Dall’Ungheria la vittoria di Peter Magyar su Viktor Orban è subito stata accompagnata dalle immagini dei giovani magiari di Budapest che sventolano il tricolore ungherese ritagliato al centro, ricordo della rivoluzione anticomunista del 1956, quando i loro nonni prendevano le armi e strappavano dalle bandiere gli stemmi rossi.
Similmente scandivano quei giovani a gran voce il coro: “Ruszkik Haza” (“russi a casa”), per festeggiare la dipartita di Orban, notoriamente il capo di governo (insieme allo slovacco Fico) più aperto a Mosca tra gli stati membri dell’Unione Europea.
Molto bene insomma: quei cori sono i nostri cori, quei simboli i nostri simboli, quelle memorie le nostre memorie; così si potrebbe reagire, qualora si pensasse che i simboli possano sempre essere univoci e ci si volesse tragicamente fermare non alla realtà sostanziale significata dal simbolo ma alla pura fenomenologia del simbolo stesso, nella sua più nuda natura nominale.
L’allarme di Martin Sellner sulle élite liberal
Un primo segno di allarme, lo dà lucidamente Martin Sellner, il volto paladino della Remigrazione in Europa (e perciò difficilmente bollabile come un “terzomondista” o un militante antirazzista oscuramente influenzato da Dugin et similia), che scrive: “Alcune persone qui sono MOLTO naïve: le stesse élite liberal della UE, ONG, gruppi Antifa che hanno combattuto Orban per 16 anni perché si rifiutava di implementare le loro agende trans e di sostituzione etnica, gradirebbero immediatamente un candidato nazionalista, che supporta le restrizioni per l’immigrazione e che sarebbe ancora più orientato a destra di Orban?”
Luci e ombre del governo Fidesz
Detto questo, non si vuole fare qui l’apologo del governo Orban e del suo partito Fidesz, che sicuramente può annoverare varie colpe e mancanze: da una gestione eccessivamente familistica e clientelare della cosa pubblica, a degli osceni atteggiamenti filosionisti, a non aver realizzato fino in fondo certe politiche promosse più a parole che realizzate con i fatti etc…
Non lo si fa, tanto è vero che in ogni caso sicuramente ci si può anche rallegrare per la conferma in parlamento, con buon risultato elettorale, di Mi Hazánk di László Toroczkai, partito espressione dell’HVIM, una realtà puramente militante dell’area della destra radicale magiara (unica in Europa a poter così vantare una presenza riconosciuta nelle istituzioni), di ispirazione profondamente cristiana e nettamente filorussa, che rappresenta, sia per la compattezza ideologica, che per i successi ottenuti sul campo, un esempio per tutti movimenti radicali europei e una speranza (ben superiore a quelle più ondivaghe date dal Fidesz) per la nazione ungherese.
L’assenza di un movente ideologico bolscevico
Fermo restando tutto ciò, rispetto ai riferimenti alla rivoluzione del 1956 e alla ripresa di quelle memorie, viene però da chiedersi: vi era il comunismo nell’Ungheria di Orban?
Sulle bandiere ungheresi vi era forse una stella rossa o la falce e il martello, da strappare, o non lo stemma di Kossuth, sovrastato dalla Corona di Santo Stefano (il cui riferimento è entrato in quella costituzione che Magyar ha adesso la maggioranza per modificare), da conservare?
Se non espressamente il comunismo del socialismo reale e del governo dei soviet e altre amenità, vi era forse in Ungheria un governo anche solo blandamente informato ai principi, anche in forma generica, del materialismo-dialettico? dell’internazionalismo proletario? dell’ateismo di stato? della collettivizzazione totale o parziale dei mezzi di produzione?
Insomma: una forma di potere che in qualsiasi modo, sotto qualsiasi forma, si potesse ricondurre al ciarpame ideologico marxista-leninista?
La smentita del marxismo culturale a Budapest
Anche solo in termini di mero e più generico marxismo culturale, esprimeva Budapest una qualche simpatia particolarmente spinta verso teorie terzomondiste o di liberazione dei dannati della terra (anzi, il già richiamato e osceno filosionismo di Orban, per quanto criticabile, non lo metteva quantomeno agli antipodi rispetto a tali narrative)?
Con tutta onesta la risposta deve essere negativa.
