Il quadro che emerge dai dati dell’Associazione Italiana Editori (AIE) e dell’Istat sembra confermare, con fredda precisione statistica, le brucianti riflessioni di Marcello Veneziani. Il paradosso di un’Italia che scrive compulsivamente ma legge con estrema parsimonia non è solo una percezione intellettuale, ma un fenomeno strutturale.
La sproporzione tra penne e occhi
In Italia si pubblicano ogni anno circa 80.000 nuovi titoli. Questo significa che ogni giorno arrivano sugli scaffali, fisici o digitali, più di 200 nuovi libri. Di contro, la soglia dei lettori “abituali” — ovvero coloro che leggono almeno un libro all’anno per motivi non strettamente scolastici o professionali — resta inchiodata intorno al 40% della popolazione.
Il dato diventa ancora più critico se si osserva la concentrazione: il mercato è sostenuto da una ristrettissima cerchia di “forti lettori” (chi legge almeno 12 libri l’anno), che rappresentano poco più del 15% dei lettori totali. Veneziani ha dunque ragione nel rilevare un’ipertrofia dell’offerta a fronte di una domanda anemica: il libro è diventato spesso un biglietto da visita, un feticcio dell’ego o un accessorio per eventi mondani, piuttosto che uno strumento di indagine interiore.
La metamorfosi della carta e l’illusione digitale
La crisi della carta stampata non è necessariamente un tramonto della parola, ma una sua radicale svalutazione. Sebbene il libro fisico resista meglio rispetto ai quotidiani — grazie anche a un certo “feticismo” dell’oggetto che i festival alimentano — il problema risiede nella qualità dell’attenzione.
L’ecosistema dei social media ha imposto una dieta cognitiva a base di micro-contenuti. Il meccanismo del “doomscrolling” e la brevità forzata dei testi digitali hanno abituato il cervello a una gratificazione istantanea. Questo processo sta erodendo la capacità di gestire la “lettura profonda” (deep reading), quella che richiede silenzio, solitudine e, soprattutto, tempo. La “solitudine pensante” viene sostituita dal rumore della piazza digitale, dove l’app, come suggerisce Veneziani, diventa una zappa tecnologica che ara superfici senza mai scendere in profondità.
L’analfabetismo di ritorno nell’era hi-tech
L’amarezza di Veneziani colpisce nel segno quando parla di “analfabetismo sotto falso nome”. Oggi non manca la capacità tecnica di decifrare i segni alfabetici, ma manca la competenza nel comprendere testi complessi o nel distinguere l’ironia dalla cronaca, il fatto dall’opinione.
I dati OCSE-PIAAC collocano spesso l’Italia ai gradini più bassi per competenze alfabetiche funzionali tra gli adulti. Siamo circondati da una produzione editoriale sterminata, spesso firmata da figure pubbliche che cercano solo un’estensione della propria visibilità social, creando un circolo vizioso in cui il libro non è più il fine, ma il mezzo per “fare ammuina”.
Verso un’ecologia della mente
In definitiva, la crisi non è del supporto, ma dello sguardo. Se il libro diventa un semplice orpello per amplificare l’ego di chi lo scrive o un pretesto per affollare piazze in cerca di una cultura-spettacolo, allora il rischio di un “analfabetismo hi-tech” si fa certezza. La vera resistenza non si gioca tra le righe di un codice a barre o nel numero di follower di un autore-influencer, ma nel recupero di quella “solitudine pensante” che trasforma un ammasso di carta e inchiostro in un’esperienza di senso. Scrivere e leggere oggi sono atti di insubordinazione contro la fretta; restano, forse, gli unici strumenti per evitare che il dito capisca davvero più del portatore.
Potete leggere l’intervento integrale di Marcello Veneziani, che ha ispirato queste riflessioni, direttamente sul suo sito ufficiale:
Marcello Veneziani – Analfabeti sotto falso nome
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