla loro natura propria, si articola e si esprime nella parola; come ricorda Mordini richiamandosi al De differentia Verbi divini et humani di San Tommaso d’Aquino, essa è tanto più vera, quanto più radicata è la sua adesione alla contemplazione del Verbo da cui procede.
Crediamo che il carattere inevitabilmente incompleto delle considerazioni proposte risulti comunque sufficiente a far intendere come la riflessione di Attilio Mordini sia nutrita da una intensa conoscenza della tradizione patristica; e come le sue intuizioni intellettuali e la sua nobile milizia civile, possano fornire chiare indicazioni ai cattolici decisi a vivere con rettitudine di pensiero e di azione il dramma apocalittico dell’ora presente.
Paolo Rizza

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