Manca quindi il movente ideologico (una presunta opposizione anti-bolscevica) per poter giustificare il coro, a suo tempo glorioso, di “Ruszkik Haza” nel contesto della vittoria di Magyar.
Viste allora le aperture di Orban a Putin, a questo punto, messa da parte l’assurda pretesa di dipingere Orban come un neosovietico o un neobolscevico (seriamente?), si potrebbe invocare un movente nazionale per poter giustificare la ripresa di quelle simbologie.
Sovranità nazionale e minacce reali
L’analogo sarebbe pressappoco il seguente: al di là della connotazione ideologica presente ai tempi di Stalin e Khrushchev e oggi assente, allora i russi (o meglio: i sovietici, dal momento che i termini non sono sinonimi) opprimevano la sovranità nazionale ungherese, per tramite della presenza fisica sul suolo magiaro dell’Armata Rossa e l’adesione forzosa dell’Ungheria al Patto di Varsavia, mentre oggi Orban avrebbe consegnato l’Ungheria all’imperialismo moscovita e vi sarebbe nuovamente a Budapest una presenza russa tale da limitare seriamente l’esercizio autonomo della sovranità nazionale ungherese.
Detto questo, sembra quasi inutile dover ricordare che oggi l’Ungheria è pur sempre uno stato membro della NATO e della UE e che, come osserva sempre Maritn Sellner, le principali minacce e limitazioni alla sovranità ungherese sono arrivate proprio e unicamente dall’Unione Europea.
La politica estera come esercizio di autonomia
La politica di apertura alla Russia operata da Orban (e che certamente sarà risultata gradita ai russi), non è stata forse determinata proprio da un esercizio pieno e consapevole della sovranità politica ungherese?
Una nazione fisicamente piccola come l’Ungheria non è divenuta in questi anni un punto focale della scena internazionale proprio per le libere decisioni che Budapest assumeva, informando il proprio agire, in primo luogo, al perseguimento dei propri interessi nazionali, piuttosto che ai diktat di agende imposte in via sovranazionale?
Qualcuno può seriamente pensare che le politiche sommariamente dette “filorusse” (apprezzabili o criticabili secondo i diversi punti di vista) di Orban non fossero prese da quest’ultimo e dal suo governo in autonomia, in vista dell’interesse nazionale ungherese? Si può veramente ritenere che tali scelte fossero realmente eterodirette e imposte obtorto collo da una potenza esterna?
Il trauma del Trianon e la questione territoriale
Anzi, ad estremizzare le potenziali conseguenze delle collaborazioni russo-magiare, non si stavano acuendo le tensioni tra Ucraina e Ungheria in particolare circa la questione della Transcarpazia, dove la minoranza ungherese subisce le angherie del nazionalismo ucraino?
Come si sa l’Ungheria non è mai riuscita a superare il trauma del Trattato del Trianon e delle enormi amputazioni territoriali che dovette subire, lasciando varie minoranze ungheresi al di là dei propri confini.
Forse non è un caso che tra le poche province in cui Fidesz ha superato la coalizione Tisza, vi sono proprio le province di confine, in particolare quelle del confine orientale dell’Ungheria (teoricamente le prime esposte alla minaccia russa) limitrofe alla Transcarpazia.
La Russia come sponda per la sovranità
Non stava forse ventilando l’Ungheria più nazionalista, sulla scia delle collaborazioni più strette tra Orban e Putin, l’idea di rimettere in discussione il Trianon e riaprire quindi il tavolo delle questioni territoriali?
Ovvero e detto in altri termini: il dialogo dell’Ungheria con la Russia era forse motivato da una volontà di autosottomissione spontanea della sovranità ungherese verso quella russa (e in quale modo la Russia che ancora combatte per imporre la sua sovranità nel Donbass potrebbe forzare tale atto di sottomissione sull’Ungheria?) o piuttosto dal poter trovare nella Russia una sponda utile proprio a rafforzare la propria sovranità, dai meri aspetti di convenienza commerciale, ad una potenziale espansione anche fisica della sovranità nazionale ungherese tramite eventuale allargamento dei confini?
La Russia come principio metafisico avverso
Se manca quindi il movente ideologico, così come manca anche quello della causa della sovranità nazionale, per poter scandire “Ruszkik Haza”, quale altra causa resta?
La causa reale, in fondo, non troppo difficile da cogliere, nella mente di quei giovani di Budapest, è che la Russia oggi non è considerata né come un vettore ideologico né come una semplice nazione (magari grande e potenzialmente aggressiva) terza come le altre; la Russia per loro è un principio, un’idea, un’idea metapolitica e si potrebbe anche dire, implicitamente, un’idea metafisica.
Il principio da cui “liberarsi” che hanno in mente,palpabilmente espresso da loro della Budapest cosmopolita non così difforme dal contesto di una qualunque capitale e grande città europea, è quello, sic et simpliciter, della tirannia opposta alla libertà.
Tirannia e autorità nella semantica politica
Tirannia opposta alla libertà, seguendo la terminologia che potrebbero usare loro; considerando lo stesso oggetto da un punto di vista differente, con presupposti valoriali differenti, la semantica potrebbe cambiare e ciò che viene chiamato “tirannia” potrebbe essere chiamato agevolmente “principio di autorità” e ciò che viene chiamato “libertà” potrebbe essere chiamato “licenza” oppure “principio di dissoluzione”.
Curioso, d’altra parte, come si festeggi da qualche parte l’avvio di un presunto processo di “desovietizzazione” che Magyar dovrebbe avviare.
Magyar dovrebbe rivolgersi in primo luogo al mondo dei media da “adeguare agli standard europei” e a quello della cultura che, con tutti i suoi limiti, Orban aveva incominciato ad aggredire, per non lasciarli in mano all’egemonia culturale della sinistra, distinguendosi così dagli altri movimenti genericamente riferiti alla destra europea, populisti e/o sovranisti che magari hanno vinto e vincono elezioni ma che non sanno lasciare il segno nelle società di appartenenza.
L’azione metapolitica di Orban e la sfida di Magyar
In tal senso, l’azione metapolitica di Orban, per quanto imperfetta e incompleta, è stata comunque di qualche successo, tanto che per poter esser scalzato dal governo, le opposizioni hanno dovuto far ricorso ad un ex esponente del suo stesso partito, che si è dovuto conformare, visto il clima politico nazionale, ad esprimere delle critiche all’immigrazione e a ribadire che l’Ungheria, avendo appunto cari i propri interessi nazionali, continuerà a comprare petrolio e gas russo e a cercare una soluzione diplomatica con la Russia (tutte dichiarazioni che a Magyar vengono concesse vista appunto la situazione ambientale locale, mentre qualunque altro politico europeo che si esprimesse in tali termini finirebbe sotto le ire di Bruxelles&C.).
Lo smantellamento dell’ecosistema patriottico
Di nuovo può essere utile rifarsi al lucido Sellner: “sistematicamente [Magyar ndr] smantellerà l’apparato dei media di destra, purgando lo stato dai fedeli di Orban e rimuovendo gli intellettuali conservatori promossi da Orban […] Magyar programma di dissolvere interi rami della televisione di stato e ristrutturare i media nazionali per garantire “la libertà d’espressione”. In pratica, questo significa smantellare l’ecosistema patriottico creato da Orban. Il vuoto sarà riempito dagli stessi contenuti liberal usati per riplasmare le società occidentali. Cercheranno di esportare la “mentalità di Budapest” a tutto il resto dell’Ungheria: mentalità cosmopolita, edonistica, ateistica, promiscua, materialista, senza radici, senza fede”.
In breve, sarebbe questa la “desovietizzazione” della cultura ungherese da festeggiare.
Conclusioni sulla minaccia metapolitica
Per un motivo o per l’altro è questo che hanno in mente la più parte dei giovani che scandiscono il grido “Ruszkik Haza / russi a casa”, laddove la Russia è identificata (e così la identificano le élite politiche europee), al di là di tutte le sue complessità e anche imperfezioni e contraddizioni interne, come una minaccia prepolitica e metapolitica, come un polo di autocrazia irriducibilmente estraneo ai principi globali di “libertà” che appunto, in ultima istanza, si possono enumerare come: “mentalità cosmopolita, edonistica, ateistica, promiscua, materialista, senza radici, senza fede” (trattando la questione in termini di principi, inutile ovviamente ricordare che si troveranno sempre aspetti della società russa “meno tradizionali” di certi aspetti di certe società europee: non è questo il punto).
Purtroppo, il mondo è una realtà complessa e nelle realtà complesse gli stessi oggetti possono avere significati plurimi e anche divergenti; sfortunato chi si ferma al significante senza arrivare al significato.
Filippo Deidda
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